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L'etica
medioevale si basa essenzialmente sulla volontà del singolo e
della comunità di
raggiungere
la salvezza della propria anima e di quella di tutti gli altri
uomini.
Così i principi
morali
sono il fondamento di tutta la società medioevale e questa etica
teologica, che vede in
Dio
e nella chiesa i massimi ispiratori, si trasla nel livello
sociale, economico, culturale e
artistico.
Di conseguenza non è la ricchezza fine a se stessa oppure
finalizzata all'arricchimento
personale
che guida i processi economici, bensì si cerca un'armonia sociale
che fonda i suoi
presupposti
sulla legge naturale.
Ne
è esempio la Città di Dio di Agostino dove si legge a proposito
della corruzione e del malcostume dell'epoca: “Ma simili
adoratori e amatori di questi dèi, che si vantano anche di
imitare nei delitti e azioni infami, non si preoccupano affatto
che la società sia corrotta e depravata. Basta che si regga,
dicono, basta che prosperi colma di ricchezze, gloriosa
delle vittorie … aumentano sempre le ricchezze che sopperiscono
agli sperperi continui e per cui il potente può asservirsi
i deboli.(…)
San
Tommaso d'Aquino, ritratto
di Carlo Crivelli.
I cittadini acclamino non coloro che
curano
i loro interessi ma coloro che favoriscono i piaceri.(…)
Le province obbediscano ai governanti non come a difensori
della moralità ma come a dominatori dello Stato.”
Questa
critica puntuale ad un certo modo di governare e che
si
può tranquillamente traslare nel nostro secolo e in quello
precedente,
diventa invece un modus operandi nel
Rinascimento
e nelle epoche successive a tal punto che il medico
e filosofo olandese Bernard de Mandeville nel “Fable of
the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits” afferma: “...il
vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame
è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che
la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa”.
Dal vizio dipende quindi non solo l'attività economica,
ma anche il suo sviluppo, la sua espansione e
senza
vizi lo stato è destinato al fallimento e alla miseria.
Tornando
al medioevo tutti gli storici sono concordi nell'affermare che fu
il Cristianesimo a influenzare
l'etica nell'Alto Medioevo, a partire dall'incentivazione per la
liberazione degli
schiavi;
questa fraternità evangelica si diffonde successivamente con la
diffusione del
monachesimo
in Occidente dando un'enorme sviluppo alla religione, alla cultura
e all'economia.
Infatti
all'esterno e all'interno del monastero si diffusero attività,
arti, mestieri e innovazioni
senza
precedenti che ebbero dei ritorni notevoli su tutta la
popolazione: ad esempio i monaci
benedettini
svilupparono la pescicoltura, l'apicoltura, la silvicoltura,
crearono nuovi tipi di
formaggio,
studiarono nuovi metodi di cura utilizzando le erbe o comunque
rimedi naturali.
Il
monastero diventa luogo di sosta per il pellegrinaggio,
richiamando
una moltitudine di persone, quali mercanti,
maniscalchi,
armieri e attorno ad esso si sviluppa l'agricoltura.
Tutte
queste attività portano benessere e le persone diventano
sempre
più legati a quei valori che i monaci diffondono: la ricerca
della
moderazione, della misura e il lavoro è concepito al fine di
soddisfare
i propri bisogni. Tramite il Diritto Canonico la Chiesa
regola
ogni tipo di attività da un punto di vista morale e i precetti
etici
prendono in considerazione tutte le casistiche che ciascun
individuo
può incontrare in tutta la sua vita, dall'economia, ai
rapporti
sociali, al pellegrinaggio. Tutta la struttura economica
viene
normata: il lavoro è un dovere morale per tutti gli individui a
cui
nessuno si può sottrarre in quanto l'ozio porta al peccato e alla
morte
eterna.
Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae scrive:
“per
lavoro manuale si intende qualsiasi lavoro con il quale uno
può
guadagnarsi lecitamente da vivere”quindi anche il lavoro intellettuale
e spirituale.
Ancora:
nel Medioevo non è concepibile pagare gli interessi che diventano
illegittimi, contro la
moralità
e sono canonicamente definiti al pari dell'usura. La divisione del
lavoro viene
anch'essa
vista da un punto di vista della Provvidenza a favore della
comunità e così essa
viene
giustificata in quanto facente parte di un grande disegno divino
in cui ogni essere umano
deve
seguire le inclinazioni che la Provvidenza gli ha assegnato.
Quindi la divisione del lavoro
non
viene vista come aumento della produttività, come invece accadrà
in seguito, ma è
finalizzata
alla prosperità voluta dal disegno divino. Il commercio è
ammesso per la necessità
di
equilibrare le risorse tra i diversi paesi, ma viene attentamente
regolato affinché possa
avvenire
in modo non peccaminoso e senza influssi corruttori sui costumi;
così viene
canonizzato
il giusto prezzo e il guadagno viene tollerato in quanto è molto
meglio che le
ricchezze
accumulate si rivolgano verso il commercio piuttosto che verso il
lusso, la lussuria e
la
tesaurizzazione. Il profitto derivante dalle attività commerciali
deve essere in parte devoluto
ad
attività caritatevoli, a donazioni ai pellegrini, ad elemosine,
ad oblazioni alle chiese e ai monasteri.
Il
disegno divino determina anche le condizioni sociali dei singoli
individui per cui l'ascesa sociale
non viene considerata né ammessa; lo status sociale viene
bloccato e ciascun individuo si
può arricchire solo in base alla propria situazione economica. Ed
è proprio su questi ultimi punti
che dal basso Medioevo in avanti iniziano a manifestarsi malumori,
rivolte in quanto chi accumula
ricchezze, sopratutto i mercanti e banchieri, tendono
costantemente a superare quei concetti
canonici che vedono la ricchezza unicamente come soddisfacimento
delle proprie esigenze
vitali.
Così
il mutare delle condizioni economiche favorisce nuovi mestieri, si
assiste ad un'evoluzione costante
dei rapporti sociali, economici ed anche il ruolo della Chiesa
viene messo in discussione
per vari motivi, il principale dei quali è la lussuria, la
corruzione che porteranno allo scisma
con conseguenze notevoli a livello psicologico sui fedeli che
vedono perdere il loro punto
di riferimento, l'osservanza del Diritto Canonico, ossia quello
che era stato il presupposto per
lo sviluppo sociale ed economico del Medioevo stesso.
Dal
concetto di Tommaso d'Aquino: “l‘uomo non deve considerare le
cose come esclusivamente proprie,
ma come comuni: in modo cioè da metterle facilmente a
disposizione nelle altrui necessità”
si passa gradatamente ma senza soluzione di continuità alle
dottrine di sei–settecento che intendono il sistema economico
capace di autoregolasi, ponendo così le basi per la moderna
concezione dell'economia.
Roberto
Denti
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