In Pakistan                

del Maestro Luigi Cinque

Comincia così. Che scendi dal pulmino davanti l’hotel. Prendi i tuoi strumenti dalle mani frenetiche del personale che scarica e nell’attesa scopri che gli uccelli nel cielo di Karachi sono falchi. Volteggiano nell’aria fosca del mattino giorni successivi, li osservi e li incontri e pensi che qui sono l’anima antica, la divinità. Che il ritmo più profondo di questi luoghi è in quel volo circolare, nelle ali possenti che planano lente sui tetti, sui pali, nelle siepi spartitraffico delle grandi vie affollate, sulle tettoie d’amianto dei souk, nei mercati.

 

L’occhio è quello elettrico e imprendibile del pastore errante. E quel silenzio regale, anche nel bang metropolitano, è l’unica possibile pausa al nobilissimo canto di queste terre. Al soffio del raga e del qawwal. Ora i nostri bagagli sono ordinati nella hall pronti ad essere smistati nelle stanze. Qui, dall’Avari Hotel International, inizia davvero il nostro tour. Da questo colore velato e traslucido che ci procura la stanchezza di venti ore tra aerei/autobus, aereoporti e troppi security check.

 

Dalla luce tropicale che taglia le finestre liberty vittoriano. Da questo odore di disinfettante che trovi sempre, in tutti gli hotel del subcontinente.

Il primo appuntamento di lavoro nel tardo pomeriggio è con i Fuzon. Divideremo il palco, un tempo a testa e su proposta degli organizzatori dovremo suonare insieme l’ultima parte del concerto. Ho con me Saagar: il loro disco. Si tratta di una band ‘fusion’ che fa musica genericamente angloindopakistana, con radici nella tradizione e uno sguardo al trendy dei loro fratelli di Londra tipo Asian Dub Foundation o King prawn.

 

Il cantante ha una voce straordinaria. Di quelle che non si dimenticano facilmente. Poco dopo in camera mi capita – per caso – di vedere un loro clip sul canale nazionale. Li troveremo spesso in televisione. Saagar è un album di buon successo. Il loro video - un po’ bollywood - va alla grande.

 

Gli organizzatori hanno allestito la sala prove in una villa del quartiere residenziale di Karachi. E’ la casa di Imran Mir Azam Ali un pittore astrattista di fama internazionale. Siamo in uno spazio a vetri al centro di una terrazza al secondo piano. Le palme e le magnolie giganti sfiorano i muri della casa. Ci sono i corvi.

 

I Fuzon sono un classico quintetto/band: batteria basso chitarra tastiere e voce. Noi siamo in due ai fiati (con me, Gavino Murgia anche voce e launeddas), Lucilla Galeazzi vocalist d’eccezione, Rodolfo Maltese alle chitarre e Andrea Biondi al vibrafono e drum machine. Propongo un mio brano in re che dopo un po’ si trasforma e diventa un tappeto elettroacustico con conversazioni serrate tra gli strumenti.

 

Poi un dialogo tra le melodie suditaliche di Lucilla e il verso d’oriente di Shafqat, il cantante. Infine quest’ultimo chiude con un lungo solo in perfetto stile classico. Ci siamo. Lo riproviamo un paio di volte.

Ci divertiamo e decidiamo che faremo questo in concerto.

 

CONCERTO.

 

Shafqat viene da lontano, davvero. E’ il figlio di Ustad Amanat Ali Khan of old Patiala uno dei mitici cantanti di musica classica di questo paese. Lui stesso ha studiato quello stile. Ci racconta che nella sua famiglia si cominciava prestissimo, a tre quattro anni. Per arrivare ad essere un buon cantante – ci dice – si devono conoscere infiniti raga. Con le varianti sono circa seimila. Uno per ogni momento della giornata. E poi le parole…che sono suono…e intonazione esse stesse. Si deve arrivare ad una condizione che sembrerebbe paradossale se non fosse in musica invece un grado di illuminazione: non improvvisare e non memorizzare. Tradire e tramandare nello stesso istante.

 

Essere filosoficamente - e non solo - in un tempo e in uno spazio circolari. Da queste parti l’esistenza non è un fatto lineare (con un principio e una fine) ma si svolge per cerchi concentrici… è tutto contemporaneo. Ogni attimo contiene il suo passato e il suo futuro. E quelle intonazioni… quelle vibrazioni… quelle scale fatte di ventuno intervalli rappresentano – e sono – i vari momenti materici della giornata.

 

Del resto – lo afferma anche la fisica occidentale - tutto è vibrazione molecolare solo che fino ad un certo punto c’è la materia poi questa diventa suono e, accelerando ancora, diventa luce.

 

Il cantante di musica classica si connette alla vibrazione del momento, sfiora la materia e la luce e così racconta la sostanza del mondo e ne rappresenta il colore (raga) e il sapore (rasa). Shafqat conosce bene queste cose. Adesso ce le racconta seduto su un divano coloniale con il suo giubbotto di pelle tipo “fronte del porto” e una faccia da duro dolce. Ora è una popstar d’oriente.

 

Ed è anche esemplare la sua storia in questo paese. Sa benissimo che per fare successo ha dovuto inventarsi un modo di inserire la sua tecnica e conoscenza in un contenitore riduttivo fatto di melodie finite e accattivanti con accompagnamento elettrico leggero o in alcuni casi dub. Lo sa e lo dice ma senza rancore. E’ molto consapevole. Sa bene - lui come tutta la classe illuminata e progressista di questo paese – che la devastazione continua e che la loro cultura più profonda si trova costretta oggi a passare per un buco troppo stretto; che travolta dal passo dell’oca del mercato perderà molte singolarità.

 

Sicuramente le più fragili e raffinate. Ma le culture sono entità virali. Da queste parti, poi, hanno storia e anticorpi in grado di attecchire e innestarsi sulla modernità, sulle nuove tecnologie, sulla koiné del mondo che è ormai l’angloamericano ed è pure – cosa da non trascurare - la loro lingua acquisita. Qui tecnologia e tradizione si fronteggiano e si corteggiano e si ignorano e si sputano…ma si parlano in inglese. Diamogli tempo.

 

 Shallum il chitarrista e Imran Momina il tastierista si sono seduti vicino a Shafkat. Sono due ragazzi belli di pelle un po’ scura, colti e raccolti. Sembrano dei replicanti delle nostre band fine anni ottanta ma la tradizione forte e il pensiero gentile da cui provengono li rende meno arrabbiati, più consapevoli e meno sperduti. Maneggiano la musica e la modernità in genere con grande disinvoltura e sono pakistani e pure sufi. Diamogli un po’ di tempo e ci racconteranno storie davvero nuove. D’altra parte, contrariamente a quanto si crede di solito, la periferia non e' il luogo in cui finisce il mondo, ma il luogo in cui il linguaggio del centro decanta e si rinnova.

Il concerto è programmato per il giorno dopo alle venti. Per gli organizzatori è importante che un gruppo italiano e una band locale dividano il palco e concludano insieme la performance. Sarà un piccolo esempio di dialogo. Sarà sopratutto…e questo è più serio…un’occasione per raccogliere fondi e finanziare un’organizzazione non governativa – “The citizens foundation” – che si occupa di scuole e assistenza per più di 25000 orfani. Questo paese è pieno di bambini di nessuno. Questo paese ha accolto negli ultimi quindici anni sei milioni di afgani in fuga dalle guerre trattandoli come fratelli musulmani.

Servono scuole laiche. Serve assistenza. Serve un pensiero per tutto questo. Incontriamo sotto il palco i medici italiani di “Smile Again” che curano le donne (una sola è già troppo) sfregiate, nei villaggi, dal vetriolo per presunti adulteri o solo per motivi di rivalsa maschilista. Sono anch’essi parte significativa e incoraggiante di questo pensiero.

 

Il palco è stato appoggiato ad una costruzione antica – una fortezza inglese. E’ un luogo speciale. L’ultimo chiarore del giorno e le prime luci di scena lo rendono un fondale perfetto. Dietro il palco tra le vecchie e gialle mura ci sono delle scale che portano un cortile trasformato in una serra di orchidee.

 

La sera è calda e il pubblico è quello delle grandi occasioni. Cominciamo noi. Suoniamo bene, tirati. Ci diranno che è un ottimo etnojazz. Alterniamo brani duri con molta sintesi elettronica a riprese di brani popolari con la voce di Lucilla e le launeddas di Gavino e la chitarra progressive (con distorsione d’ordinanza) di Rodolfo. Concludiamo con una tarantella – unplugged – ci vuole!… voce organetto chitarrasimilbattente sulittu (flauto di canna) e il robot elettronico di Andrea che tira come sette tammorre.

 

La seconda parte dei Fuzon è come me l’aspettavo. Quando non c’è la voce di Shafqat suonano un pop di maniera, mancano di cattiveria. Con il canto, invece, si trasformano, si radicano, ci sono, parte il dub.

Insieme, nell’ultima parte, ci divertiamo e si diverte anche il pubblico. Troviamo nuovi groove. C’è una bella energia. Ci ascoltiamo e questo è quello che conta; questo è il segno intrinseco del nostro star lì; in qualche modo… il piccolo, non originale, simbolo. Ci ascoltiamo. Rispettiamo lo spazio di ognuno nel giro dei soli strumentali e vocali che si inseguono. Ci aspettiamo. C’è un’emozione. Il pezzo tira e mi fa pensare come struttura al Davis di Bitches Brew rivisitato ed etnizzato e con le voci di Shafqat e Lucilla.

Il pubblico è con noi. Sta succedendo qualcosa di assolutamente normale tra musicisti ma il luogo in cui siamo e il tempo che è quello di una guerra santa (e sporca) a poche centinaia di chilometri da qui trasforma il tutto in un piccolo messaggio francescano di fratellanza… in un analogo e piccolo messaggio islamico e sufi…o se volete in un piccolo esempio nel segno dell’ internazionalismo di una volta e del noglobal di oggi. Per noi e per il pubblico è stato facilissimo. E’ bastato passare per le emozioni. La musica aiuta.

 

Karachi è una di quelle città sconfinate dove c’è di tutto. Quindici milioni di abitanti. La viviamo di passaggio. A piedi e in taxi.

Luigi Cinque           

 

 

    

 

 

 

 

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