E’ possibile una ‘Decrescita felice’?

(Seconda Parte) 

di Elena Liotta

 

Parlare di felicità o accostare l’aggettivo ‘felice’ all’idea di descrescita, significa reintrodurre un termine che di economico ha ben poco - soprattutto se inteso in chiave non materialistica. Significa anche, per ovvia conseguenza, dover discutere di filosofia, di psicologia e di spiritualità, che sono i ‘prodotti immateriali’ e creativi che l’umanità ha sviluppato proprio per non cadere preda totale delle condizioni materiali della vita!

Riprendendo ‘il lato oscuro della crescita’, credo che esso sia ancora troppo ‘in ombra’ per la maggior parte delle persone che pure si lamentano delle numerose disfunzioni che affliggono la loro vita nelle società avanzate. Molti saggi del passato ci hanno tramandato che felicità e ricchezza non si combinano positivamente, così come innumerevoli miti e fiabe ci raccontano delle sventure attraversate dai loro protagonisti – la povertà è sempre una prova presente – per poter infine  vivere ‘felici e contenti’. Tutte sciocchezze per bambini? Allora perché farli ancora crescere con queste fantasie assurde? Inconsciamente sappiamo tutti che la felicità non si attinge come le monete nei forzieri.

All’inizio accennavo ad alcuni fondati motivi che ci invitano a valutare meglio il lato in ombra della crescita, per poi rivalutare quello in luce della decrescita. Li voglio specificare.

Il primo motivo è generale e non va dato per scontato, ma osservato quotidianamente. La natura stessa ci insegna come le affezioni che minacciano tutti gli esseri viventi abbiano origine sia nella carenza di sostanze e funzioni, sia nel loro eccesso, nella crescita abnorme. Ingrandirsi, moltiplicarsi, gonfiarsi, al di là dei limiti di contesto, di forma e di risorse, in un modo irrelato rispetto all’ambiente, porta sempre a patologia. Si tratti di una cellula, di un organo, di una popolazione, di un contenuto mentale o altro ancora, come un’economia sconclusionata.

Il secondo motivo storicizza la questione, introducendo il fattore tempo. Infatti, anche quando non porta a malattia, qualsiasi crescita normale ‘sconvolge’ l’ambiente trasformandolo. Un albero piantato troppo vicino a un altro, un albero che proietta un’ombra sempre più grande, un tipo di albero sbagliato per il terreno o viceversa. Finché le dimensioni sono piccole non si percepisce il cambiamento in atto o il  suo potenziale danno. Più l’albero cresce e più si evidenziano i problemi. In natura le cose vanno come vanno, i semi attecchiscono dove possono e poi tutto si muove con leggi e compensazioni proprie. Gli alberi si seccano, non si sviluppano, qualcuno li taglia. Nelle cose umane invece: più si cresce (un figlio, un gruppo, un’impresa), più compaiono variabili, relazioni, conseguenze, responsabilità.

Il terzo motivo riguarda ancora il tempo, nel senso delle fasi: qualsiasi accrescimento ha i suoi passaggi cruciali che vanno rispettati, altrimenti ne conseguono effetti imprevedibili, non solo nel sistema, ma anche nelle sue relazioni con altri sistemi. Se gli effetti sono già noti, grazie a osservazioni naturali o specifici esperimenti, non va dimenticato che qualora fosse sospeso l’intervento di conduzione o di forzatura della crescita, il ritmo naturale - ‘il selvatico’ - riprenderebbe il sopravvento. Evento del resto sempre presente a ogni nuova nascita.

Il quarto motivo osserva la quantità delle crescite in contemporanea. E’ ovvio che un’anomalia sola o poche disfunzioni possono essere gestite, mentre una crescita diffusa – tutto che si espande, si dilata e si complica - diventa ingovernabile e finisce per autodeterminarsi. Qualsiasi sistema che si reitera senza più freni va a degenerare nel caos, cioè si autodistrugge rispetto all’ordine precedente. Quello che ne deriva poi, incluso un nuovo ordine, è tutto da valutare. Potrebbe anche essere migliore. Oggi, almeno a parole, non è questa la meta che si prefiggono i governanti della terra. Tuttavia, tanta è la paura di doverci pensare e provvedere, che spesso si accusa di catastrofismo chi semplicemente segnala un possibile rischio.

Il quinto motivo considera i livelli di libertà all’interno del sistema: gli esseri umani mostrano fin dall’antichità una forte tendenza alla libertà. Tant’è che la schiavitù è considerata tra i peggiori dei mali e l’eroe liberatore è una delle figure più presenti nei miti, delle fiabe, nella storia dell’umanità. Che si tratti dei servi della gleba, dei popolani, dei contadini, degli operai, degli schiavi, dei poveri del mondo, dei cittadini delle metropoli, essere intrappolati e sfruttati in una organizzazione di vita calata dall’alto e in continua espansione a beneficio esclusivo di pochi, produce reazioni violente: le rivoluzioni.

Il sesto motivo si collega idealmente ai due precedenti e vede la crescita in rapporto alla capacità di tolleranza del suo peso. Il fenomeno naturale è piuttosto ovvio: un ramo troppo carico di frutti, sia pure meravigliosi, finisce comunque per spezzarsi e perde la sua funzionalità. L’essere umano potrebbe scegliere di fermarsi nella sua corsa verso il troppo, ma invece un senso di sfida permanente verso i propri limiti sembra impossessarsi della sua intelligenza. Il fascino dell’eccesso prevale sulla moderazione, naturale alleata dell’istinto della sopravvivenza. Qualcosa o qualcuno ha prodotto x? Bene, allora perché non provare a  tirargli fuori anche y e z? Se io ce l’ho fatta finora perché non continuare per ottenere di più o di meglio? E così pensando si arriva al crollo, al baratro, al limite estremo, che c’è sempre.

Il settimo: come un’onda, l’idea stessa di crescita ed espansione si è manifestata periodicamente nella nostra cultura occidentale, raggiungendo apici di rottura che hanno frammentato il sistema in unità minori – un modo per decrescere. Dai grandi imperi ai piccoli comuni e viceversa. Come mai non si riesce a trovare un punto di relativo equilibrio, con oscillazioni meno violente e distruttive?

Questa è una domanda di carattere culturale e psicologico, di ‘storia delle idee’, su come l’essere umano pensa e di conseguenza organizza la propria vita in relazione al suo ambiente di sopravvivenza. Una domanda  sui valori. Oggi le coscienze – e gli inconsci – delle persone sono pervase da un senso pessimistico e depressivo riguardo al futuro. Oppure di smarrimento ansioso.

Giungo così agli ultimi tre punti, che dedico a questo stato d’animo diffuso:

L’ottavo: crescita, descrescita e depressione. Qualcuno potrebbe ipotizzare – forse per quel de- che li accomuna? - che descrescita e depressione abbiano qualcosa in comune. Invece troviamo nelle statistiche epidemiologiche, che la depressione prolifera proprio nelle società cresciute economicamente, anzi molto avanzate, dove viene curata soprattutto farmacologicamente. Cinicamente possiamo aggiungere che il sistema ha pensato anche ai propri effetti collaterali, ottimizzando la depressione con un ricavo sul piano economico. E poi, per quanto depressi, ansiosi, bulimici, fobici, tossicodipendenti e altro, i suoi abitanti sono almeno sufficientemente alimentati. Anzi sovralimentati. Ben vestiti e protetti in abitazioni confortevoli, automuniti, tecnologicamente armati per affrontare una comunicazione globale. Ma non per sentirsi felici a casa propria. Non soffrono più di depressione da ‘carenza concreta’ – detta altrimenti ‘povertà’ – ma soffrono per la depressione morale, per la de-privazione di valori immateriali, soffocati da quelli materiali. Un pasticcio ridicolo, se non fosse drammatico.

La crescita, quando è caotica, condizionata dall’alto, incurante del tempo e dello spazio, finalizzata agli interessi di pochi, diventa tossica e non produce né serenità né senso reale di sicurezza. Figuramoci la felicità. Eppure, sarebbe bastato così poco per non arrivare a questo punto. Sarebbe bastata un po’ di vera cultura, della conoscenza che ci hanno tramandato nei secoli tanti uomini e tante donne capaci di riflettere sulla vita e sulle vicende umane. A questa sorta di filosofia e psicologia perenne hanno attinto di recente anche alcuni politici ed economisti, ormai a corto di altre fonti per uscire dalla crisi in atto e incombente. Ma i risultati non si apprezzano ancora. Che abbiano frainteso qualcosa o che pensino di cavarsela a buon mercato?

Il nono: la depressione è una reazione sana e naturale a eventi dolorosi e in tal caso sarebbe patologico non manifestarla, almeno per un periodo. E’ anche una reazione naturale quando le condizioni esterne impediscono la realizzazione di progetti vitali oppure quando non si riesce a dare un qualche senso alla propria vita. Un ambiente inadeguato fa quindi male anche a chi sta bene. Inoltre, la mancanza di valori interiori o di valori umani condivisi può aumentare il disagio esistenziale. Va infine agiunto che il sommerso della depressione che non approda a nessuna cura è a tutt’oggi enorme e non quantificabile. 

Tutte queste condizioni sono abbbondantemente rappresentate nella nostra attuale società e nessuna ha realmente a che fare con la concreta povertà. Eccetto le istigazioni onnipotenti a diventare ricchi e famosi senza sforzo, alimentate dai media e dalla criminalità. In tal caso la depressione per il mancato successo è secondaria a un’aspettativa irreale. Da non dimenticare alcune curiose depressioni dopo clamorosi successi, interventi chirurgici di abbellimento, vincite alle lotterie.

Il decimo: le ‘pratiche del meno e del piccolo’. Se entrare nel lato oscuro della crescita ci facesse desiderare una maggiore semplificazione e sobrietà nelle nostre vite, se ci permettesse di valutare qualche perdita in senso anche liberatorio e di riconquistare tempo e spazio vitali, allora forse l’idea della decrescita starebbe illuminando nuovi possibili atteggiamenti in noi e nuovi potenziali stili di vita.  Più attenti al dettaglio, più devoti alla cura, più essenziali, più consapevoli del valore e della qualità di ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo. Meno ossessionati dalla quantità e dalla visibilità esterna. Meno apparire e più essere, insomma. 

Non so quanto possa servire alla descrescita, anche all’interno di una riflessione critica sulla società contemporanea, chi ancora snobba o ironizza su questa pratica quotidiana del piccolo, dell’adesso, di quanto è possibile fare da soli, in piccoli gruppi. per ritrovarsi e collegarsi poi a un flusso più grande. Continuare a credere che parlare delle idee basti s materializzarle o che le differenze siano soprattutto nelle parole è un residuale gioco dell’apparire, vuoto di sostanza, esattamente l’opposto di ciò che la decrescita dichiara di volere. Le differenze si devono toccare con mano, devono presentarsi come modelli reali e possibili. Infatti, qualunque sia il livello in cui si opera per lavoro o per impegno volontario, nulla può esentarci  dall’assunzione di responsabilità verso l’ambiente circostante, umano e naturale, l’unico che, momento per momento, ci è dato di prima mano.

Non è onesto definirsi ambientalisti e dichiarare di amare la natura se poi si fanno seccare i vasetti con le piante sul proprio balcone. Non si possono lasciare soli i propri figli per ore e senza mediazioni davanti alla tv, perché nel frattempo si sta a tenere lezioni e conferenze sui danni della tv. Non si possono sbandierare i problemi del consumismo continuando imperterriti ad acquistare di tutto, lasciandosi imbonire dalla pubblicità e dalle rassicuranti seduzioni del lusso e del superfluo. E così via. Ovvero si può, certo che si può, visto che – ecco una grande menzogna collettiva – così fanno tutti, a qualsiasi partito politico appartengano. 

Chi non si omologa si vede, si distingue: di solito è chi viene guardato con sospetto, negativamente stigmatizzato o ignorato da entrambe le grandi fazioni, destra e sinistra, unanimi, unite ancora nel grande mito del progresso illimitato, del successo mediatico, del salotto buono, della maschera ‘felice’ e ‘ottimista’, con dietro i volti inquietanti dei giovani sofferenti, delle donne rifatte fuori e annientate dentro, degli anziani ben curati negli ospizi di lusso o dalle badanti straniere. 

Perché non si può, non c’è tempo per aver cura di chi amiamo, mentre andiamo a occuparci del futuro del mondo, dell’economia che ci farà sopravvivere, o addirittura dei diritti umani…

Ci sarà abbastanza coraggio in giro, in chi ha visto il lato oscuro della crescita e guarda alla decrescita con simpatia, per non sobbalzare leggendo questo testo antico, così paradossalmente attuale?

 

 

Lascia che esistano piccoli paesi con pochi abitanti.

Lascia che essi non usino

macchine complicate.

Lascia che pensino alla morte in modo

che non si allontanino troppo dal luogo natale.

Se ci sono barche e carri,

fai in modo che non ci sia motivo per prenderli.

Se ci sono armi,

fai in modo che non ci siano occasioni per utilizzarle.

Fai in modo che le responsabilità degli abitanti

siano così poche che essi possano

ricordarsene annodando una cordicella.

Lascia che si godano il cibo.

che siano contenti delle vesti,

che siano soddisfatti delle case,

che traggano piacere dalla loro abitudini.

Anche se il paese confinante fosse così vicino

da udire l’abbaiare dei cani e il canto

dei galli, fai in modo che il popolo

invecchi e muoia senza sentire il bisogno

di visitarlo.          

  Lao tzu

 

 

 

 

Note bibliografiche:

S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano (2006); Decolonizzare l’immaginario. Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo, EMI, 2004; Come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri, Milano 2005.

Si veda inoltre, l’ inserto periodicamente dedicato in Aprile, mensile diretto da M. Serafini, (www.aprile.org) 

Contributi di altri autori :

Biolghini Davide, “Il popolo dell’economia solidale. Alla ricerca di un’altra economia”, EMI, Bologna 2007.

Bonaiuti Mauro (a cura di), Obiettivo decrescita, Bologna, EMI, 2005.

M. Cini, Il supermarket di Prometeo,Torino, Codice Edizioni, 2006.

E. Euli ,Casca il mondo! Giocare con la catastrofe. Una nuova pedagogia del cambiamento, 2007;

N. Georgescu-Roegen Nicholas, “Bioeconomia”, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

J. Hillman, Forme del potere, Milano, Garzanti, 1996;

I. Illich (1973), La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti dello sviluppo. Boroli editore, 2005:

M. Pallante, La Decrescita felice, Editori Riuniti, 2005

E. F. Schumacher (1973), Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa, Mondadori, Milano;

V. Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano, 2006;

Zoja L., Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo, Bergamo, Moretti & Vitali, 2003;

 

Libri dedicate anche alle pratiche:

M. Boschini, Comuni Virtuosi. Nuovi stili di vita nella pubblica amministrazione, EMI, 2005; In comune. Esperienze concrete, semplici ed efficaci, EMI, 2007;

M. Correggia, La rivoluzione dei dettagli. Manuale di ecoazioni individuali e collettive, Milano, Feltrinelli, 2007;

Collettivo Matuta, E dunque che fare? Cambia il tuo stile di vita e salverai il pianeta. Torino, Edizioni Paoline,  2006;

L. Hickman (2005), La vita ridotta all’osso. Un anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso, Milano, Ponte alle Grazie, 2007;

G. Moretti (a cura di), Per la Terra. La Terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla Terra, Fz Cornati, Murazzano (CN), Ellin Selae, 2007;

M. Batchelor-K. Brown (1992), Ecologia buddhista, Vicenza, Neri Pozza, 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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