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di
Elena
Liotta
Parlare
di felicità o accostare l’aggettivo ‘felice’ all’idea di
descrescita, significa reintrodurre un termine che di economico ha
ben poco - soprattutto se inteso in chiave non materialistica.
Significa anche, per ovvia conseguenza, dover discutere di
filosofia, di psicologia e di spiritualità, che sono i
‘prodotti immateriali’ e creativi che l’umanità ha
sviluppato proprio per non cadere preda totale delle condizioni
materiali della vita!
Riprendendo
‘il lato oscuro della crescita’, credo che esso sia ancora
troppo ‘in ombra’ per la maggior parte delle persone che pure
si lamentano delle numerose disfunzioni che affliggono la loro
vita nelle società avanzate. Molti saggi del passato ci hanno
tramandato che felicità e ricchezza non si combinano
positivamente, così come innumerevoli miti e fiabe ci raccontano
delle sventure attraversate dai loro protagonisti – la povertà
è sempre una prova presente – per poter infine
vivere ‘felici e contenti’. Tutte sciocchezze per
bambini? Allora perché farli ancora crescere con queste fantasie
assurde? Inconsciamente sappiamo tutti che la felicità non si
attinge come le monete nei forzieri.
All’inizio
accennavo ad alcuni fondati motivi che ci invitano a valutare
meglio il lato in ombra della crescita, per poi rivalutare quello
in luce della decrescita. Li voglio specificare.
Il
primo motivo è generale e non va dato per scontato, ma osservato
quotidianamente. La natura stessa ci insegna come le affezioni che
minacciano tutti gli esseri viventi abbiano origine sia nella
carenza di sostanze e funzioni, sia nel loro eccesso, nella
crescita abnorme. Ingrandirsi, moltiplicarsi, gonfiarsi, al di là
dei limiti di contesto, di forma e di risorse, in un modo irrelato
rispetto all’ambiente, porta sempre a patologia. Si tratti di
una cellula, di un organo, di una popolazione, di un contenuto
mentale o altro ancora, come un’economia sconclusionata.
Il
secondo motivo storicizza la questione, introducendo il fattore
tempo. Infatti, anche quando non porta a malattia, qualsiasi
crescita normale ‘sconvolge’ l’ambiente trasformandolo. Un
albero piantato troppo vicino a un altro, un albero che proietta
un’ombra sempre più grande, un tipo di albero sbagliato per il
terreno o viceversa. Finché le dimensioni sono piccole non si
percepisce il cambiamento in atto o il
suo potenziale danno. Più l’albero cresce e più si
evidenziano i problemi. In natura le cose vanno come vanno, i semi
attecchiscono dove possono e poi tutto si muove con leggi e
compensazioni proprie. Gli alberi si seccano, non si sviluppano,
qualcuno li taglia. Nelle cose umane invece: più si cresce (un
figlio, un gruppo, un’impresa), più compaiono variabili,
relazioni, conseguenze, responsabilità.
Il
terzo motivo riguarda ancora il tempo, nel senso delle fasi:
qualsiasi accrescimento ha i suoi passaggi cruciali che vanno
rispettati, altrimenti ne conseguono effetti imprevedibili, non
solo nel sistema, ma anche nelle sue relazioni con altri sistemi.
Se gli effetti sono già noti, grazie a osservazioni naturali o
specifici esperimenti, non va dimenticato che qualora fosse
sospeso l’intervento di conduzione o di forzatura della
crescita, il ritmo naturale - ‘il selvatico’ - riprenderebbe
il sopravvento. Evento del resto sempre presente a ogni nuova
nascita.
Il
quarto motivo osserva la quantità delle crescite in
contemporanea. E’ ovvio che un’anomalia sola o poche
disfunzioni possono essere gestite, mentre una crescita diffusa
– tutto che si espande, si dilata e si complica - diventa
ingovernabile e finisce per autodeterminarsi. Qualsiasi sistema
che si reitera senza più freni va a degenerare nel caos, cioè si
autodistrugge rispetto all’ordine precedente. Quello che ne
deriva poi, incluso un nuovo ordine, è tutto da valutare.
Potrebbe anche essere migliore. Oggi, almeno a parole, non è
questa la meta che si prefiggono i governanti della terra.
Tuttavia, tanta è la paura di doverci pensare e provvedere, che
spesso si accusa di catastrofismo chi semplicemente segnala un
possibile rischio.
Il
quinto motivo considera i livelli di libertà all’interno del
sistema: gli esseri umani mostrano fin dall’antichità una forte
tendenza alla libertà. Tant’è che la schiavitù è considerata
tra i peggiori dei mali e l’eroe liberatore è una delle figure
più presenti nei miti, delle fiabe, nella storia dell’umanità.
Che si tratti dei servi della gleba, dei popolani, dei contadini,
degli operai, degli schiavi, dei poveri del mondo, dei cittadini
delle metropoli, essere intrappolati e sfruttati in una
organizzazione di vita calata dall’alto e in continua espansione
a beneficio esclusivo di pochi, produce reazioni violente: le
rivoluzioni.
Il
sesto motivo si collega idealmente ai due precedenti e vede la
crescita in rapporto alla capacità di tolleranza del suo peso. Il
fenomeno naturale è piuttosto ovvio: un ramo troppo carico di
frutti, sia pure meravigliosi, finisce comunque per spezzarsi e
perde la sua funzionalità. L’essere umano potrebbe scegliere di
fermarsi nella sua corsa verso il troppo, ma invece un senso di
sfida permanente verso i propri limiti sembra impossessarsi della
sua intelligenza. Il fascino dell’eccesso prevale sulla
moderazione, naturale alleata dell’istinto della sopravvivenza.
Qualcosa o qualcuno ha prodotto x? Bene, allora perché non
provare a tirargli
fuori anche y e z? Se io ce l’ho fatta finora perché non
continuare per ottenere di più o di meglio? E così pensando si
arriva al crollo, al baratro, al limite estremo, che c’è
sempre.
Il
settimo: come un’onda, l’idea stessa di crescita ed espansione
si è manifestata periodicamente nella nostra cultura occidentale,
raggiungendo apici di rottura che hanno frammentato il sistema in
unità minori – un modo per decrescere. Dai grandi imperi ai
piccoli comuni e viceversa. Come mai non si riesce a trovare un
punto di relativo equilibrio, con oscillazioni meno violente e
distruttive?
Questa
è una domanda di carattere culturale e psicologico, di ‘storia
delle idee’, su come l’essere umano pensa e di conseguenza
organizza la propria vita in relazione al suo ambiente di
sopravvivenza. Una domanda sui
valori. Oggi le coscienze – e gli inconsci – delle persone
sono pervase da un senso pessimistico e depressivo riguardo al
futuro. Oppure di smarrimento ansioso.
Giungo
così agli ultimi tre punti, che dedico a questo stato d’animo
diffuso:
L’ottavo:
crescita, descrescita e depressione. Qualcuno potrebbe ipotizzare
– forse per quel de- che li accomuna? - che descrescita e
depressione abbiano qualcosa in comune. Invece troviamo nelle
statistiche epidemiologiche, che la depressione prolifera proprio
nelle società cresciute economicamente, anzi molto avanzate, dove
viene curata soprattutto farmacologicamente. Cinicamente possiamo
aggiungere che il sistema ha pensato anche ai propri effetti
collaterali, ottimizzando la depressione con un ricavo sul piano
economico. E poi, per quanto depressi, ansiosi, bulimici, fobici,
tossicodipendenti e altro, i suoi abitanti sono almeno
sufficientemente alimentati. Anzi sovralimentati. Ben vestiti e
protetti in abitazioni confortevoli, automuniti, tecnologicamente
armati per affrontare una comunicazione globale. Ma non per
sentirsi felici a casa propria. Non soffrono più di depressione
da ‘carenza concreta’ – detta altrimenti ‘povertà’ –
ma soffrono per la depressione morale, per la de-privazione di
valori immateriali, soffocati da quelli materiali. Un pasticcio
ridicolo, se non fosse drammatico.
La
crescita, quando è caotica, condizionata dall’alto, incurante
del tempo e dello spazio, finalizzata agli interessi di pochi,
diventa tossica e non produce né serenità né senso reale di
sicurezza. Figuramoci la felicità. Eppure, sarebbe bastato così
poco per non arrivare a questo punto. Sarebbe bastata un po’ di
vera cultura, della conoscenza che ci hanno tramandato nei secoli
tanti uomini e tante donne capaci di riflettere sulla vita e sulle
vicende umane. A questa sorta di filosofia e psicologia perenne
hanno attinto di recente anche alcuni politici ed economisti,
ormai a corto di altre fonti per uscire dalla crisi in atto e
incombente. Ma i risultati non si apprezzano ancora. Che abbiano
frainteso qualcosa o che pensino di cavarsela a buon mercato?
Il
nono: la depressione è una reazione sana e naturale a eventi
dolorosi e in tal caso sarebbe patologico non manifestarla, almeno
per un periodo. E’ anche una reazione naturale quando le
condizioni esterne impediscono la realizzazione di progetti vitali
oppure quando non si riesce a dare un qualche senso alla propria
vita. Un ambiente inadeguato fa quindi male anche a chi sta bene.
Inoltre, la mancanza di valori interiori o di valori umani
condivisi può aumentare il disagio esistenziale. Va infine
agiunto che il sommerso della depressione che non approda a
nessuna cura è a tutt’oggi enorme e non quantificabile.
Tutte
queste condizioni sono abbbondantemente rappresentate nella nostra
attuale società e nessuna ha realmente a che fare con la concreta
povertà. Eccetto le istigazioni onnipotenti a diventare ricchi e
famosi senza sforzo, alimentate dai media e dalla criminalità. In
tal caso la depressione per il mancato successo è secondaria a
un’aspettativa irreale. Da non dimenticare alcune curiose
depressioni dopo clamorosi successi, interventi chirurgici di
abbellimento, vincite alle lotterie.
Il
decimo: le ‘pratiche del meno e del piccolo’. Se entrare nel
lato oscuro della crescita ci facesse desiderare una maggiore
semplificazione e sobrietà nelle nostre vite, se ci permettesse
di valutare qualche perdita in senso anche liberatorio e di
riconquistare tempo e spazio vitali, allora forse l’idea della
decrescita starebbe illuminando nuovi possibili atteggiamenti in
noi e nuovi potenziali stili di vita.
Più attenti al dettaglio, più devoti alla cura, più
essenziali, più consapevoli del valore e della qualità di ciò
che sentiamo, pensiamo e facciamo. Meno ossessionati dalla quantità
e dalla visibilità esterna. Meno apparire e più essere, insomma.
Non
so quanto possa servire alla descrescita, anche all’interno di
una riflessione critica sulla società contemporanea, chi ancora
snobba o ironizza su questa pratica quotidiana del piccolo,
dell’adesso, di quanto è possibile fare da soli, in piccoli
gruppi. per ritrovarsi e collegarsi poi a un flusso più grande.
Continuare a credere che parlare delle idee basti s
materializzarle o che le differenze siano soprattutto nelle parole
è un residuale gioco dell’apparire, vuoto di sostanza,
esattamente l’opposto di ciò che la decrescita dichiara di
volere. Le differenze si devono toccare con mano, devono
presentarsi come modelli reali e possibili. Infatti, qualunque sia
il livello in cui si opera per lavoro o per impegno volontario,
nulla può esentarci
dall’assunzione di responsabilità verso l’ambiente
circostante, umano e naturale, l’unico che, momento per momento,
ci è dato di prima mano.
Non
è onesto definirsi ambientalisti e dichiarare di amare la natura
se poi si fanno seccare i vasetti con le piante sul proprio
balcone. Non si possono lasciare soli i propri figli per ore e
senza mediazioni davanti alla tv, perché nel frattempo si sta a
tenere lezioni e conferenze sui danni della tv. Non si possono
sbandierare i problemi del consumismo continuando imperterriti ad
acquistare di tutto, lasciandosi imbonire dalla pubblicità e
dalle rassicuranti seduzioni del lusso e del superfluo. E così
via. Ovvero si può, certo che si può, visto che – ecco una
grande menzogna collettiva – così fanno tutti, a qualsiasi
partito politico appartengano.
Chi non si omologa si vede, si
distingue: di solito è chi viene guardato con sospetto,
negativamente stigmatizzato o ignorato da entrambe le grandi
fazioni, destra e sinistra, unanimi, unite ancora nel grande mito
del progresso illimitato, del successo mediatico, del salotto
buono, della maschera ‘felice’ e ‘ottimista’, con dietro i
volti inquietanti dei giovani sofferenti, delle donne rifatte
fuori e annientate dentro, degli anziani ben curati negli ospizi
di lusso o dalle badanti straniere.
Perché
non si può, non c’è tempo per aver cura di chi amiamo, mentre
andiamo a occuparci del futuro del mondo, dell’economia che ci
farà sopravvivere, o addirittura dei diritti umani…
Ci
sarà abbastanza coraggio in giro, in chi ha visto il lato oscuro
della crescita e guarda alla decrescita con simpatia, per non
sobbalzare leggendo questo testo antico, così paradossalmente
attuale?
Lascia
che esistano piccoli paesi con pochi abitanti.
Lascia
che essi non usino
macchine
complicate.
Lascia
che pensino alla morte in modo
che
non si allontanino troppo dal luogo natale.
Se
ci sono barche e carri,
fai
in modo che non ci sia motivo per prenderli.
Se
ci sono armi,
fai
in modo che non ci siano occasioni per utilizzarle.
Fai
in modo che le responsabilità degli abitanti
siano
così poche che essi possano
ricordarsene
annodando una cordicella.
Lascia
che si godano il cibo.
che
siano contenti delle vesti,
che
siano soddisfatti delle case,
che
traggano piacere dalla loro abitudini.
Anche
se il paese confinante fosse così vicino
da
udire l’abbaiare dei cani e il canto
dei
galli, fai in modo che il popolo
invecchi
e muoia senza sentire il bisogno
di
visitarlo.
Lao
tzu
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