Chiunque
abbia visto lo splendido film di Jason Reitman, Thank
you for smoking, può avere un’idea dell’enorme capacità
persuasiva di uno spin doctor. E’ quasi automatico per lo
spettatore paragonare Nick Nailor, il camaleontico e persuasivo
protagonista del film, agli antichi retori, a coloro che, secondo
un famoso adagio della sofistica greca, erano capaci di garantire
il successo al “discorso peggiore” su “quello migliore”,
ai padroni assoluti della persuasione, gli stessi che da Pericle a
Quintiliano avevano permesso ad intere classi dirigenti di
manipolare la volontà delle masse, di trasformare quella che era
l’opinione pubblica, e quindi politica, della città antica. Nel
mondo contemporaneo, dove il politico è proposto e venduto come
prodotto commerciale, come un qualsiasi oggetto di consumo,
l’arte manipolatoria dell’opinione pubblica converge su un
unico soggetto: il cittadino consumatore. Per questo non
costituisce azzardo immaginativo accostare la figura di un Karl
Rove, principe degli spin doctors, prezioso consigliere di Bush
Jr., a quella di un Nick Nailor, smaliziato e scaltro “venditore
di fumo”.
Ma
cos’è in concreto lo spin doctoring? Bosetti ce ne fornisce una
definizione sintetica ed efficace: <<L’attività
esercitata dai politici per lo più attraverso consulenti, che
consiste nel comunicare le cose in modo favorevole a sé stessi e
cercando di nuocere ai propri avversari, “dando l’effetto”
alle informazioni, come si dà “l’effetto” alla palla da
tennis, nel ping pong o anche nel calcio, dovunque ci sia una
palla >>. O ancora come le particelle subatomiche nella
fisica quantistica, si potrebbe aggiungere. Risultato? Bush e
Berlusconi, con un sapiente uso dello spin, evitano di
giustificare l’uno l’intervento in Iraq alla luce
dell’evidente mancato coinvolgimento di Saddam nelle stragi
dell’11 settembre o nella costruzione di armi di sterminio, e
l’altro il proprio comportamento di fronte alle specifiche e
documentate accuse formulate dalla magistratura. L’uno vince
insperatamente le elezioni, e l’altro le perde per un soffio,
nonostante in entrambi i casi i re siano nudi.
Esempi
emblematici questi di un’attività manipolativa che ha sullo
sfondo, come sinistro baratro incombente, la spirale del silenzio, il famoso fenomeno degenerativo
dell’opinione pubblica diagnosticato da Noelle Neumann negli
anni ’60, e che allo stesso tempo si nutre di metodiche e
tecniche estremamente sofisticate. Un repertorio, un prontuario,
un protocollo del mondo informativo che Bosetti ci disvela,
facendoci entrare dentro la fabbrica della notizia, della sua
manipolazione e della sua pubblicazione selettiva. Un fenomeno che
viviamo tutti i giorni nei titoli di testa dei telegiornali e
sulle prime pagine dei quotidiani, dove l’allarmismo su
immigrazione e microcriminalità (vedi decoro urbano) viene
sapientemente alimentato per orientare favorevolmente l’opinione
pubblica verso scelte restrittive in termini di libertà e
solidarietà.
C’è
però un mezzo, o meglio un media, senza il quale l’opera degli
spin doctors sarebbe impensabile: la televisione, la moderna
televisione commerciale, quella del flusso continuo, dei reality,
dell’ibridazione fra realtà ed iperrealtà. L’oppio mediatico
è effetto, causa e nutrimento dello spin. Ha il potere di
“indicizzare” il palinsesto informativo, orientandolo in
favore del potere e del proprio referente. Un agenda setting, quella dei media televisivi utilizzati dagli spin,
che disarticola e disattiva i fatti nella loro potenzialità
formativa nei confronti del pubblico, utilizzando una semplice
inversione di priorità, e costruendo allo stesso tempo una
iperrealtà cogente ed assimilabile a quella analizzata da
Baudrillard. Un’ibridazione questa, fra reale ed iperreale, che
sarebbe impensabile senza quell’avvenuta trasformazione della
società in senso consumistico, secondo quanto preconizzato e
diagnosticato ai suoi albori da Pier Paolo Pasolini, giustamente
citato nel libro. Un’omologazione culturale che ha eliminato le
subculture e le tradizioni, producendo un esperanto
comportamentale, oltre che linguistico, che la televisione mette
in scena a flusso continuo. E non è un caso che la crisi della
televisione concepita come servizio pubblico, crisi sancita dal
successo del duopolio Rai – Mediaset, sia intervenuta
nell’epoca della globalizzazione, che segna la crisi dello stato
nazione, così come era emerso nel corso del Novecento.
Sarebbe
però riduttivo interpretare il lavoro di Bosetti, acuto
osservatore e studioso dei media, come analisi, puntuale e lucida,
delle attuali tecniche manipolative offerte ai moderni retori dal
mezzo televisivo. Il suo libro parla anche e soprattutto del
processo degenerativo della politica, di quella crisi di
rappresentanza che anima l’attuale dibattito sulla democrazia.
Non solo quindi la diagnosi di una bizantinizzazione del politico,
che lo incapsula in un involucro di immunità, di intangibilità,
simile all’aureola che circonda la testa dei sovrani bizantini
ritratti nei mosaici medievali, ma anche analisi della crisi che
attraversa oggi la democrazia. Perché anche una cittadinanza
continua ed attiva non può conseguire successo in assenza di una
capacità informativa diretta ed autoprodotta. La delega che
caratterizza la rappresentatività nelle democrazie contemporanee
non pertiene più alla sola sovranità. Anche la sfera cognitiva
è delegata al leader. L’elettore si è trasformato in
spettatore e consumatore, ed è elettore solo in quanto spettatore
e consumatore.
Per
questo la fase del controllo, della verifica sull’uso che il
delegato fa della sovranità affidatagli rappresenta la sfida
autentica a cui sono chiamate oggi le democrazie. Tutto però
viene compresso e trasformato dalla esplicita deriva consumistica
delle società contemporanee. Viene da chiedersi quale riscontro
avrebbe oggi un governo che abolisse il consumo di propellenti
fossili, che invitasse ad una moderazione dei consumi, che
proibisse gli sprechi, quale reazione susciterebbe un governo che
remasse contro il gioco consumistico. Inquadrare il problema della
retorica politica, dello spin se vogliamo, nell’ambito di una
ridiscussione ab origine della democrazia e dell’attuale modello
di sviluppo diventa un criterio irrinunciabile, mentre appare
limitativo auspicare una rivitalizzazione nel solco della
democrazia liberale. Da questa prospettiva, la proposta finale
dell’autore, quella di curare la televisione con la televisione,
di usare il media televisivo per smascherare lo spin ed inoculare
un vaccino agli spettatori, sebbene affascinante, non sembra
offrire una valida proposta oppositiva alla diade TV – società
dei consumi. Il loro è un linguaggio comune. E’ molto più
influente per la formazione dell’opinione un reality, uno spot
pubblicitario, una soap, piuttosto che un telegiornale infarcito
di “effetto”. Anche un’eventuale rottura, per quanto forte e
simbolica, del flusso si perderebbe nell’apatia indotta dal
flusso stesso. Se all’indomani di una qualsiasi inchiesta di
Report non è dato registrare dimissioni o confessioni pubbliche,
è anche vero che le strade rimangono disertate da manifestanti e
contestatori. Quegli scandali vengono sapientemente sommersi dal
monotono flusso del media televisivo e dal compente lavorio degli
spin doctors.