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recensione
di Enrico
Pietrangeli
C’è
un’insolita lettera che irrompe nella vita di Fernando, un
passato che ritorna, in qualche modo sopravvissuto e che nella
forma romanzo diviene presente stratificandosi in una dimensione
surreale.
L’ideale
di un amore che resiste e pertanto sussiste, dilaniato dalla
guerra ma non nelle sue percezioni, semmai assopito anzi,
paradossalmente alimentato da quella ineluttabile separazione,
un “tempo perduto” che si concretizza nel ricordo, presente
onirico che riveste di un’aura epidermica il protagonista,
quella del vivere l’ideale senza condividere una più
accertabile quotidianità, quanto più facilmente si adagia e
compromette nel bivio di un binario morto, di quel che avrebbe
potuto essere e non è stato.
Fernando
e Rossana, così diversi culturalmente e prossimi nel sentire,
probabilmente non avrebbero avuto altro da eternare se non
quanto lo stesso destino aveva loro riservato. Destino che
ricorre nel romanzo, tanto da assumere il ruolo portante di un
invisibile demiurgo a cui nulla serve opporre resistenza.
Un
fato che, alla soglia della terza età, continua a riservare
sorprese lasciando impresse le sue orme nella comune necessità
di dare un senso alla vita.
Fernando
ne verrà appieno investito tramite l’inaspettata e tardiva
missiva di Rossana, quella che ne suggellerà la morte lasciando
allo scoperto il frutto di una lontana e mai appassita stagione
dell’amore.
Amore
che diviene anche atto di fede, “contadino che sparge sementi
nel cuore”. Capitoli brevi, scorrevoli ed essenziali.
Strutturato
con spaccati storici, che ciclici ritornano assecondando il
flusso di coscienza di Fernando nel percorso formativo della sua
esistenza. Dapprima velata e poi sempre più manifesta e
macchinosa, la sequenza dei provvedimenti antisemiti accompagna
le vicende amorose di Fernando e Rossana accrescendo paure nelle
loro coscienze già inorridite, fino all’epilogo della guerra
per arrivare oltre, alla tristemente nota occupazione nazista di
Roma.
Emergono
anche i germi dell’esaltazione del matrimonio e della
“famiglia unita e prole numerosa”, stereotipi mussoliniani
reincarnati nel bipolarismo catto-fasciocomunista, sottoposti
alle falcidiate della guerra prima e decodificati poi attraverso
l’implosione della famiglia nella cronaca odierna. Nei
dialoghi compare anche Nietzsche, non solo come modello
educativo, teso ad immortalare il mito, ma anche come oracolo
della condizione sentimentale dei due protagonisti, poiché
“ogni cosa è già avvenuta e avverrà nel futuro”.
Rossana,
che è nata in Italia, è figlia di un giornalista
americano.
Ambientato
a Roma, in un’epoca in cui si respira un’aria sempre più
prossima alla guerra, questo romanzo palesa l’identità
culturale italiana rappresentando la diversità dei costumi
familiari della donna, così lontani dal nostro provincialismo
e, soprattutto, da Balilla e Azione Cattolica.
Le
ferrovie fungono da collante tra narratore e protagonista visto
che anche Fernando verrà assunto, grazie allo zio Filippo, come
casellante (con la morte del padre carpentiere, la figura dello
zio Filippo sopperisce alla figura paterna vestendo i panni di
allineato al regime della prima ora).
Lì,
tra un treno e l’altro, si consumeranno gli ultimi fugaci
incontri tra i due innamorati, incluso un austero, ma intimo e
felice, capodanno trascorso insieme. In questo stesso luogo
ricorre ancora, in chiave evocativa, il ruolo paterno, quello di
Carlo, l’anziano ferroviere prossimo alla pensione.
Libro
che “nasce da un incontro”, come chiarisce l’autore, dove
si rilevano ascendenze stilistiche americane ma prevale una
prosa poetica che risente di un registro monocorde, talvolta
prossimo al sentimentalismo sebbene capace di spessore e in
grado di proiettare un’esistenza sullo schermo della grande
storia.
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