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a
cura di Enrico Pietrangeli
Romanzo
appartenente al filone dark-esoterico, colto e coinvolgente,
capace di suscitare adeguate sensazioni al genere sebbene non
privo di ridondanti pieghe.
Sintesi
dell’altro libro, quello che narra e contiene, del colore
alchemico sprigionante la “Vera Forma”. Forma che sradica il
dubbio come pure la stessa esistenza.
Un libro che,
misteriosamente, viaggia per essere recapitato a Nora Daren, la
protagonista, per poi, attraverso un ancor più indecifrabile
traghettatore, evitare puntualmente scaffali e catalogazioni
attanagliando nuove vite per rendere altrettante fulminanti cognizioni.
Libro, dunque,
ermetico e persino sinistro, nondimeno mistico e intriso del
sangue del martirio, del vivere versato nella coppa
dell’oblio, quella del pittore Vincent Daren, dove “la realtà
plasma, devia, cambia” la ricerca della “Vera Arte”.
L’“idioma cromatico” che ritorna al caos, alla sua
origine.
Lui è un
artista divenuto cieco che non indugia a evocare Baudelaire
esortando a “ubriacare l’anima” per tornare alla “Vera
Forma”, ma resta ossessionato dai ricordi, imbrigliato in una
lotta col sentimentalismo per affermare un’ostinata volontà
di annichilimento del reale.
Anacoreta
nell’isolamento del sé dal mondo, sembrerebbe vivere i suoi
ultimi giorni sotto una sperduta montagna francese per lasciare
definitivamente il
corpo, il suo supplizio, chiave di una trascendenza
maniacale, turbata, possibile frutto di remoti traumi
infantili.
Emerge una
follia rivelatrice, qualche retrogusto alla Polanski, ma anche
accertate radici nella tradizione del noir ottocentesco con
tanto di risvolti filosofici. Libro paradossalmente
provvidenziale e nondimeno esiziale. Forma diaristica che
ingloba un giallo a tema.
Qui la morte
è altresì taumaturgica per quanto contenuto nelle pagine, una
forza personificata nell’inquietante ed altrettanto
imponderabile presenza dell’ “uomo normale” e la sua
“margherita” che si perpetua ovunque.
Libro che
compare e sparisce per poi di nuovo divenire altrove, estremo
consolatore, possibile forma di ricongiungimento alla coscienza
primordiale nel delirio, chiusura del cerchio, consapevolezza di
salvifiche emozioni. Monade che oltrepassa “il corpo”
nell’atto estremo celebrato nel suicidio, “Vertigine del
Grande Salto”. Se “la realtà rende immortali le azioni
scandite in un tempo che è già storia”, “l’Attimo di
Eterno è in noi, ma non riusciamo ad afferrarlo”.
“Lo stridor
di denti”, citazione di una parabola del Vangelo secondo
Matteo, conduce Nora da Padre Adolfo, delimita l’inferno
relegandolo alla paura dei sentimenti. Ma sarà soltanto dopo la
morte della ragazza che il sacerdote verrà, a sua volta,
travolto da quelle inafferrabili pagine mai tradotte dal
francese. Qui si susseguono, nella trama, i pochi tratti di un
ordinario poliziesco, col libro sottratto da un presunto
impostore e un’indagine con risvolti palesemente
grotteschi.
Con Padre
Adolfo resta il dubbio, o piuttosto lo si elude attraverso la
fede, ciononostante si percepisce tutta l’energia che lo
scaraventa ad una condizione pre-esistente. Una monade che
rifugge il ruolo demiurgico del mondo, mummifica ogni dinamica
di ciclicità immanente introitando l’immaginifico in luogo
del reale, e, nell’annullamento, ritrova l’entità assoluta
constatata e contrastata, azzerando, di fatto, il varco
iniziatico aperto con la creazione.
Notevole è la
caratterizzazione psicologica dei personaggi che, soprattutto
nella seconda parte, è posta in risalto attraverso la figura di
Verena, la cinica sopravvissuta che diverrà sigillo
dell’intera vicenda aprendo prospettive per ulteriori scenari,
tutti ancora da scrivere e dove, soprattutto, nel culmine delle
cose tutto è ancora possibile.
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