RECENSIONI             

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Battista 

Infinito e bestia

Libertà Edizioni

 La letteratura, come la filosofia e la poesia, attraversa i grandi temi umani relativi ai problemi esistenziali e, direi, se ne ciba. 

Senza questo banchetto spirituale non esiste letteratura, ma soltanto un gettito disarticolato di parole inefficaci e uggiose, talvolta addirittura nefaste. Esiste un genere letterario che più di altri possa assolvere tale gravoso ma inevitabile  compito? Assolutamente no. 

Inutile rifarsi a modelli collaudati, esaltare gli Autori del passato come inarrivabili, affidare a filoni particolari la veicolazione dei valori e dei contenuti. Ogni epoca storica ha i suoi modelli comunicativi, il linguaggio, le seduzioni e, perché no, le proprie mode espositive. 

Chi avrebbe pensato che potesse esistere un Asimov nel Rinascimento? 

Molto spesso la critica parte da posizioni preconcette per decodificare un testo letterario e confina entro etichette di poco smalto le scritture che non paiono abbastanza fedeli a stili ormai consolidati. Così facendo si compie un illecito storiografico, ma soprattutto si manca di rispetto all’Autore. Perché, non dimentichiamolo, ogni Autore è e deve essere prima di tutto figlio del suo tempo, altrimenti è uno sterile imitatore, un rifacitore di fronzoli. 

Che debba “superare" il proprio tempo, per giungere a risultati metastorici, questo è altro discorso e si mette immediatamente in relazione col suo talento, col genio, con le possibilità tecniche. 

Questo ampio preambolo è per preparare il lettore all’impatto con la scrittura di Marco Battista. 

Qualcuno, col palato abituato alla lettura di Cechov, di Verga, del buon Ottocento, insomma, potrebbe esserne sconcertato. 

I racconti brevissimi e condotti in maniera secca e disinvolta, che sfruttano l’urto di un linguaggio aspro ed essenziale, le situazioni grottesche ed esasperate, sul confine tra surrealismo-macabro e letteratura gotica del preromanticismo nordico, sbalordiscono ogni schema mentale del lettore e richiedono subito un adeguamento dei  suoi canoni interpretativi. 

In fin dei conti lettura da non farsi sotto l’ombrellone. 

Lettura che ci costringe ad andare avanti non per vedere “come va a finire”, ma per scoprire sotto la copertura dell’immagine al “noir”, sotto il velame dell’assoluta metafora quali sono gli stimoli che ci provengono dal mondo interiore dell’Autore. 

Prendiamo ad esempio il racconto “Onesti lavoratori” che è il primo della prima parte del libro (Memorie Allegoriche). 

Vi si descrive la preparazione di un patibolo, da parte di onesti lavoratori in casa di un tizio, un uomo. Ma chi sono questi onesti lavoratori? 

Ecco la prima domanda. 

Tutti noi, forse? i Giusti? i Lavoratori evangelici della prima ora? la Società? l’Ideologia? 

Si presentano come usurpatori, con aria truce, rivestiti della loro sporcizia, del loro turpe mestiere di apprestatori di morte? 

No, di certo. 

Sono gentili, educati, belli, puliti. Introducono con se stessi, in quella casa, la prima trappola, la prima violenza, tanto più violenza quanto meno riconosciuta, dal momento che il padrone di casa è a sua volta gentile, offre addirittura il caffè. 

E il padrone di casa chi è? 

Ha anch’egli le sue responsabilità nel sopruso che sta per subire? Perché li ha lasciati entrare? Perché si è fidato; è bene o male fidarsi degli altri? Dov’è il confine, borderline tra fiducia e dabbenaggine? 

Procedendo nella lettura si giunge infine a dipanare il senso di una vicenda che sembrava essersi fermata allo stazionamento del non-sense. 

Il senso sta nella ricerca faticosa e profonda della libertà, valore umano fondamentale. 

Marco Battista, anche se spesso racconta in prima persona e rivela ampiamente il suo patrimonio ideale, è ben lontano dal configurarsi quale scrittore autobiografico, o dal presentarsi come “guru”; tantomeno è interessato alla ricerca psicologica che ha permeato  molta letteratura novecentesca. 

A lui interessa porre di fronte al lettore il mondo delle domande, ossia fargli immediatamente incontrare la filosofia nella sua forma più autentica: quella inquisitoria (socratica). 

Le domande piovono addosso a chi legge come fossero uno tsunami; nascono dai primi forti sbalordimenti e vanno avanti incalzando criticamente ogni risposta in un gioco di luci e di ombre, di conferme e smentite che è lucido e misterioso come il più avvincente degli intrighi classicamente “gialli” e polizieschi. 

Nella seconda parte del libro (Infinito e bestia) l’Autore pare portare alle estreme conseguenze  il suo acrobatismo allegorico. 

In “Decomposizione” il primo piano di lettura ci spinge a interpretare il crollo dell’umanità nel personaggio come crollo fisico. La vecchiaia che conduce alla morte avanza a poco a poco nel nostro corpo, anche quando non lo sappiamo e ci sentiamo giovani. 

Ma il secondo piano di lettura risulta più inquietante: il crollo è etico. 

E’ il corpo  dello spirito che si sgretola e cade a pezzi e noi, sebbene spaventati, riusciamo a farcene una ragione e  crediamo di aver salvato almeno gli occhi, ossia crediamo ancora di avere intatta la capacità di vedere e di giudicare.

Al fondo dell’abiezione c’è sempre dell’arroganza. O forse non è arroganza, è l’indistruttibile dignità umana? 

Ma esiste un ultimo modo di interpretare il racconto, ed è il più angosciante. 

La decomposizione dell’uomo è un fatto esistenziale, una verità filosofica. L’uomo non può esistere che come puro fenomeno e in quanto tale è votato alla solitudine e alla totale scomparsa, destinato a perdere quell’apparenza di essere che pensava di possedere. 

Il suo atto ultimo è la morte che egli accetta con dignità, ma che è derisa dall’Essere, guardata da occhi ciechi con ostinata cattiveria.  

Il tema della morte compare spesso nell’opera di Battista  e ci pare possa essere isolato quale tema fondamentale intorno a cui tutti gli altri ruotano, ed è sempre un argomento crudo, affrontato con la crudeltà di una rabbia che sembra non arrestarsi di fronte ad alcun limite, come se si volesse penetrare la morte aldilà di ogni impedimento o freno, in una follia di conoscenza totale, di annichilimento che può condurre perfino alla perdita di senso nella necrofilia. 

Amarezza, tragicità, disperazione. 

In trasparenza affiora la forma mentis esistenzialista che ha formato nei secoli, prima di concretizzarsi nella corrente filosofica post-romantica, le più grandi anime mistiche dell’umanità, i santi di tutte le religioni, i geni come Platone, Plotino, s.Agostino, s. Anselmo e la Scolastica. 

Perché la domanda fondamentale, prima di tutte le altre che l’uomo si pone è “Cos’è l’Esistenza?”.  

Battista non fornisce messaggi, ci lascia soli di fronte al deserto delle domande più spiazzanti. Ci rispetta. Evita l’imbonimento, l’indottrinamento, la trasmissione di valori. E non perché finisca anche lui nel calderone del tutto facile, tutto va bene, basta che respiriamo e non disturbiamo gli altri. 

Battista usa il pungolo della ragione seppellita e nascosta, proprio quella che tocca a noi trovare. 

E’ faticoso, certamente. Ma è l’unico modo per “esistere” veramente.

Elettra Bianchi      

      

  

 

  

 

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