RECENSIONI             

 

 

 

 

 

 

 

La Bambola di Solange

di Ornella Fiorentini

 

Margherita Delle Vacche 

Quanti significati e quanti ricordi si possono nascondere dietro una bambola? 

Un oggetto dalla grande carica simbolica che richiama inequivocabilmente il genere femminile. Ogni donna può perdersi nei ricordi e nei significati che una bambola può evocare, restando nel mondo della realtà o sfociando in quello surreale.

E proprio su questo filo fra mondo reale e onirico si muove Ornella Fiorentini con il suo ultimo romanzo La bambola di Solange, pur non rinunciando ad uno stile noir che la porta a raccontare la storia di Nadia Navarra, un’istroveneta che non ha mai posseduto una bambola. 

Una donna in fuga dall’Istria verso l’Italia, terra natale della nonna paterna capace di trasmetterle l’amore per questo paese che Nadia riesce a raggiungere solo da adulta e dove finalmente può ricostruirsi un’identità, se pur con l’inganno. 

Ma la vita della protagonista non si libera mai dal passato, i ricordi e i sensi di colpa riemergono per perseguitarla, mentre il suo destino si intreccia con quello di un’antica bambola ritrovata da un archeologo durante uno scavo.

La narrazione fa delle incursioni nel mondo surreale per raccontarci le storie di spiriti buoni e malvagi, di spettri che aspettano di tramutarsi in angeli e di anime pronte per rincarnarsi. 

Un mondo metafisico dove ritroviamo una bambola che ancora una volta ha il potere di segnare il destino di molti protagonisti, anche se rappresentati da spiriti, che però non possono liberarsi dalla continua ricerca della identità perduta, spinti da una struggente necessità che la morte non ha potuto placare.

La ricerca dell’identità è il tema principale del romanzo che si snoda fra la Croazia, Venezia, Ravenna ed il mondo degli spiriti, toccando molti temi reali, come la tragedia delle foibe, la dittatura del generale Tito o la storia, spesso tragica, della comunità Rom.

Leggiamo nell’introduzione di Francesca Romana Letta e Angelo Melchiorre: “Ornella Fiorentini, quindi, ci invita ad un atteggiamento interiore più profondo, alla luce del quale l’esistenza ed il Tutto svelano ai nostri occhi una dimensione spirituale articolata, ma unitaria. Unitaria come la psiche dell’uomo, dove passato presente e futuro s’intrecciano  in una costante internazionale”.

Scrive Paolo Cutrì nella Prefazione: 

Quando si vive in una terra di frontiera, in un luogo dove vengono perpetrati soprusi ai danni dei più deboli, dove coloro i quali non appartengono ad una determinata fazione politica, nel nostro caso il regime istaurato da Tito, e gli uomini vengono gettati nelle foibe, come era accaduto agli italiani parenti di nonna Bragadin nel maggio del ’43, allora si è costretti ad allontanarsi, per non essere alla stregua di chi detiene con arbitrio il potere, passando gran parte dell’esistenza nella ricerca di una nuova identità, proprio perché lontani da quelle radici, infestate da un governo tiranno. 

E’ sottile e continua la paura che scivola fra le parole, quasi cinematografica, come una lama affilata sulla pelle. Incute nei personaggi uno strano senso di costrizione, di opposizione e di sottomissione agli eventi.”.

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Manidistrega, che dedica molte delle sue energie alla letteratura al femminile, pubblicando autrici che privilegiano trame con protagoniste donne.

Margherita Delle Vacche

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Ornella Fiorentini ha pubblicato altri tre romanzi noir, molti racconti e poesie. E’ laureata in arte al D.A.M.S dell’Università di Bologna ed ha vissuto in molti luoghi diversi che hanno arricchito la sua già ricca fantasia, infatti, ha trascorso alcuni anni in Brasile, in Tailandia, in Tunisia, in Danimarca e in Croazia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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