Un
supermercato, un ipermercato o un centro commerciale, a
qualunque latitudine o longitudine del pianeta rappresenta oggi
la centralità templare per la nuova fede ecumenica del consumo,
e costituisce una sorta di paese della cuccagna, un’isola
d’utopia se confrontato con la realtà del mondo premoderno.
Una ricchezza d’offerta che determina la vera distinzione fra
la civiltà dei consumi e quelle che l’hanno preceduta.
In
prossimità delle feste di fine anno questo gap diacronico, questa cesura epocale diventa ancora più
percepibile. Gli scaffali delle “aree templari” votate al
consumo si riempiono di prodotti alimentari destinati alla
celebrazione di una presunta tradizione: panettoni, pandoro,
torroni ecc. Prodotti veicolati e imposti all’immaginario del
consumatore ad opera di una propaganda pubblicitaria
essenzialmente televisiva. Pubblicità che proclama
incessantemente tradizione e originalità, ovvero identità,
caratteri che al contrario mancano per definizione alla società
dei consumi.
Un’offerta
alimentare fondata anche su di una omologazione del gusto, una
tabula rasa della tradizione, vera unica nemica del capitale
secondo Max Weber. Eppure il gusto ha subito nel corso della
storia trasformazioni e determinazioni legate da una parte alle
condizioni di produzione e raccolta del cibo, dall’altra ad
una specificità sociale, di ceto: la rarità ed il costo sono
stati sempre il parametro formativo del gusto per le classi
dominanti, l’abbondanza e la facile reperibilità lo sono
state invece per le masse contadine e di lavoratori in genere.
Nel
medioevo erano le spezie a determinare la ricchezza di un piatto
e quindi la sua pertinenza alla cucina aristocratica.
Paradigmatica a questo proposito è la parabola rappresentata
dal pepe e dalla sua fortuna. Già spezia prediletta dai romani,
ampiamente citata dal ricettario di Apicio, nel basso medioevo
caratterizza la mensa nobile, proprio in virtù del suo alto
costo. Con l’aprirsi di nuovi mercati nel Levante e con il
loro metodico sfruttamento da parte dei mercanti veneziani, il
pepe diventa spezia di facile reperibilità, con conseguente
deprezzamento. In virtù di questo fenomeno le classi dominanti
ne abbandonano l’uso, preferendogli altre spezie, come la
meleguetta. Il pepe passa così alle ricette popolari, una
profusione di bacche nere nei piatti più umili che ancora
sopravvive nei ricettari delle nostre tradizioni regionali.
Anche
il cibo però marcava le differenze sociali. La tradizione
medica e la dietetica stabilivano, sin dall’alto medioevo, la
necessità per l’aristocrazia di cibarsi con cacciagione da
piuma: gli uccelli, solcando il cielo, la parte più nobile
dell’orbe, costituivano per natura l’alimento più adatto al
ceto eletto, quello più vicino all’empireo. Al contrario si
confacevano alle masse contadine cibi “pesanti”, come pane,
legumi ecc., proprio in virtù della pesantezza dei lavori a cui
erano soggette.
Tracce
di una simile distinzione si possono rinvenire anche nella
mescolanza di dolce e salato tipica di tutta la cucina
premoderna. Il dolce per secoli è stato associato alla mensa
nobile, e questo ancora una volta per motivi economici. Lo
zucchero, ritenuto una spezia, era disponibile infatti solo per
cucine ricche. Per questo tutta la culinaria aristocratica
prevedeva la sua aggiunta in preparazioni magari già
caratterizzate dal salato o dall’agro, dando vita a quella
predilezione per l’agrodolce, già tipica dell’alta cucina
romana, che caratterizza le mense nobiliari fino alla soglia del
XVII secolo. Il dolce, quale tratto distintivo del gusto
aristocratico, era tipico anche dei vini riservati alle classi
dominanti. Il tockai ungherese era prodotto per le cantine della
nobiltà russa, e lo Zar aveva destinato un intero reggimento di
cosacchi per il trasporto di questo prezioso vino da re.
Medesima funzione assolveva il Picolit friulano per
l’aristocrazia asburgica.
Il
salato al contrario caratterizzava la tavola contadina.
D’altronde il sale era fondamentale per una cucina che doveva
provvedere al sostentamento in regime di carenza, determinata
dalla stagionalità oltre che dalla povertà. Il sale era
ingrediente essenziale per la conservazione delle carni di
maiale, sotto forma di insaccati o di prosciutti, o per la
preparazione di formaggi. Una carenza alimentare di fondo
determinata anche dalla modalità di approvvigionamento. A
partire dalla fine dell’alto medioevo, diciamo dall’XI e XII
secolo, in Europa si verifica una trasformazione profonda delle
condizioni produttive a scopo alimentare. L’economia di
sussistenza fondata sull’uso collettivo delle foreste, con la
prevalenza di selvaggina e di frutti silvestri sulle mense,
anche e soprattutto contadine, cede il posto ad una sorta di
privatizzazione operata dall’aristocrazia feudale sulle aree
boschive. E’ a partire da questa epoca che alcuni cibi
acquisiscono valore simbolico, dal punto di vista sociale. Pane
e formaggio divengono qualificanti per il ceto contadino: il
pane, prevalentemente in forma di pagnotta tondeggiante, cotto
una volta al mese e conservato per le zuppe, diventa il
fornitore principale di calorie, come il formaggio, sostituto
privilegiato per le proteine fornite dalla carne.
Questo
mondo finisce con il sorgere del capitalismo, preconizzato sulla
mensa dalla nascita della nouvelle cuisine francese nel XVII
secolo. La cucina diventa riproducibile nei ristoranti, privando
i palazzi nobiliari della sua esclusività. E sono i ristoranti,
sorti alla fine del XVIII secolo a Parigi e poi in tutta Europa,
a segnare la nascita dello stato borghese e quella di una
culinaria rivolta ad un consumatore pagante.
Oggi
la distribuzione delle risorse alimentari è sperequativa come
in passato, ma ciò non si traduce in una verticalità sociale,
quanto in una orizzontalità geografica. L’abitante medio dei
paesi industrializzati si colloca al di sopra di quello
costretto a sopravvivere nelle aree del sottosviluppo. La
produzione alimentare volta a soddisfare le moltitudini delle
gigantesche aree metropolitane viene allocata in paesi terzi,
dove la distribuzione dei prodotti è vincolata alle leggi di
multinazionali che di fatto controllano le economie nazionali e
commercializzano cibi già elaborati o completamente pronti. Il
consumatore al quale si rivolgono viene a trovarsi
nell’impossibilità, materiale e culturale, di perpetrare
tradizioni culinarie locali. La massificazione dei gusti,
appiattiti su di un unico profilo sensoriale per consentire alle
multinazionali dell’alimentazione di vendere i loro prodotti
sugli scaffali dei supermercati senza limitazione di frontiera,
annulla qualsiasi differenziazione sociale e culturale in
termini di gusto. La scomparsa della tradizione rende ogni
prodotto adatto al consumatore planetario. E’ questo il caso
della Coca Cola, o ancora dell’hamburger alla McDonald.
Anche
il recupero di cucine tradizionali, come quella giapponese,
cinese, mediterranea ecc. è funzionale alla riproduzione della
globalizzazione gustativa. Quelle cucine erano determinate da
condizioni economiche, esistenziali e culturali del tutto
irriproducibili. Si può anche mangiare rarità culinarie, sorta
di reliquie alimentari sopravvissute al tempo, e pensare in
questo modo di opporsi all’indistinzione consumistica, ma nel
farlo si è sicuri di trovare abbondanza di cibo nel
supermercato sotto casa e di non provare privazione. Un lusso
che le masse premoderne non potevano permettersi, perché
costrette a cibarsi di “pane nero” e di zuppe ricavate dai
frutti dell’orto nella continua lotta per la sopravvivenza.
Andare
a cena al ristornate indiano, giapponese, eritreo o egiziano,
costituisce un comportamento condiviso e apprezzato,
complementare alla frequentazione di corsi di salsa, tango o
altre danze tradizionali, o ancora corsi di meditazione
orientale ecc. Un insieme, un coagulo di aspetti rilevanti di un
soggetto, il consumatore moderno, che è disperatamente privo di
tradizioni e, in virtù della mutabilità e sostituibilità
identitaria della contemporaneità, può usarne e provarne
diverse, senza per questo essere costretto a fare una scelta
definitiva. Un corso di salsa o una cena egiziana non
costituiscono un impegno identitario a lungo termine, ma solo
una delle infinite identità che il caleidoscopio metropolitano
offre al consumatore. La merce, ovvero il carico sapienziale di
quella determinata tradizione, può essere sempre dimessa,
dall’oggi al domani, nel momento in cui dovesse comparire una
merce migliore, un’identità magari più alla moda. Se prima
la tradizione, nel significato antropologico di complesso
comportamentale finalizzato alla sopravvivenza, informava
l’interezza dell’essere, oggi diviene anch’essa oggetto di
consumo, lieve increspatura sull’oceano dell’omologazione
consumistica. Un processo trasformativo questo che per necessità
coinvolge i luoghi. Le città, un tempo luogo privilegiato per
l’elaborazione e la conservazione della tradizione, è ormai
un non luogo
culturale. Barcellona, Parigi, Londra, Praga, per limitarci al
vecchio continente, appartengono sempre meno al territorio
circostante, limitrofo, e sempre di più agli avventori
multiculturali che sopraggiungono con i voli low cost.
D’altronde per alimentare la sola popolazione metropolitana di
Londra non basterebbe la messa a coltura dell’intera Gran
Bretagna. Città quindi costrette alla dismissione delle
identità culturali.
Considerando tutto questo
forse sarebbe opportuno riflettere prima di abbandonarsi
all’orgia consumistica di fine anno. E magari considerare che
quel panettone nel nostro carrello della spesa appartiene ad una
precisa tradizione culinaria, alla grande famiglia dei pani
dolci, come il pan giallo, il pan pepato, il parrozzo ecc. Cibo
per definizione popolare, ovvero pane, nobilitato dalla dolcezza
in quanto destinato alla festività, a quella parentesi
d’abbondanza che, in occasione delle feste natalizie,
interrompeva per appena un giorno la quotidiana penuria
alimentare delle masse contadine. Una parentesi incomprensibile
per noi consumatori della contemporaneità, orfani di tradizioni
ed identità culturali.