Il
nuovo ed il vecchio, il passato ed il presente convivono
nell’universo onirico, fattuale e culturale della rete. Forse
mai nella storia dell’umanità uno strumento, una modalità
produttiva ha riprodotto in modo così fedele il nuovo ordine
sociale che ne ha determinato e facilitato l’insorgenza. Il web
e tutto il mondo tecnologico che lo costituisce riflette infatti
l’ordinamento a rete degli odierni processi produttivi
capitalistici. Non più una precisa e rigida gerarchia di tipo
fordista, ma una rete di produttori, professionalità e competenze
incapace di determinare con precisione un vertice, un centro. La
produzione telematica avviene in rete, ed in rete si danno le
attuali gerarchie, dove la governance sfuma nell’impalpabilità
di un fantasma. Un personal computer può essere progettato a New
Dehli, prodotto in parti separate a Singapore ed Hong Kong, per
poi venir assemblato in una maquilladora messicana. Impossibile
risalire ad un centro, ad una relazione certa fra gli attori della
produzione. Impossibile risalire all’ordine gerarchico del
lavoro sotteso al prodotto. Il capitale si è fatto volatile ed
ubiquo, viaggia in rete alla velocità della luce, dotato di
passaporto internazionale vietato agli umani.
La
produzione nell’epoca di internet si è quindi saldata con i
nuovi modelli
produttivi postmoderni, dove trionfano imperativi come flessibilità,
precarietà e determinazione temporale. Prevale l’uso di una
produzione intellettuale diffusa improntata all’emergere di una
classe di produttori usa e getta. Per questo la rete è specchio
fedele del modello attuale delle relazioni umane, sovradeterminate
dal consumo e dall’episodicità a questi legata. Ne costituisce
anzi un acceleratore, un volano, un propulsore. Il volume
informativo prodotto quotidianamente dal web produce un surplus
comunicativo. Un’iperinformazione che determina allo stesso
tempo assuefazione ed incapacità di giudizio. Un’accelerazione
che non concede tempo, spazio alla riflessione, che appiattisce
tutto nell’indistinzione. La nascita di un messia, oggi, si
perderebbe nell’infinito volume informativo del quotidiano, e
dura fatica dovrebbero sudare eventuali apostoli per far capire, e
non semplicemente diffondere, la “buona novella”.
L’inflazione informazionale infatti produce un corto circuito,
che inibisce la produzione di comportamenti.
Accanto
al nuovo convive però il vecchio. L’emergere a fenomeno
sociale, culturale ed economico del web ha infatti percorso strade
già note. Un solo operatore–azienda ha prevalso, fagocitando i
concorrenti ed agendo infine sul mercato in qualità di
monopolista. Una dinamica che qualsiasi giocatore di Monopoli
sarebbe stato capace di prevedere. La qualità utopica del libero
mercato, della libera concorrenza, ha fatto di nuovo mostra di sé
nell’immanente.
Un
processo di accentramento produttivo, finanziario e tecnologico,
che ha trovato terreno fertile in quell’area d’inflazione
informativa a cui si accennava. Gli spazi libertari che il web
apre al pensiero si riducono ad un grumo di colline semiaride,
circondate da un oceano di omologazione. Tutti i canali
informativi della rete sono controllati infatti dai grandi
network, gli unici soggetti capaci di diffondere ed articolare,
secondo un regime di monopolio, l’informazione. Fenomeni di
spontaneismo creativo, come You-Tube, Revver, Metacafé, Sumo TV
ecc., legati ad un nuovo modello informativo, autoprodotto,
vengono docilmente irregimentati ed incanalati. Di recente la BBC
ha siglato un accordo commerciale proprio con You-Tube, per la
creazione di un canale specializzato per la diffusione dei dietro
le quinte televisivi. Gli spazi per la diffusione di
un’informazione alternativa, come Indymedia, rimangono di fatto
inascoltati, immersi nella marea disinformativa. Per questo chi
auspica una rinascita democratica sotto gli auspici della rete
cade in un grossolano errore. Sono i costruttori dell’opinione
pubblica a determinare gli orientamenti del pubblico. La
e-democracy non produce nessun sostanziale mutamento
dell’opinione. Bush e Blair sono stati rieletti, nonostante
fossero comprovate le loro menzogne a proposito del casus belli
con l’Iraq. E questo mentre nel web le prove della loro mendacità
erano disponili e facilmente reperibili.
La
rete però non è solo specchio fedele e limpido delle forme
postmoderne assunte dal capitale. Lo è anche per il mondo
relazionale e sociale. Le possibilità infinite che è in grado di
fornire agli utenti per la creazione di identità ha alimentato le
pulsioni individuali per una poieutica identitaria. Gli ambienti
di Second Life pullulano di avatar,
ovvero di identità mutanti e virtuali liberamente scelte dagli
utenti del sito. Ambienti caratterizzati dalla proliferazione di
spazi dedicati alle pulsioni sado–erotiche, orientate
soprattutto su soggetti femminili o infantili. La precarizzazione
delle relazioni di genere si trasferisce in questa produzione
virtuale del porno che recepisce ed incanala insofferenze e
malesseri del mondo reale.
Identità
mutanti, precarie, facilmente sostituibili, secondo un modello di
continua manipolazione identitaria tipica della rutilante società
dei consumi. E che la rete sia figlia prediletta di questo modello
sociale è evidente anche nella sua smisurata offerta di techne. Un’offerta di professionalità ed arti fai da te che
riflette le declinazioni consumistiche del mondo fattuale. In rete
tutti, con le moderne tecnologie, possono diventare musicisti,
registi, fotografi, giornalisti. I prodotti di questo brico
culturale trovano ampio spazio in siti ad essi esclusivamente
dedicati. Frequentatissimi dai naviganti del web, a giudicare
almeno dagli introiti pubblicitari. Ciò che un tempo era appreso
con un lungo, tortuoso e faticoso apprendistato, oggi è
acquisibile in breve tempo e con facilità. Ciò che veniva
appreso in gruppo, in luoghi fisici espressamente deputati
all’apprendimento, oggi lo si acquisisce in solitudine, davanti
ad uno schermo ed a una console. E questa della solitudine, alla
quale l’utente del web è condannato come un moderno Sisifo, è
riflesso diretto del modus vivendi imposto dalla società dei
consumi, dove il consumatore rimane solo nell’atto del consumo.
Strana
nemesi questa delle autostrade informatiche: soggetti condannati
alla solitudine fisica, di fronte ad uno schermo ed a un mouse,
capaci però di dialogare e connettersi con infiniti soggetti ai
quattro angoli dell’ecumene.