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Roberto
Saviano 2006 Arnoldo Mondadori Appena terminato il libro, voltata anche l’ultima pagina, inclusa la quarta di copertina, il lettore di Saviano è costretto a porsi una domanda: come facevo a non sapere tutto questo? Come potevo ignorarlo? Anche l’osservatore più attento, più informato, troverà in quelle pagine la conferma che il sistema informativo ufficiale, al quale è costretto ad attingere per la formazione dell’opinione, è costruito precipuamente per la sua ed altrui ignoranza. Un sistema che detta il notiziario in conformità agli interessi del potere (si veda in proposito Noam Chomsky e Ed Herman, La fabbrica del consenso, Tropea ed., 1998, trad.it.). Ed è forse questo dato che giustifica il grande successo editoriale e commerciale del libro (ad oggi più di 70.000 copie vendute). Un fenomeno ascrivibile alla generale desertificazione informativa, e che a buon diritto può collocarsi accanto a fenomenologie analoghe, come il blog di Beppe Grillo, o la capillare rete controinformativa afferente alle organizzazioni no global sorte nell’ultimo decennio. Episodi che nel loro insieme denunciano un pubblico assetato di verità. Eppure c’è un altro valore, un altro segreto che rende ragione del successo. La scrittura, lo stile. Una narrazione che coinvolge con la passione di una fotografia d’autore. Le parole di Saviano trasmettono al lettore l’odore, le sensazioni tattili della realtà. Catturano l’immagine per poi restituirla ad un processo logico, stringente, finalizzato alla comprensione. Uno stile assolutamente autentico, una narrazione originale, che rivela lo scrittore di razza. Definire però questo libro come una semplice inchiesta, ancorché acuta e lucida, sul fenomeno camorra, sarebbe riduttivo oltre che sbagliato. Gomorra costituisce un’analisi puntuale del capitalismo e delle forme, delle strutture neoliberiste: “la logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo. Le regole dettate, le regole imposte sono quelle degli affari, del profitto, della vittoria su ogni concorrente”. Ovvero, “usare tutto come mezzo e sé stessi come fine”. Il pianto di Luisa, la moglie del sarto, inconsapevole artigiano dell’abito indossato da Angelina Jolie nella notte degli Oscar e protagonista delle più belle pagine del libro, è giustamente paragonato dall’autore ai paragrafi ed ai capitoli mancanti di tutta la grande letteratura economica, da Smith a Marx, da Weber a Keynes. Qualsiasi teoria economica o libertaria è nulla se non contribuisce all’emancipazione dell’individuo. Saviano osserva dal basso, perché è da questa prospettiva che emerge più nitida l’immagine del sopruso. Un punto di vista, una visuale che l’autore mantiene come bussola interpretativa irrinunciabile. Un’ostinata attenzione per le “ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia”, piuttosto che per i “proclami della Gironda e dei Giacobini”. Il risultato è un’epifania, geografica e sociale, dimenticata dai centri del potere. Gomorra disvela la nuova geografia del terzo mondo. Un’area che viene di fatto ad inglobare l’intero meridione italiano. Lavoro sottopagato, territorio usato come discarica, élites di comando colluse ed ibridate al potere mafioso. In pratica tutte le caratteristiche sociali, economiche ed ambientali dei paesi del sottosviluppo. Un territorio capace di produrre enormi quantità di ricchezza, grazie ad un bacino inesauribile di mano d’opera flessibile e sottocosto, e di spartirla fra i membri di una ristretta aristocrazia. Ma è anche l’euristica di una guerra. Quasi quattromila morti in venti anni. E come tutte le guerre moderne le morti innocenti, i cosiddetti danni collaterali, fanno parte del programma bellico. Sono previste e conteggiate nel bilancio preventivo. E’ solo la cecità prezzolata dei nostri organi d’informazione a non voler vedere questo conflitto. Una costante dei media quella di voler fare a meno dell’autopsia, della testimonianza diretta. I giornalisti sono embedded, aggregati alle truppe d’occupazione, e narrano ciò che dettano loro gli alti comandi. Saviano, al contrario, rivendica il diritto alla testimonianza. Non si propone quale osservatore distaccato. Il suo sguardo è assolutamente umano, coinvolto, e confessa: “non sono certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano”. Un rigore il suo nel quale non è difficile percepire, come sfondo metodologico ed ispirativo, il lavoro di Pier Paolo Pasolini. L’analisi del sistema camorristico da lui condotta costituisce un’eco dell’analisi pasoliniana sull’Italia esordiente nella società mediatica dei consumi. Quando sottolinea la sussunzione da parte dei boss dei modelli criminali offerti dal cinema e dalla televisione, con il sovrapporsi della iperrealtà mediatica sulla realtà, fenomeno già tratteggiato da Baudrillard, si avverte quell’acume antropologico che conduceva l’intellettuale bolognese ad indicare nel Carosello televisivo degli anni ’70 il vero modello corruttivo dell’anima contadina. L’ascendenza pasoliniana è in ogni caso cercata e rivendicata. L’ “io so e ho le prove”, l’atto d’accusa che Pasolini lanciò contro la strategia del terrore, viene attualizzata dal giovane scrittore in un j’accuse che non fa prigionieri. Una voce che con la forza della ragione, toglie la crosta di perbenismo ad un intero ceto di potere, lo stesso che vediamo quotidianamente riproposto nei salotti televisivi con il suo sfavillante teatro dell’osceno e miope privilegio. Non si può parlare di Gomorra però senza accennare alle minacce ed all’isolamento che hanno colpito il suo autore. Simili conseguenze, c’è da crederci, erano state già previste da Saviano. Eppure il suo rigore etico gli ha negato qualsiasi indietreggiamento compromissorio. Per lui, come per tanti altri testimoni sparsi nelle lande dell’omologazione neoliberista e del pensiero unico, capire non è fondamentale. E’ vitale. “Conoscere non è più traccia d’impegno morale. Sapere, capire, diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare”. |
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