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Luciano Canfora 1914 Sellerio, 165pp Ogni indagine storica sulle origini di un conflitto pertiene ad un repertorio, ipotetico e intentato, che potremmo intitolare Sulle guerre evitabili. Un catalogo immenso, determinato dalla contraddizione logica insita nella formula “guerra inevitabile”. L’inevitabilità di un conflitto costituisce infatti una forzatura della ragione, che solo la propaganda di ogni tempo e paese, rende pensabile. Un lavoro come quello di Canfora, sui prodromi del primo conflitto mondiale, entra di diritto in questa fantomatica e sterminata biblioteca. Perché quella guerra, la grande guerra, con la sua interminabile teoria di lutti e devastazioni, ha segnato con inchiostro di sangue una cesura, epocale e tragica. Il suo grembo partorì il secolo breve, a cui affidò in dote nove milioni di morti. L’analisi di Canfora, che nasce come conferenza tenuta dall’autore su Radio 2, nell’ambito della fortunata serie Alle 8 della sera, si muove dal confronto con la tesi di Nolte sulla guerra civile europea, ovvero da quell’interpretazione storica che lega i due conflitti mondiali del novecento con un sottile filo rosso, fatto di sangue e guerra civile, appunto. Un conflitto unico, che può inglobare anche la guerra fredda, venendo a terminare, in questo caso, solo nell’89, con il crollo dell’impero sovietico. L’autore però apporta una correzione cronologica alla teoria: la guerra civile europea, scaturita secondo Nolte dalla rivoluzione d’Ottobre, inizierebbe invece nel ‘14, ovvero con lo scoppio della grande guerra. Una scelta questa corretta, perché è l’inizio di quel conflitto a far precipitare l’Europa, e con essa il mondo intero, in un abisso dal quale nulla si sarebbe salvato. Nulla sarebbe tornato come prima. Una scelta interpretativa determinata soprattutto dal binomio guerra-rivoluzione, che Canfora colloca al centro della sua analisi. Datare un evento però, ed in particolar modo un lungo processo, pluridecennale, costituisce da sempre il problema dei problemi per gli storici. Questo Canfora lo sa bene. Ed è proprio lui, da attento studioso dell’antichità, a ricordare che il problema era risolto dagli antichi in due modi: innestando cronologicamente ciascuna nuova narrazione su quelle precedenti, oppure iniziando ab origine, ovvero dal mito. Esempio del primo caso è Tucidide, del secondo Erodoto. Lo sguardo d’insieme, che è prerogativa dello storico, permette a questi di cogliere il processo nella sua interezza, capacità di cui è privato, per forza di cose, il contemporaneo, colui che è immerso nel processo, che lo vive, che ne è protagonista. Così, grazie a Tucidide, la guerra del Peloponneso costituisce per noi, oggi, un ciclo di eventi unico, che si dipana dal 431 al 404 a.C., senza tener conto della pace stipulata tra Sparta e Atene nel 421. Probabilmente i contemporanei avranno percepito gli eventi in maniera diversa, senza aver coscienza di vivere in un unico processo, che Tucidide invece coglie definendone l’unità nel conflitto imperialistico tra le due poleis greche. Facendo tesoro di questo sguardo sinottico, Canfora rintraccia il nesso guerra – rivoluzione ben prima del ’14. Una prima evidenza è costituita dai moti rivoluzionari scoppiati in Russia nel 1905, all’indomani della sconfitta subita ad opera del Giappone, ed una seconda traccia è rinvenibile nella guerra franco-prussiana del 1870, conflitto terminato con un’esperienza rivoluzionaria epocale, la Comune di Parigi. Lo stesso lungo periodo di pace, che perdurò in Europa dal 1870 al 1913, non è altro che “un lungo prepararsi al conflitto”. Ed è in quest’ottica che va interpretato il cosiddetto “piano Schlieffen”, ovvero il piano preparato nel 1905 dall’alto comando tedesco per un’eventuale invasione della Francia, orfana dell’alleato russo, impegnato nella repressione di coevi moti rivoluzionari. Un documento che giustamente l’autore ripropone all’attenzione. Una pace guerreggiata quindi. E a veder bene, in quei quarant’anni, di guerre se ne erano combattute, e molte. Nell’emisfero occidentale la dottrina Monroe aveva condotto i marines su tutte le spiagge latinoamericane; in Africa la terribile guerra dei Boeri aveva concluso decenni di guerreggiamenti fra le principali potenze per la spartizione degli immensi bacini di materie prime del continente nero; infine in Asia, l’invasione giapponese della Manciuria e la guerra russo-nipponica erano episodi che poco avevano a che fare con la pace. La diade guerra – rivoluzione permette inoltre a Canfora di impostare la sua analisi come estremo tentativo di risposta al drammatico dilemma di Braudel: “nel 1914 l’Europa era sull’orlo del socialismo, ma anche della guerra”, scriveva il grande storico; “in pochi giorni, in poche ore precipitò nel baratro”. Questo esito, tragico e apparentemente inatteso, è ricondotto dall’autore alla matrice imperialistica del conflitto. Sullo sfondo della guerra incipiente, “le grandi e meno grandi potenze sono sul piede di guerra e stabiliscono alleanze di convenienza al solo fine di spartirsi le ricchezze del mondo, i continenti che forniscono le materie prime, il lavoro sottopagato, le risorse che rendono prospero il continente europeo”. C’è quindi una compartecipazione delle responsabilità belliche”, che “va equamente suddivisa fra tutti, perché tutti sono protesi a non lasciare che il contendente, l’avversario abbia più fortuna o più peso nella spartizione delle risorse mondiali”. Canfora quindi abbraccia la tesi leninista sulle origini imperialistiche della guerra, un’idea che definisce “non infondata”. Al rivoluzionario bolscevico d’altronde riconosce il merito d’aver trovato ed esperito un terso esito al dilemma braudeliano: non il baratro bellico, ma la consapevole apertura del processo rivoluzionario, che proprio quella guerra rendeva praticabile. Riconducendo il conflitto alla dialettica imperialistica di quegli anni, Canfora può far pulizia degli spessi sedimenti propagandistici che hanno per lungo tempo occultato le verità di quel periodo. La propaganda d’altronde è, secondo l’autore, “ … interessante, …, purché si sappia che è falsa”. Costituisce quindi un documento, falso, ma significativo. E fra i sedimenti della propaganda emerge da subito la falsa attribuzione alla Germania della responsabilità del conflitto, leit motiv di tanta documentaristica pre e post bellica. Scopriamo così un Guglielmo II inaspettatamente anglofilo, tanto da imporre lo studio dell’inglese nei ginnasi. Lo stesso imperatore che annota, di suo pugno, a margine del documento serbo di risposta all’ultimatum austriaco: “Giesl [l’ambasciatore austriaco a Belgrado, che aveva abbandonato la città senza neanche attendere la risposta serba] doveva rimanere tranquillo a Belgrado: dopo questo non avrei mai ordinato la mobilitazione”. “Queste parole”, commenta Canfora, “sono indubbiamente pesanti, per lo storico come per il politico, perché rivelano come non ci sia mai, anche all’ultimo minuto prima di sparare, una situazione di inevitabilità”. Anche la teoria, presto divenuta vulgata, dell’epocale scontro fra democrazia, rappresentata dalle nazioni dell’Intesa, ed autocrazia, impersonata dagli imperi centrali, costituisce un sedimento della propaganda, ingombrante e inaccettabile. Con una puntale e competente analisi dei singoli sistemi costituzionali delle nazioni in lotta, lo studioso ci mostra come il sistema elettorale federale tedesco fosse più democratico di quello britannico, come la repubblica francese, l’unica a potersi fregiare del titolo di democrazia repubblicana a pieno titolo, affondasse le proprie radici nei fiumi di sangue versati dai comunardi trucidati a freddo dai plotoni d’esecuzione di Thiers, come l’Italia fosse tutt’altro che un modello democratico (i cannoni di Bava Beccaris echeggiavano ancora fra le vie di Milano), e infine come l’impero russo costituisse l’ultima vera autocrazia del ventesimo secolo. Spazzato il campo dalla retorica della propaganda, l’analisi si sposta impietosa sulla triste rassegna degli episodi precedenti la discesa nel baratro. Una serie di scivolamenti, diplomatici o meno, che trovarono il traguardo nell’ultimatum del 28 giugno 1914. Questa data, epocale e tragica, con l’uccisione dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, ad opera di un fanatico nazionalista serbo, segna la caduta finale. A questo scivolamento ne segue immediatamente un altro, pretestuoso e irreversibile, ovvero l’ultimatum austriaco alla Serbia, un documento composto in nove punti, nove richieste. Di queste la Serbia, incolpata senza prove di aver armato la mano del regicida, ne accetta otto. Solo su un punto la piccola nazione slava rifiuta il suo consenso: la possibilità per le autorità austriache di condurre indagini in territorio serbo con le proprie polizie. E questo singolo rifiuto induce il governo austriaco a dichiarare guerra ed a bombardare Sarajevo, facendo rientrare in patria il proprio ambasciatore, ben prima che la Serbia possa rispondere all’ultimatum. Non si può fare a meno, leggendo le pagine che sapientemente Canfora scrive su questa vicenda, di richiamare alla memoria episodi analoghi più o meno recenti. Coma la trattativa farsa di Rambouillet, del 1999, quando la Serbia, ancora lei, si è vista costretta a rifiutare le imposizioni dei paesi NATO per la questione del Kosovo, una sorta di ultimatum che in pratica tendeva a negarle la sovranità territoriale. O come la triste, penosa, risibile e inutile ricerca delle armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam Hussein. Ambedue casi emblematici di pretestuosità, capaci di condurre a guerre sanguinose, letali per i civili e gravide di conseguenze. L’accurata pulizia dalle incrostazioni propagandistiche, operata anche su questa serie di episodi, consente allo studioso di mettere a nudo realtà poco note. Un’operazione meritoria che si avvale dell’uso sapiente di documenti di prima mano. Veniamo così a sapere come il conte Tisza, testa pensante della dirigenza austriaca, in una lettera indirizzata a Francesco Giuseppe, consigliasse al sovrano un atteggiamento più prudente: “Non abbiamo fin’ora dati sufficienti per fare responsabile la Serbia e provocare, ad onta di eventuali spiegazioni soddisfacenti del governo serbo, una guerra contro quello stato”. Canfora ne deduce che “i governi hanno una verità ufficiale e una interna, una ad uso esterno e una vera, che però non si dice fuori”. Osservazione questa valevole per tutti i tempi. E’ la figura di Giano bifronte infatti ad incarnare questa verità, solitamente coperta dal segreto di stato: da una parte il sorriso plastificato della propaganda, dall’altro il ghigno sinistro dell’interesse privato o di potenza. Una doppiezza che l’autore sottolinea per tutti i protagonisti della vicenda. Per la Russia, che entra in guerra ufficialmente per “la protezione accordata alla Serbia”, ufficiosamente “per la volontà di subentrare al sempre più fatiscente impero ottomano nel controllo della penisola balcanica e degli stretti”. Per gli Stati Uniti, apparentemente costretti a farsi coinvolgere, nel 1917, a causa della guerra sottomarina tedesca, in realtà preoccupati per un’eventuale egemonia tedesca nell’Europa, plausibile dopo lo sfilamento dal conflitto della neonata repubblica russa. Una pretestuosità, in questo caso, quasi parallela al coinvolgimento statunitense nel secondo conflitto mondiale (si veda in proposito Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona. Gli USA e la seconda guerra mondiale, trad it., Datanews, 2003). In generale tutte le nazioni coinvolte nascondono un interesse indicibile, interno, che è quello dettato dalle esigenze imperiali. In ogni caso, la dichiarazione di guerra del 28 luglio innesca una “reazione a catena”, prevedibile anche se tragica: la Germania dichiara guerra alla Russia il 31 luglio e la Francia il 2 Agosto, mentre la Gran Bretagna, ottemperando agli impegni dell’Intesa, si schiera con la Francia. La consequenzialità di questi comportamenti è giustamente segnalata al lettore. I trattati internazionali dell’Intesa e della Triplice prevedevano proprio questo: il sostegno militare all’alleato coinvolto in un conflitto sul suolo europeo. Una reazione a catena inevitabile, una volta innescata, il timore della quale ha tenuto a freno, nella seconda metà del novecento, le superpotenze nucleari per più di quarant’anni, minacciate da reazioni a catena di tipo atomico, dalle conseguenze apocalittiche. Considerazione, quest’ultima, che forse ci aiuta a capire, più di quanto tenti di fare Canfora, la leggerezza con la quale in quei giorni le dirigenze europee optino per la guerra. Perché, se i piani dell’altro comando tedesco prevedevano di piegare la Francia in sei settimane, la località belga più vicina alla Francia cade invece solo il 15 novembre, data che segna la fine della fantomatica guerra lampo prussiana, e l’inizio di quella di trincea, la più sanguinosa e tragica che l’Europa abbia conosciuto. La guerra, che incautamente si era innescata, aveva modalità e tecniche fino ad allora sconosciute. La potenzialità che il tecnologismo capitalistico metteva in mano agli eserciti non aveva paragoni con il passato. Il primo conflitto mondiale conoscerà fucili a retrocarica con canna rigata, ogive d’artiglieria cave, armi chimiche, mitragliatici, carri armati, il primo uso di un’aeronautica militare, la guerra sottomarina, più una serie infinita di ritrovati tecnologici ad uso bellico. Era terminata per sempre l’epoca delle cariche di cavalleria, sciabola in mano, che già a Sedan erano state dichiarate obsolete. La nobiltà europea, che altezzosa faceva precipitare l’Europa nel baratro, si aspettava ancora la singolar tenzone degli ussari, eleganti nelle loro variopinte uniformi, come ce li mostra Conrad ne I duellanti. La guerra invece non aveva ormai più nulla di cavalleresco. L’altera e sprezzante locuzione del generale Cambronne a Waterloo sarebbe stata fuori luogo nei campi di macelleria umana nelle Fiandre o sulla Marna: i nemici, costretti nelle maschere antigas da un bombardamento al gas nervino, non l’avrebbero potuta udire. Eppure che la guerra, varcati i propilei del ventesimo secolo, portasse con sé i semi del genocidio non doveva costituIre una novità. Le prove generali si erano tenute con la guerra di secessione americana. In quel conflitto il capitalismo bellico aveva dato prova delle sue capacità, lasciando sul campo ben seicentomila americani. Un computo che rende ancora quel conflitto il più sanguinoso mai affrontato dagli Stati Uniti. Era stata quindi la leggerezza delle classi dirigenti europee a trascinare i rispettivi paesi in un baratro bellico dalle conseguenze tragiche, anche se prevedibili. E che quella guerra, quel tipo di conflitto, osservasse un nuovo modello, lo si capì sin dagli inizi. Per attuare la sua guerra lampo, la Germania invase proditoriamente il neutrale Belgio, perpetrando efferate carneficine e deportazioni fra la popolazione civile. “Dal 1915 in avanti”, ci ricorda Canfora, “oltre 370.000 operai belgi furono arruolati nei battaglioni di operai civili: una creazione della macchina bellica tedesca, molto simile al lavoro coatto e praticato in Germania durante la seconda guerra mondiale … in media cinque o sei deportati al giorno morivano di fame”. La nuova guerra non solo metteva in campo una tecnologia distruttiva fino al allora mai sperimentata, ma coinvolgeva direttamente i civili. Da allora la guerra ha sempre più coinvolto la popolazione civile, disarmata, in un moto progressivo che ha toccato l’apice nel secondo conflitto mondiale e che sembra superarlo nei conflitti contemporanei. C’è un altro tema cruciale però, nell’analisi puntale degli atteggiamenti e dei comportamenti, dicibili o indicibili, che Canfora compie per quei terribili giorni: quello dell’unione delle classi, ovvero la presunta coesione sociale interna alle singole nazionalità minacciate dall’aggressione nemica. Una rappresentazione questa, preordinata e spontanea allo stesso tempo, preponderante nella propaganda tedesca, ma in realtà coltivata da tutti i governi in guerra. A questo riguardo, con l’abituale gusto filologico per i documenti, lo studioso cita un lavoro di Friederich Meinecke, uno dei più grandi storici tedeschi del novecento, un’opera intitolata La catastrofe tedesca, scritta nel 1948: “L’entusiasmo dei giorni d’Agosto del 1914”, scrive Meinecke, “costituisce per tutti coloro che li hanno vissuti un elemento di altissimo valore, degno di ricordo perenne, malgrado fosse cosa effimera. Tutte le fratture che fino a quel momento erano esistite nel popolo tedesco, tanto all’interno della borghesia quanto tra la borghesia e la classe operaia, furono improvvisamente superate dal pericolo comune che ci minacciava, e ci toglieva la sicurezza materiale e la prosperità fino ad allora godute”. E’ un passo importante, significativo. Forse ben al di là dell’uso analitico fattone da Canfora, che pur ne critica la visione oleografica e propagandistica. Quelle parole scritte dopo tanti anni, dopo altri cinquantacinque milioni di morti, tanti ne annovera il secondo conflitto mondiale, ci permettono di capire come alcuni processi comportamentali collettivi, quali quelli tendenti alla valorizzazione della coesione di gruppo, siano connaturati alla natura sociale umana. Se la lettura di Viaggio al termine della notte di Céline dimostra la falsità di quell’icona nel biografico individuale, se la lettura di 1984 di Orwell denuncia come la sollecitazione proditoria dalla coesione sociale possa essere attivata dalla dirigenza tramite la guerra, è l’etologia umana ad avere l’ultima parola. Ed invero sarebbe utile per gli storici dare uno sguardo agli studi di Lorenz e della sua scuola (si veda in proposito Irenaus Eibl-Eibelsfeldt, Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento umano, trad.it., Torino Bollati Boringhieri, 2001). Se quindi le parole di Meinecke dimostrano l’automatismo di alcuni comportamenti collettivi, certo l’uso propagandistico fattone dai governi non è meno rilevante. E sull’unione delle classi, quale tema centrale del nazionalismo bellico si è basata tuta la retorica, coeva e successiva, del culto dei caduti, come ha felicemente dimostrato George L. Mosse (Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, trad. it, Editori Laterza, 1999). Un’operazione trasversale, diremmo oggi, una fabbrica del consenso alla quale non è stato immune nessun paese. Le stesse “radiose giornate di maggio” del 1915, che decretarono l’entrata in guerra da parte dell’Italia, possono essere legittimamente ascritte a questo processo. Costruito sapientemente dalle dirigenze e, allo stesso tempo, socialmente, quasi etologicamente determinato. Un bellicismo, quello italiano, al quale Canfora non risparmia la sua critica. Dall’improvviso cambio di fronte di Mussolini, il giorno prima pacifista, quello dopo interventista, al comportamento del re: “ … il modo stesso in cui si entrò in guerra nel maggio del ’15, sotto la pressione della piazza e contro la volontà del parlamento, fu come è stato detto quasi un colpo di stato del re, il primo colpo di stato del re, prima della marcia su Roma dell’ottobre del ‘22”. Quell’unità sociale, fittizia e immaginaria, preordinata e confezionata ad arte, trovava una delle sue ragioni, forse la più importante, nell’adesione alla guerra da parte dei partiti socialisti di mezza Europa. E questo costituisce un tema fondamentale, che aggiunge una speciale valenza epocale a quei fatidici giorni del giugno del ’14. Votando nei parlamenti i crediti di guerra, ovvero gli stanziamenti finanziari che ciascun paese provvedeva per i preparativi bellici, i socialisti francesi, i laburisti inglesi, e soprattutto i socialisti tedeschi si assumevano la grave responsabilità della discesa nel baratro. Un tema questo che non si sottrae all’attenta analisi di Canfora, il quale ricorda, giustamente, quanto pesasse in questo frangente la scelta dei socialisti tedeschi, fra quelli europei i più rappresentati in un parlamento democraticamente eletto. E la Germania, è bene ricordarlo, era la nazione verso la quale puntavano gli occhi i sostenitori della tesi marxiana dell’imminente redenzione rivoluzionaria socialista. Quando Braudel afferma che l‘Europa era ad un bivio, fra guerra e socialismo, era la Germania il teatro nel quale i contemporanei pensavano che quel socialismo entrasse in scena. Invece, contro ogni aspettativa, i socialisti tedeschi votarono i crediti di guerra. Scelta certo irresponsabile, di cui l’autore mette a nudo le radici “socialscioviniste”: attratti dalla possibile vittoria, che avrebbe comportato un rafforzamento della Germania, con conseguente miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia nazionale e successiva probabile vittoria elettorale, i parlamentari socialisti tedeschi rimasero abbagliati dalla stessa illusione che rece ceche le classi agiate. Non si aspettavano che la guerra del novecento fosse capace di declinare solo il genocidio. Le conclusioni di Canfora, a questo riguardo, sono categoriche: “Ecco come una storia di progressiva immissione nell’ordine costituito, di adesione ai pilastri della società capitalistica, faceva inevitabilmente propendere, dinanzi all’alternativa della guerra, per l’opzione peggiore”. Forse però è necessario spingersi oltre questa pur condivisibile analisi. I crediti di guerra testimoniano forse la prima vera, grande crisi della rappresentanza democratica. Una cesura, quella fra rappresentanti e rappresentati, di portata letale. Non solo metaforica, ma reale, come testimonia il rifiuto della guerra di cui sono intrise le pagine della enorme letteratura memorialistica scritta dai protagonisti di quel conflitto, espressione in ogni caso di parte, ovvero di quella classe colta gettata nelle trincee. Per ascoltare la voce dei soldati, della carne da cannone, è sufficiente vedere Orizzonti di Gloria di Kibrick, che giustamente Canfora cita come massima rappresentazione filmica di quella tragedia, al quale però non si può non aggiungere La grande guerra di Comencini. Uno scollamento percepibile nella fame di pace nutrita dai soldati al fronte, ben evidenziata dal libro di Michael Jurgs (La piccola pace nella grande guerra. Il fronte occidentale, 1914: un Natale senza armi, trad. it, Il Saggiatore, 2006). L’aporia del dilemma braudeliano, alla quale nessuno dei protagonisti dei quei giorni fu immune, segna definitivamente la crisi della previsione redentiva marxista. Se la Germania sprofonda nella guerra, invece che nel socialismo, l’esito rivoluzionario della crisi in Russia testimonia senz’altro la validità della scelta antibellicista di Lenin e dei Bolscevichi, ma non certo la realizzazione di quella previsione, visti i successivi esiti totalitari di quell’esperienza. Una crisi della democrazia quindi, di per sé già un’arma spuntata nella mani delle classi lavoratrici, come mostrato sempre da Canfora in un altro suo bel libro (Critica della retorica democratica, Editori Laterza, 2002). Si viene in questo modo persuasi che il baratro nel quale viene gettata l’Europa intera era stato aperto non da forze oscure e imprevedibili, quanto da tanti, tristi calcoli personali. Quello dei ceti dirigenti, ambiziosi di spartirsi le ricchezze planetarie, e quello dei socialisti, accattivati dall’idea di un successo elettorale postbellico. E’ questa forse la triste conclusione alla quale Canfora sembra giungere quando, al termine del libro, accenna alla trama di corruttele che coinvolgevano il giornalismo europeo, fondamentale nell’orientare i voleri dell’opinione pubblica. Giornalisti prezzolati, al soldo dello Zar, pagati per sollecitare l’interventismo nei rispettivi paesi. Un episodio, questo, “che aiuta a capire”, conclude l’autore, “quante volte le decisione che appaiono trascinate da un’onda emotiva per sacrosanti valori siano in realtà determinate da brutali interessi, rispetto ai quali il denaro che scorre è probabilmente la forza decisiva”. E che l’interesse personale, individuale, sia il nemico principale della democrazia, e amico fraterno della guerra, è storia dell’oggi.
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