NOTE ORIGINALI                

del Maestro Luigi Cinque

Dalle metropoli occidentali al Kenya della Rift Valley.

Appunti di un viaggio africano per riscoprire musicalmente (e non solo) il senso antico della nascita degli uomini.

Il volo Klm da Roma per Nairobi parte alle otto del mattino e fa scalo ad Amsterdam. Qui galleggiamo in un aeroporto incantato, nordeuropeo e alla fine – via gate F7 – ci imbarchiamo su un secondo aereo che torna a sud e sorvola nuovamente il nostro primo punto di partenza. Tutto normale. Ci sono ragioni commerciali, si capisce. Strategie aziendali. Paesi che contano di più e quelli che perdono i collegamenti internazionali diretti.

Eppure, non si può fare a meno di notarlo: da sud andiamo a nord e percorriamo e percorriamo quattromila miglia in più per raggiungere una destinazione che si trova ancora più a sud. La mente si aliena o si nasconde.

Ma se soltanto pensa all’incongruità attuale – all’uso, per esempio, dell’energia – produce naturalmente pensiero clandestino. Al Kenyatta Airport di Nairobi siamo già in Africa. Non è la prima volta, eppure una sensazione, la stessa, mi sorprende ancora. Semplice. La realtà qui ha la pelle nera. 

E i bianchi faticano per non appartenere a una viscosità di costume postneocoloniale. Siamo qui per un concerto importante. Un concerto per (e con) la Fondazione Kuki Gallmann. Kuki la incontreremo dopo un paio di giorni. Ho letto uno dei suoi bestseller e so che vive nel cuore dell’Africa. La sera a cena ci regala un piccolo sogno: la sua Fondazione vuole coinvolgere artisti di tutto il mondo e di tutte le discipline. 

Obiettivo salvare cultura e ambiente in un luogo – la Rift Valley – che ha visto nascere i primi uomini. Veniamo tutti da lì. Siamo tutti africani. Nostra madre era più o meno una scimmia dal pollice opponibile che abitava le foreste specialissime e incontaminate della Rift Valley e che, oggi, è un totem che si vergogna un po’ dei suoi figli. 

Anzi, la sua testa si muove ossessivamente e lo sguardo rimbalza tra la violenza organizzata dei Wasp americani (duecentomila tonnellate di bombe sul mondo ogni tre anni, complimenti!) e gli eccidi e genocidi africani guidati da sempre più improbabili Re Ubu. Per non parlare poi di quello che c’è in mezzo.

La fondazione Kuki Gallmann sarà un momento in cui si torna idealmente all’origine per sottolineare in definitiva che senza il vento d’Africa, i suoi alberi, gli animali straordinari, le arti e i racconti e la poesia del mondo, forse l’uomo, così come si è messo, non ce la può fare a sopravvivere. 

Dobbiamo recuperare, mi dico, l’istinto primordiale in base al quale il sangue o l’acqua o la corrente elettrica o i sentieri migranti scelgono sempre la via più breve e funzionale tra un punto e un altro; dobbiamo adeguare, insomma, la logica all’ambiente e crescere con poco; dobbiamo, in definitiva, essere clandestini rispetto al pensiero dominante. 

Clandestini e ottimisti.

Il giorno dopo incontriamo gli artisti africani. Collaboreranno con noi. Il concerto è un momento della Fondazione. 

Non può che essere un concerto d’insieme. Abbiamo cinque giorni di prove. Quanto basta per cancellare buona parte dei nostri repertori già configurati e ricominciare con gli altri. Del resto non c’è incontro senza l’abbandono temporaneo di una forma data, senza casualità/Caso, senza che l’intenzione non deragli momentaneamente dalla ragione e dalla scrittura per distrarsi sulla possibile forma nuova e dunque sull’ascolto dell’altro, sullo sguardo reciproco. 

I musicisti kenioti sono simpatici e bravissimi. Marcy Maira ha una voce calda, duttile, capace di saltare dall’interiore all’esteriore e legare senza mediazione le due esistenze. 

E poi le voci di Abby e Manu, e alle percussioni Bruno e poi William, il più anziano, la memoria possibile, vestito con penne da stregone e una voce rauca, ritmico iterativa, perfettamente in stile «blues del delta» - quello delle origini – infine un suonatore di Gnatiti che è una sorta di arpa semplice con cui si interpretano i ritmi della foresta e dei fiumi africani. 

Niente contaminazioni. 

Suoniamo semplicemente una musica del nostro tempo. Siamo tutti contaminati: le culture ormai sono laser mediatici che ci attraversano come bamboline puntaspilli.

Cinque giorni insieme… con Rodolfo Maltese e Domenico Ascione alle chitarre… Marcy, Abbi, Vittorio Nocenti, mitico alle tastiere, e li altri kenioti. Alla fine il sound viene fuori. Ci appartiene.

È la musica di tutti noi che siamo sul palco. La sera della prima per il Great Rift Valley Concert una voce parla dal palco di quel vento africano «…che sa di spezie e deserti… che corre su laghi preistorici e savane punteggiati da branchi di animali selvatici…». 

Su testo di Kuki recita Elio Traina, direttore dell’Istituto italiano di cultura grazie al quale il tutto si è potuto realizzare. C’è molta gente. Uliano Paolozzi e Michele Cinque girano un documentario sull’intera vicenda.

Luigi Cinque       

 

 

    

 

 

 

 

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