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Ma
dove diavolo è lo Yemen?
del
Maestro
Luigi Cinque
Non
importa se hai controllato la sua posizione sulle mappe… Non per
questo saprai dov’è lo Yemen. Non basta dirsi che si trova a
sud-ovest della penisola arabica , schiacciato sul Mar Rosso dai
deserti sauditi.
Rimane lo stesso
introvabile, confuso. È una lontananza che i racconti hanno reso
mitica. Così finisce che la regina di Saba, la Bibbia, il Corano,
il set delle Mille e una notte di Pasolini, le foto delle città
incantate dell’altopiano, i turisti banditi/robinhood appartengono
ad un paese sconosciuto, misterioso, imprendibile come nei sogni.
Quando poi sei lì a
Sana’a, la capitale sublime, dentro le mura di fango, nella città
che i viaggiatori delle spezie raccontarono agli architetti
veneziani, allora il sogno si fa presenza lontana, cinematografica,
e il contrasto è fortissimo: tra un luogo di medioevo, che guardi
quasi in vetrina, e i molti aspetti di iper/attualità televisiva,
da guerra mediatica e postmoderna come la polvere del deserto, le
pick-up Toyota con gli arabi e la mitraglietta, le donne in nero dai
soli occhi in volo continuo di colomba, le foto residue di Talebani
nei negozietti del suk e poi…
Quell’aria un po’ pesante, non
veramente violenta, che spesso ti misurano addosso non come
straniero, si capisce, ma della razza ormai (o della religione) di
quelli che fanno le guerre ricche, con bombe intelligenti e
motivazioni inaccettabili.
Noi
siamo qui a Sana’a per due concerti che prevedono, tra l’altro,
un incontro con i musicisti yemeniti dell’Orchestra Nazionale. La
nostra è la data di apertura di «Sana’a 2004 capitale araba
della cultura». È un’occasione intrigante, coinvolgente.
Qualcosa come: la musica, questa volta, non è sola ma ci sono nel
concerto e nella sua preparazione altri valori reali e simbolici che
hanno a che fare con le risposte giuste. Tipo: se ci ascoltiamo ce
la facciamo… se comunichiamo non saremo mai reciproci
clandestini… se suoniamo insieme, sullo stesso palco, nella
capitale di un paese molto islamici noi d’occidente e loro
d’oriente, con il pubblico
e le autorità, sarà pure la dimostrazione piccola di qualcosa che
ha a che vedere con la possibilità del cambiamento… e così
facciamo la nostra parte di musicisti e viaggiatori del tempo.
L’incontro con i
dieci musici dell’Orchestra Nazionale avviene in una casa della
città vecchia. Una grande stanza di tappeti all’ultimo piano. Più
tardi, all’ora del Muezzin, Mauro (Pagani) e io saliamo in
terrazza, sulla città di zucchero e fango, ad ascoltare la
moltiplicazione delle voci in preghiera da sette volte da sette
minareti.
Che direbbe John Cage?
È la partitura contemporanea giocata con sapienza su ritardi e
ribattuti di una ossessione degli uomini verso dio. Il caso vuole
che sia una preghiera immensa.
Mastichiamo quat –
l’erba dell’altopiano che tutti appallottolano sotto la guancia,
l’erba della lucidità che non è droga – e proviamo a suonare
un brano in undici ottavi con gli Yemeniti. È difficile. Lo
trascriviamo. È una melodia tradizionale, malinconica, lunare. Una
di quelle che si possono cantare all’infinito sorella del passo
del cammello ma anche adatta ad una nave elettrica. Loro la suonano
leggera, con delicatezza e riguardo, ma soprattutto con una
timidezza che è quasi uno stile: tra l’assenza il languore e un
«esserci per caso». Questo forse è il riflesso di una proibizione
in atto per buona parte del Novecento nel nord del paese: chiunque
veniva sorpreso a cantare o suonare era punito severamente per
editto dell’Imam.
L’abbiamo eseguita,
la melodia. I musicisti sono entrati in scena a metà del nostro
concerto. Abbiamo suonato sulle note ritmiche dei violini e il beat
dispari e stregato nel Gran Teatro del Ministero della Cultura.
È andata bene. Erano
le note giuste del nostro veloce passaggio in un mondo davvero
diverso.
E per questo
ringrazio i miei compagni di viaggio: Lucilla Galeazzi voce,
Domenico Ascione chitarra e oud, Massimo Carrano percussioni e
Mauro… Mauro Pagani, ospite d’eccezione al violino e voce;
l’Ambasciata italiana e l’ambasciatore Giacomo Sanfelice di
Monteforte che hanno permesso questa avventura di note e poesia e
tutti gli amici yemeniti che ci hanno accompagnato e raccontato per
sette giorni il paese della regina di Saba.
Luigi
Cinque
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