FarnETNIcazioni tra musica e lavoro

del Maestro Luigi Cinque

La musica. 

Meglio dire il suono… e prima ancora... la vibrazione molecolare intesa come ritmo delle cose intorno... e sempre, sempre il lavoro. Un lavoro che produce cibo. La ricchezza allora – risalendo l’asse verticale dell’evoluzione – la ricchezza, per dire, non esisteva, non era un valore.

 Non c’era l’accumulazione.

C’erano invece infiniti gesti ripetuti…che servivano, che funzionavano per raccogliere, cacciare, addomesticare, piantare, cullare, toccare, esplorare, combattere. Gesti misurati sull’esperienza. Gesti informati mai esagerati… prolungati nel tempo. 

E tutto era lavoro nel senso primitivo di sopravvivenza…di lotta per la vita.

E c’è già il suono…il suono prodotto dall’uomo, si capisce… il suono come comunicazione... il suono/parola… il suono come imitazione della natura… il suono/rumore ripetuto di quei gesti di sopravvivenza... sempre simile a se stesso. 

Ma c’è sopratutto l’ascolto. 

L’orecchio è già un organo di difesa primaria: raccoglie l’impulso meccanico molecolare del suono/rumore e lo trasforma in impulso chimico perchè sia decodificato dal cervello. Quest’ultimo è rassicurato da ciò che conosce. 

Il nuovo... il diverso... determinano l’allerta... il pericolo in fascia rossa.

 La ripetizione è tranquillità... è appartenenza ... è ipnosi ... è sogno.

André Schaeffner che è stato anche un etnomusicologo delle origini ci racconta che il primo strumento musicale è il piede…il piede di un uomo tutto stupore e meraviglia che si misura con l’universo circostante.

Lo esplora. 

Lo sente… e batte… batte su un ritmo che già conosce: è il ritmo semisincopato - in levare e poi in battere sul secondo movimento - sempre lo stesso... regolare..., con piccole differenze di accelerazione, che ci accompagna per tutta la vita. 

Il ritmo basico e imperativo del cuore. 

Il piede batte e successivamente le mani percuotono il corpo… il proprio corpo... e poi da seduti ritmano sulle cosce. 

Si intravedono i primi strumenti a percussione. 

Il passo è breve: tra la mano che tiene un ritmo sulle cosce e il bailaphon per esempio o la zucca percossa. E in tutto questo sempre il lavoro… che è inizialmente di caccia e raccolta. 

E dunque… si riproducono i versi degli animali e i rumori della natura. Si consolida la convinzione – tutta scientifica tra l’altro - che il suono è vibrazione molecolare… che esso è l’anima delle cose – l’arkè - ed è della stessa pasta delle stelle, della luce, della materia, degli animali. 

Allora ecco i canti o i suoni di imitazione perchè se riesci a rifare il verso di un’ antilope ne prendi l’anima e sei quella gazzella lì e anche tutte le gazzelle. 

Si canta durante la caccia per connettersi al corpo materico dell’animale… si suona l’arco davanti la bocca per sintonizzare il gruppo di caccia sulla vibrazione dell’ambiente e definire l’ambito mitico e convincere l’animale totem ad una dolce morte rituale. 

Dolce e violenta come tutte le cose della natura. 

Intanto continuano i gesti circolari e infiniti delle donne che pestano le erbe e producono ritmo e su questo cantano. 

Cantano. 

Già... cantano... perché la voce… la voce è il tramite con l’interiorità… è il suono misterioso che viaggia continuamente tra interno ed esterno della persona. 

E’ l’involucro contenitore di significato e significante. 

E’ il territorio in cui albergano stretti la parola che dice e la sonorità relativa. 

La voce è il luogo d’elezione dell’ identità selvaggia tra suono e parola. 

Siamo nel mito. 

Intanto gli uomini – almeno certi uomini dei climi più temperati – si fermano... si sedentarizzano... coltivano.

Il canto accompagna tutte le fasi del lavoro contadino. 

I gesti si ripetono in funzione della semina…della raccolta…della trasformazione dei frutti e del latte. 

Tutto è funzione. 

Mai finzione. 

Tutto serve al ritmo... alla conoscenza... alla rassicurazione... alla tradizione orale. 

La musica il canto il racconto non si improvvisano né si memorizzano. 

E’ il tempo degli aedi e rapsodi. 

E’ il tempo di Omero. 

Il canto e il ritmo si misurano sempre sulla falce o il martello o la roncola o il pestello o la macina o l’incudine o il mantice. 

Il totem adesso è un animale relativamente domestico e diabolicamente misterioso. 

Il ‘tragos’... la capra. 

Il verso del gregge. 

La polifonia profonda delle capre/pecore al tramonto viene ora imitata, formalizzata, elaborata mantenendo intatta la vibrazione originaria. 

Sentiamoli così i canti ‘a tenores’ sardi o della Corsica o le polifonie dell’est europeo o di tanto altrove. Sono gli intervalli di quarta e quinta... sono sopratutto l’identificazione culturale con il totem. Se la voce non basta o è inadeguata ci sono gli strumenti. 

La capra si uccide sgozzandola su uno scanno e per staccarle la pelle si fa un buco nella gamba e si soffia. E la pelle diventa, un’otre...un contenitore di vino o di acqua e sopratutto, nel nostro caso, di aria. 

Al posto della testa vera si mette un blocco di legno contenente tre o quattro canne risonanti mediante ance e accordate tra loro con gli stessi intervalli suggeriti dal gregge... eccola... è la ‘capra che canta’ o i ‘suoni’ o come noi la conosciamo la ‘sinfònia‘... la zampogna.

E’ lo strumento rappresentativo del mondo agropastorale. E’ un organo a canne. 

La sacca contiene aria di riserva che permette al suono di non interrompersi quando il suonatore respira per poi insufflare nuovamente.

Essa come le polifonie a tenores contiene lo spirito potente del genio/diàbolus agropastorale.

Luigi Cinque

 

 

    

 

 

 

 

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