E’ possibile una ‘Decrescita felice’? 

di Elena Liotta

Vivere, non riesco a vivere,

ma la mente mi autorizza a credere

che una storia mia, positiva o no,

è qualcosa che sta dentro la realtà.

 

Nel dubbio mi compro una moto,

telaio e manubrio cromato,

con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani:

far finta di essere sani.

Far finta di essere insieme a una donna normale,

che riesce anche ad esser fedele,

comprando sottane, collane e creme per mani,

far finta di essere sani,

far finta di essere...

 

Liberi, sentirsi liberi

forse per un'attimo è possibile

ma che senso ha, se è cosciente in me

la misura della mia inutilità.

 

Per ora rimando il suicidio

e faccio un gruppo di studio,

le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani,

far finta di essere sani.

Far finta di essere un'uomo con tanta energia

che va a realizzarsi in India o in Turchia,

il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani,

far finta di essere sani,

far finta di essere...

 

Vanno, tutte le coppie vanno,

vanno la mano nella mano,

vanno, anche le cose vanno,

vanno, migliorano piano piano:

le le fabbriche, gli ospedali,

autostrade, gli asili comunali,

e vedo bambini cantare,

in fila li portano al mare,

non sanno se ridere o piangere,

batton le mani,

far finta di essere sani,

far finta di essere sani,

far finta di essere sani …

Giorgio Gaber

Ci sono fondati motivi per ritenere che la crescita – tutto ciò che cresce – possa prendere nel tempo una piega tanto virtuosa quanto viziosa. Così come il fenomeno opposto della decrescita. Nelle questioni che coinvolgono gli esseri umani, questa ambivalenza va possibilmente modulata affinché né crescita né decrescita conducano a irrimediabili derive.

Negli ultimi cinquant’anni anni della cultura occidentale, parallelamente al grandioso sviluppo economico e tecnologico, è cresciuta l’urgenza di questo riequilibrio tra gli opposti del poco e del troppo. Ma sono ancora pochi, gli anni e le menti, per produrre un cambiamento di prospettiva e nuove azioni che arrestino la tendenza generale all’eccesso.  Nel frattempo si è acuita la scissione tra aspetti politico-economici dell’organizzazione sociale e aspetti più interiori, psicologici e spirituali, nonostante da più parti vengano inviti al dialogo e a nuove sintesi, in nome di una visione unitaria dell’essere umano.

Il senso della vita, l’etica e la questione dei valori di riferimento sono diventati un’esigenza sempre più attuale e problematica, alla quale la democratica società dei consumi sempre più tecnologicamente avanzata, non riesce a dare esaurienti risposte.

In questo scenario, diventa sempre più credibile che la tanto sbandierata ‘crescita economica’ abbia anche un suo lato oscuro che sta assumendo sfumature inquietanti. Specularmente, il movimento opposto di crisi economica o di descrescita, inizialmente vissuto come minaccia, può cominciare a mostrare un suo lato liberatorio dalle nuove raffinate schiavitù che la società contemporanea ha calato sui suoi privilegiati abitanti.

Alcuni sostenitori della decrescita parlano addirittura di felicità …

Per non incorrere in fraintendimenti credo che vada precisato bene a quale felicità ci si voglia riferire. Sicuramente non a quella veicolata dai massmedia.

Infatti, già E. Fromm osservava negli anni ’70, che proprio la Grande Promessa Industriale si basava su un’idea della felicità intesa come soddisfazione del desiderio individuale - l’edonismo radicale. Si trattava di quell’egoismo inerente al funzionamento di un sistema  competitivo e consumista che, inspiegabilmente, avrebbe dovuto condurre all’armonia e alla pace universali.

Questa illusione, purtroppo o per fortuna, non è realizzabile a causa della natura intrinseca del ‘fattore umano’. La felicità non può essere lo scopo della vita, poiché essa, in quanto fenomeno soggettivo, è più simile all’evento labile e quasi imprevedibile, che non a uno stato solido e permanente. La felicità va colta, quando si affaccia, dentro e fuori di noi, ma non può essere trattenuta, comandata, amministrata. Casomai potrà essere favorita. Il materialismo, il denaro, non ha mai reso felice nessuno, ma tutt’al più, come recitava una targa di ceramica appesa in casa di mia nonna, il denaro può ‘calmare i nervi’, cosa vicina all’ottundimento della pasticca, della droga o di altro espediente per non patire dolore e mancanza. L’egoismo individualista, qualità indispensabile per avere successo, fare carriera, essere protagonisti, configura stress e fatica per chi lo pratica, stimola aggressività, frustrazioni e resistenze difensive negli altri, aumenta la competizione generale che inevitabilmente degenera in conflitti a livello di comunità, società e nazioni. Tutto, quindi, meno che apertura verso la pace, l’ armonia e la  felicità.

Dove oggi non c’è guerra esplicita, ci sono conflitti interni, tra gruppi più o meno estesi, per la sopravvivenza o per il mantenimento dei benefici acquisiti. Qualcuno dice, a rinforzo del ‘mito del benessere globale’, che mai come oggi ci sono state così poche guerre (!?), che la durata della vita è aumentata e che la qualità stessa della vita è grandemente migliorata. Forse le statistiche dicono il vero. Ma sulla felicità davvero no, sembra anzi che nessuno la incontri più, soprattutto dove c’è tanto benessere.

Nonostante questa perenne verità, più sussurrata che dichiarata, i miti dell’avere e dell’apparire, consacrati dalle teorizzazioni economiche del XX secolo, continuano a esercitare una forte seduzione psicologica sulle collettività. Al contrario, le qualità necessarie alla pace e a una operosità non competitiva, il ridimensionamento dello strapotere economico, il rispetto per l’ambiente naturale e per le sue risorse che ci imporrebbe piccole discipline quotidiane, la solidarietà che richiede qualche rinuncia personale, tutto questo configura uno stile di vita ancora poco allettante, troppo poco tangibile e visibile per assurgere a modello collettivo.

L’invisibile e l’immateriale – insieme alle capacità simboliche di immaginazione e creatività - finiscono quasi sempre per cedere il passo alla concretezza e alla grossolanità. Anche quando di discute di politica e di società, accade che si innalzino barriere di fronte ai motivi interiori - psicologici o religioso-spirituali – di fatto presenti in molti contesti di attualità, dal mercato ai media, alla realtà della cronaca internazionale. Come se non c’entrassero nulla con la politica, l’economia, la scienza. L’attenzione dei ‘materialisti politici’ viene spostata subito verso i problemi cosiddetti ‘reali’, concreti e quantificabili in chiave di denaro e di finanziamenti, che si tratti della salute, della guerra, delle risorse energetiche, dell’educazione, della migrazione e altro ancora. Come se le persone fossero davvero meccanici esecutori di progetti e volontà altrui.

Il ‘fare concreto’ in una crescita sana che riguarda gli esseri umani, significa avere un’attenzione costante sia per corpo sia per la mente e soprattutto avere la certezza di dover sempre rinunciare a qualcosa che nella nuova condizione non serve più. Ecco la prima decrescita. Basta guardare al problema dei rifiuti per capire quanto esso sia stato poco pensato, nell’urgenza di produrre e consumare. L’unica alternativa è crescere, come i parassiti, a spese di qualche altro essere vivente, che nel frattempo si devitalizza e poi muore.

Nell’ultimo secolo, troppi gruppi etnici e sociali sparsi per il mondo sono stati imboniti con l’idea del benessere e della crescita economica continua, e poi resi oggetto di manovre e sfruttamenti  politici. Alcuni sono stati condotti subdolamente in conflitti interminabili. Pericoli e minacce reali incombenti venivano denunciati prima di ogni guerra. Guardiamo all’Africa e all’America Latina: continenti ricchissimi di risorse e di culture locali, ancora soffocati e tenuti a bada affinché non sviluppino nulla di proprio che possa minacciare l’Occidente.

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