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Dopo
una lunga giornata in ufficio, finalmente esco e respiro l’aria
frizzante, ancora invernale ma con una vaga promessa di primavera
che invoglia a non tornare subito a casa. Così mi incammino per le
strade della mia città, in cerca di un posto tranquillo e allo
stesso tempo familiare, che stimoli e appaghi il mio bisogno di
creatività che le lunghe ore di
lavoro hanno schiacciato. Assorta in “astratti furori”,
la fantasia prende il sopravvento e magicamente mi trovo proprio nel
luogo che cercavo, isolato, stupefacente, magico.
Sono
a Parigi e il luogo ha un nome e un indirizzo preciso: Les Frigos,
91 quai de la Gare.
Qui vedo un vecchio edificio che in passato ha svolto funzioni
tutt’altro che artistiche. Sono qui per parlarvi di spazi
riservati all’arte e di sicuro questo è un esempio di come la
volontà e la determinazione di un gruppo di artisti, abbia potuto
ricavare da un blocco di cemento abbandonato e in rovina, degli
spazi idonei per accogliere l’Arte, in ogni sua espressione.
Basta
varcarne la soglia per azzerare all’improvviso il mondo esterno,
entrare nello specchio di Alice per trovarsi in un mondo dove
l’arte è non solo elemento costitutivo, ma unico significante e
significato. Mi sento subito investire da colori, odori di vernice,
polvere di marmo, il suono di un violino e m’incammino per
esplorare questo micro-cosmo così insolito, dove una comunità di
pittori, scultori, attori, ceramisti, musicisti, convive, crea e
lavora, isolata dalle disarmonie del mondo, dal filisteismo borghese
condannato dai bohémien, dai tentativi di globalizzazione in un
settore che io, e spero tuttavia tanti con me, mi ostino a guardare,
un po’ romanticamente, come ancora migliore.
Les Frigos,
il nostro luogo immaginato-reale, alle sue origini era tutto fuorché
un posto da dedicare all’Arte. Subito dopo la Grande Guerra,
infatti, il nascere attorno agli anni Venti del mercato di Les
Halles, porta alla necessità di creare un grande stabilimento per
l’approvvigionamento e la conservazione delle derrate alimentari,
destinate a una popolazione che passata la paura iniziava a crescere
a ritmi elevati.
La SNCF (Société Nationale des Chemins de Fer –
le ferrovie francesi) decise quindi di destinare a tale scopo un
edificio di 5 piani, una massa di mattoni e cemento armato senza
finestre, che copriva un isolato di 30 metri per 50. Celle
frigorifere si susseguivano alternandosi ai macchinari per la
fabbrica del ghiaccio. Solamente con la chiusura del mercato di Les
Halles e la contemporanea apparizione dei Rungis negli anni ’60,
lo stabilimento viene abbandonato a se stesso, cadendo in rovina.
Dovranno ancora passare più di vent’anni affinché,
pioneristicamente, i primi artisti coraggiosi ne prendano possesso,
inizialmente abusivamente, successivamente regolarizzando gli spazi
occupati con il pagamento di un affitto sempre alla SNCF ancora
proprietaria del luogo.
Come deduciamo dai documenti in possesso
dell’APLD 91,
l’associazione di volontari che ancora oggi cura i rapporti con le
istituzioni[3],
lo stato dell’edificio non era solo di fatiscenza, ma la
destinazione originale non aveva certo pensato alle minime necessità
perché lo si potesse adibire a sito civile: mancava tutto!
E ciò
che non mancava originariamente era scomparso nel frattempo. I primi
coloni, possiamo chiamarli così, si trovarono non solo a dover
bucare il cemento per creare delle finestre, ma a ripristinare la
catena idrica, l’elettricità, separare i grandi spazi in ambienti
più piccoli e costruire un montacarichi per togliere la montagna di
detriti che in vent’anni l’abbandono aveva accumulati.
Oggi
Les Frigos, nonostante tutte le difficoltà burocratiche ed
economiche, è diventato un centro per l’arte invidiabile e
ambito. Un’ alternativa reale e dignitosa per artisti che, non
potendo permettersi affitti esorbitanti, hanno saputo sfruttare uno
spazio creativo alternativo, per esporre le proprie opere o per
esibirsi davanti un pubblico sensibile e recettivo – e ciò in
primavera, nelle giornate esclusivamente dedicate ai sempre più
numerosi visitatori. Questa volta l’Arte ha vinto la propria
battaglia contro la burocrazia, le speculazioni edilizie e il Dio
denaro. Auguriamoci che questa vittoria possa
servire da esempio per tutti coloro che ancora credono a un
mondo idilliaco, dove l’essere Artista, in tutte le sue
manifestazioni, sia condizione ancor più necessaria per definirsi
essere umano.
La
passeggiata mi riporta fuori. E’ sera. Pensosa mi incammino con la
sensazione che aver respirato arte può modificare il mondo. Almeno
il mio…
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