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Durezza e bellezza n.12_largedi Maria Federica Maestri Intro_00INCURABILITA'_INFALLIBILITA'
L’interruzione
e la soglia sono il tempo e il luogo in cui si manifesta l’azione
artistica. Il
portatore dell’azione impone sempre il proprio nome, la parola che quel
nome pronuncia e non l’oggetto di questa parola. Linguaggio,
teatro, nome, attore, tragedia, eroe. La
condizione dell’eroe tragico è la categoria fondativa dell’atto
teatrale, una condizione dell’arte connaturata all’originarietà
dell’attore. Il
linguaggio teatrale non può sostenere l’assenza della scelta
soggettiva, non riesce a tollerare la mancanza dell’io poetico, poiché
lo si priverebbe della sua prima e sublime potenza, l’attore. Nell’accettazione
del valore del soggetto solo e differente, nell’assunzione dell’unicità
del gesto artistico, incurabilità e infallibilità, le condizioni
intrinseche dell’attore, dotato di irriducibile identità e di unica
superiore sensibilità, si compongono in identico modo e moto qualsiasi
sia la sua bio-identità originaria. _01
INCURABILE
MALATTIA
Ma il disastro si prenderà cura di
tutto. Vedrete...
Non
pensare: senza ritegno, con eccesso, nella fuga panica del pensiero. CARO
MAURICE TI PREGO SALVALA!
Solo
so che so sentire quel che sentire non so, che illusione dell’anima
questo è.
Non
capire: senza senso, con arroganza, nell’ignoranza della significazione. A che serve la
bellezza? – ad aspettare la morte? A cosa avvolge, a che edera morfologica avvinghia, perché ancora il besoin nascente, come l’uno, primo, principe, insediante la materia, così certa del suo non volere essere se non indelebilmente uguale a ciò che essi vogliono farla essere. Ma se questa è similissima, gemellata, identica nel certificato ad essi che le dicono sii ciò che vogliono che tu sia, e ciò che vogliono che tu sia sono essi? Come rinunciare alla sua indelebilità se non ammalandosi incurabilmente della loro somiglianza. Raggelante neuropatia. Tutto si paralizza nello specchio perfetto dell’incipit patetico-patologico. Essa è libera perché sta morendo in loro, formicolìo estetico, astenia, e dopo qualche apparente tempo statico l’epifania della sindrome acuta. Al punto che è solo doloroso esistere fuori da quell’approssimarsi al morire. E se fossero loro ad
essere a lei ri-formati? Attenti alla diffusione virale della male. Ecco
perché si espande in pandemia. Non è essi in lei, ma lei in essi e per
essi si intende lei. Girotondi, brusii, inutili mormorii. Borbottano. Si
ricorda volentieri che è proibito suicidarsi, - spazio interdetto –
clandestinità – segreto senza volto – zona opaca – si sfugge allo
spettacolo. Tornare indietro: ammalarsi e aspettare. Una volta pensava
che fosse l’attesa – Durezza
e bellezza n.02 Due
cose irriducibili a ogni razionalismo: il tempo e la bellezza. E’
da qui che occorre partire. Il
teatro è pulsazione che scandisce il tempo. La
materia che pulsa è il cuore, il ritmo risuona nel respiro. Il
tempo prende forma nella voce. La
voce sale, ma è arrestata. Si
è creduto che essa sarebbe salita indefinitamente, ma contemporaneamente
si è sempre saputo che si sarebbe arrestata. Prima
che si sia stanchi del suo salire, ma quando ormai il presentimento che
sta per arrestarsi è già forte, essa si arresta e cambia direzione. Il
teatro è attesa e compimento dell’arresto. Lo
sguardo e l’attesa, è l’atteggiamento che corrisponde al bello. Finché
è possibile concepire, volere, desiderare, il bello non appare. Per
questo in ogni bellezza c’è contraddizione irriducibile, amarezza
irriducibile, assenza irriducibile. Il
bello è nudo, non velato d’immaginazione. Il
teatro è nudo e rugoso. Vi
si trovano gioie, non piaceri. Il
teatro è liquido, acqua, materia che somiglia al nulla. Il
teatro è nella vulnerabilità delle cose preziose. Fiori,
angeli, bestie. -
che
tenerezza questa bella ingenuità di grazia altezzosa. _02
INFALLIBILE
LUCIDITA’
Lucidità, raggio della stella,
risposta al giorno che si interroga, sonno quando sopraggiunge la notte.
No non più dopo le
decorazioni livide apparse sulle braccia dopo le numerose pungenti
farfalle ospiti delle vene verdastre. Niente apparirà mai se non là in
fondo al disastro. Quindi? Non è chiaro chi sia il paziente estetico. Who
acts today? Lo scrittore – la sognatrice – il morituro? Naturalmente
in unico involucro corporale. Il declino del Semplice è il trionfo del
disastro. Unica certezza è che Maurice li sta aiutando, ma non li salverà
dal disastro. Sì è una bella domandina: Who acts today? L’inesperta del mondo? La malata all’inizio, la capretta da sgozzare, la bamboccia del lunedì di pasqua, quella trovata dentro l’uovo rotto? La magiatrice di bignè al cioccolato – senza glassa che non le piace. Non lei in persona, troppo impaurita dalle galere dell’esibizione, ma lei in loro, ma loro in lei, come cavalcandole piena di gioia con briglie di porpora. Esse sono lei – la materia umana – in essa – i suoi pianti e risi . E così si tingono dei pallori delle disgrazie gradite che esse insieme sono: eccezione genetica resistente al male poiché sono nate nel male o ad esse destinate. Nate sbagliate non possono sbagliare, è questo che le rende coscienze infallibili. Ed essa si fa raggio della stella, sua luminosa fascia, stretta, sottile, appena una sillaba che sente dirsi sì – e così con il corpo in pezzi brucianti si fa luce incenerita. She is a shady women. _03
DISASTROSO
CONTRATTEMPO
Rottura
con l’astro, domanda di oscurità che tace, insonnia quando sopraggiunge
l’alba. Il desiderio rimane in rapporto con il lontano dell’astro, domandando al cielo, chiedendo all’universo. In questo senso, il disastro distoglierebbe dal desiderio nel fascino intenso dell’impossibile indesiderabile. Allora può capitare che compaia il disappunto del disastro: che non risponde all’attesa, che non lascia fare il punto, l’appunto, al di fuori di ogni orientamento, nemmeno come disorientamento o semplice smarrimento. Si può dire un contrattempo, non più in tempo, nemmeno per il ritardo. Ma non è sempre possibile fermare il tempo, il contrattempo è già piazzato, installato, caricato, saccheggiante. Esso in genere è vita, aggiornatrice del casuale e del necessario. O consumite viscera morsu! Essa ha potere sul suo labbro veloce, rinviandola al giorno stabilito. Quello vero, autentico, giusto – giusto – che fa tutto sentire nella paura. Ma lui ha detto: il morire è non–potere, strappa dal presente, è sempre superamento della soglia, esclude ogni termine, ogni fine, non libera, né protegge. Nella morte ci si può illusoriamente rifugiare, la tomba segna la fine della caduta, il mortuario è l’uscita dall’impasse. Morire è qualcosa di sfuggente che trascina indefinitamente, impossibilmente e intensamente nella fuga. Così lei – essi – esse – lui (quasi perfetto) proviamo a morire per finta, per bellezza.
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La redazione - ritenendo che sia gli spazi che la distribuzione del testo siano significativi - ha preferito non variare alcunché. La distribuzione degli spazi nel testo, infatti - per quanto ci riguarda -, è espressiva quanto le parole. Buona lettura!
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