|
|
|
Vero Amore di Beatrice Bettini
L’automobile
si fermò in uno spiazzo bianco, i pneumatici rallentando sui sassolini
diedero voce alla lenta frenata, alla sosta quindi; tutt’intorno
dominava il verde intenso degli alberi della montagna, ma non vi era il
gran silenzio che il luogo avrebbe meritato. Sole.
Una giornata limpida, si annusava l’aria della prossima primavera; ma
quel sole era mendace. La
voce bassa, quasi impastata, descrisse un presunto rapporto d’amore e
dopo centocinquanta, o duecento forse, parole concluse:
- …
alla fin fine ne ho guadagnato solo la sieropositività. Lentamente,
per non permettere che quel movimento collaborasse a ridurla in mille
pezzi, diresse la mano verso la maniglia per aprire il vetro e,
altrettanto lentamente, la nota frizzante aria dell’ormai prossima
primavera cominciò a invadere l’abitacolo. Non
riusciva a comprendere se una lama l’avesse trafitta. Indescrivibile
quella sensazione. Non
vi era abbastanza silenzio intorno affinché le lacrime scendessero libere
e non soffocate. Dolore,
rabbia, paura, … pensieri: “Non è possibile suicidarsi così”. Continuò:
- … so che è come se ti fosse caduta addosso una tegola.
-
E’ vero, quindi, tutto quanto avevo supposto: la disistima verso
te stessa, un grosso complesso di inferiorità, traumi infantili, mancanza
d’affetto, tutto in questa rovinosa caduta. E
mentre ascoltava le sue nuove parole: -
… da giugno dello scorso anno so di essere sieropositiva, non te lo ho
detto sinora perché non volevo rovesciarti addosso il peso di questa
situazione. Ora il mio rapporto con lui sta finendo, dovevo dirlo. Oltre
lui, la sua famiglia e me, nessuno lo sa. Mute, grevi
parole filtrano
capelli (nuvole
inanellate), tra
raggi di luce, urlano silenziosa
solitudine. Ricordò
la scena di un anno prima, circa. Il
rettangolo di una finestra, chiuso; la persiana totalmente riavvolta, il
vetro non riusciva a trattenere quella luce, tipica del primo mattino
estivo in una cittadina di montagna, che invase la stanza. Una figura
femminile si stagliava contro quella luce; nella stanza un silenzio
innaturale, compatto,
fatto di pensieri ammucchiati, stretti l’uno all’altro. Ipotizzò
che fossero i soliti pensieri, composti da una variegata gamma di temi,
dai più problematici ai più semplici, da quelli materiali ad altri
legati strettamente a fattori di carattere. Pensieri,
scene ideali e ricordi che in quel mattino, probabilmente e chissà perché,
erano più sentiti; ma non era così, lo scopriva solo adesso. In
quell’abitacolo, con lei vicino, cercò di dominare il senso di
impotenza che l’aveva pervasa; ma doveva badare anche alla sottile
voglia di scagliarle contro
tutta la rabbia e di scagliarsi contro di lui che aveva manifestato
tutta la sua vigliaccheria. A
cosa sarebbe servito? Per
il presunto “grande amore” aveva dato tutta se stessa; di più, aveva
rovinato la sua vita dandola in pasto al nulla. “Amore”
colmo di controlli, litigi, scenate di gelosia, inutili continue
dimostrazioni che a lui non bastavano mai; e, pian piano, rinunciava a
tutto ciò che faceva parte della sua vita, annullava la sua personalità.
Il
“grande amore” l’aveva condotta a infischiarsene di tutti coloro per
i quali era una persona da amare. Egoismo? (Il
grande amore, l’immolarsi per esso, il sentimento di grandezza dovuto al
sacrificarsi, il dimenticare le persone che avrebbero sofferto della sua
sofferenza). Cosa
dire? Le
labbra non proferirono altro. Ora
avrebbe dovuto soltanto continuare la lotta contro la malattia. L’automobile,
poi, riprese il suo vagare tra le strade. Beatrice Bettini |