30 Luglio

  di Graziella Violante

Sono all’ombra delle nuvole su una baia di ciottoli e massi che fanno scogliera a Vadto.

E’ tempo che faccia il punto di quest’anno passato e sceglierei il punto di vista smarrito del macellaio Arnaldo che rifornisce coi suoi garzoni carne per i cani e per noi.

Non c’è più Anna Maria, è andata in pensione.  Ludovico e Marco assumono un omone cecoslovacco che non dice e non intende una parola di italiano ed è totalmente inesperto di faccende domestiche, Ludovico e Marco ridono: durerà poco.

Consegno tutto alla lavanderia.

Ed inizia il calvario.

Marco ha lasciato Josphine, non è depresso, è colmo d’ira: Ludovico ha negli occhi fisso un disprezzo. Uno sguardo che non conosco.

La biancheria i vestiti non tornano. La casa non va avanti, i brontolii al mattino nel guardaroba s’alzano di giorno in giorno di tono.

Solo Arnaldo continua a mandare filetti arrosti grandi bistecche e abbondante carne per cani, e Sandro il verduraio, ma tutti mangiamo poca frutta e poca verdura.

Il cecoslovacco dura poco ed arriva una coppia di filippini. Le ordinazioni da Arnaldo aumentano.

La sera a tavola con quei filetti che per quanto morbidi io non riesco a masticare e a mandare giù: ho ricominciato col dentista e sono dolori, e a tavola c’è tensione e il boccone rimane in bocca o in gola.

La sera Ludovico s’alza da tavola. Non l’ha mai fatto e sembra soddisfatto che ci sia Marco. Ed esce, senza spiegazioni.

Marco si chiude in studio col computer.

Non si dialoga, non si parla, appena qualche commento sui Tg.

Marco prova pure ad inserire qualche film, ma la tensione è altissima.

Anche al mattino i due protestano mentre si vestono e dove è questo e questa camicia non è stirata e i miei pantaloni. Ed i miei vestiti? Pure loro scompigliati.

La lavanderia è lenta nelle consegne e quando consegna mancano pezzi.

Con i filippini le cose cominciano ad andare meglio. I cani escono per la loro passeggiata sulla spiaggia, le camicie cominciano ad essere stirate.

L’asma mi perseguita e sono entrata in nevrosi di casalinga

Le ordinazioni ad Arnaldo il macellaio aumentano e anche quelle del droghiere: abbiamo spesso ospiti.

L’undici settembre Ludovico è in viaggio di ritorno. Lo chiamo, è in macchina e una voce femminile ride dice “Passamela”, lui borbotta contemporaneamente un “ferma” “ti richiamo”. Scacco matto, penso e dico.

Il 20 settembre la filippina, era un martedì, mi porta la borsa da viaggio di Ludovico con dentro carte: “Cosa fare con queste, signora?”

Le prendo, come al solito tento di dare loro un ‘ordine,  tra le tante scivolano fuori le ricevute d’albergo, camera doppia per due persone.

Ero stata dal dentista, dolente. Ludovico chiama: “vengo a pranzo” “Si vieni, è meglio perché ti devo parlare”. E con calma gli rivelo la mia scoperta.

Era da un po’ di tempo che dormendo accanto a lui avevo crisi allergiche notturne e mi chiedevo se era per la nuova schiuma da barba, oppure per un profumo d’altra.

Per la prima volta non può negare. E’ fatto così, ha bisogno dei fatti. E conti d’albergo stessa stanza per due raccontano fatti.

Sei innamorato, gli chiedo, si mi risponde, da un po’. Allora vai e vivitela questa storia liberamente, anch’io non ce la faccio più, così, tra le menzogne.

E’ nervoso e snocciola tutti i suoi sensi di colpa.

Marco,  mio socio e fratello è sbalordito e smarrito; sotto i suoi occhi si sbriciola quello che già non c’era più dove aveva cercato rifugio.

Mancano ora i filetti di Ludovico che fa la sua prima valigia ed esce di casa, ma le ordinazioni da Arnaldo sono sempre abbondanti: siamo Marco ed io, che posso mangiare a fatica, i filippini e amici che arrivano a sostenermi e naturalmente i cani.

Mentre Marco rimane nello studio, con Ludovico c’è l’ultima scenata da ultime valigie, una scenata tutta sua e io lo guardo attonita,senza aiutarlo, mai più ti aiuterò nella tua nevrosi col guardaroba!

“ Fa spesso così? Mi chiede Marco che è uscito dallo studio per aiutarlo a infilare i bagagli in macchina. “Si, gli rispondo, spesso e non lo sopporto più per questo”.

Con Ludovico iniziano telefonate e corrispondenze e mail e visite colme di rimorsi, “Non vale, gli dico, abbi almeno il coraggio delle tue azioni e sii felice”.

Per un po’ continua a tornare come desideroso d’una scena tragica. Per me la tragedia era già avvenuta e non avevo umori di sceneggiate, ma di chiarezza, finalmente chiarezza.

Per un po’ i giorni passano così con me sul divano o alla scrivania senza forze e Marco stanco e depresso per Josephine che chiama e fa scenate. Torna, si chiude nello studio e gioca on line.

Cerco di non fargli mancare nulla lo curo lo vizio, a volte è tenero cerca la mia compagnia e riusciamo a parlare,altre volte è teso, teme che mi metta a bere e controlla le bottiglie di vino e una volta urla contro la mia apatia.

La lavanderia non completa le consegne, in compenso portano abiti maschili che non appartengono né a Marco né a Ludovico. Il quale arriva per gli abiti invernali,un poco alla volta.

Marco ha una crisi di nervi rompe vetri e bottiglie e minaccia di infierire .

Rivede Josephine e mi annuncia: torno da lei. Poi chiamerà:” Avremo un figlio”

Rimango sola con i due filippini , che mormorano: la signora sta male, ad Arnaldo vengono fatte le stesse ordinazioni i cani vengono condotti allegramente alla spiaggia, uno stato di panico mi blocca mentre una tosse aumenta, finisco in clinica per una polmonite secca, rientro a casa guarita ma debole, i filippini come mi vedono brontolano che non dovevo tornare, prendono se ne vanno e mi lasciano senza niente in frigo, scoprirò dai conti, soprattutto quelli di Arnaldo, che avevano continuato a fare la spesa come quando c’eravamo tutti.

Week- end con feste ravvicinate, è tutto chiuso,

Sola, in convalescenza, dovrei stare a letto e invece mi trascino sui divani e nelle feci dei cani ci sono tracce di sangue, l’appetito è poco e quindi non sento la mancanza di cibo, spalmo qualche tartina sonnolenta. E mi angosciano quelle feci sanguinolente.

Viene a trovarmi Eliana, viene a sapere del comportamento indegno dei camerieri, le dico di essere troppo debole per reagire, porta i cani dal veterinario, probabilmente  i filippini non hanno cucinato, hanno mangiato carne cruda e devono stare a dieta e sotto osservazione. Eliana li tiene con sé e il giorno dopo mi porta una giovane rumena, che non parla, cucina appena e poco sbriga le faccende domestiche. La guardo passiva e mi chiudo davanti al computer tentando di riprendere il lavoro interrotto.

Niente più filippini, niente più carne per i cani, io ordino poco presa da un desiderio vegetariano, Arnaldo non capisce più nulla, che succede in quella casa, comincia a domandarsi. E telefona meravigliato che non ordinassi più la carne per i cani. “Devono mangiare carne bianca, e da quando sono stata in clinica si sono ammalati e ci stanno pensando il veterinario e un’ amica” Ed io ordinavo poco, carne macinata, qualche fettina, arrosto o tagliata per i rari ospiti, anche perché né io né la rumena sapevamo cucinare e quelle erano le uniche cose che mi venivano in mente di sapere fare e di potere insegnare. Veniamoci incontro mi dice Arnaldo, c’è abbondante scarto per cani, anche bianca. E i cani tornano e ricomincia a rifornirmi però guada sospettoso; in quella casa non si mangia più, cerco di spiegarglielo, ma non vuole intendere che la mia vita è cambiata.  

  <segue un tentativo di bio-grafia. L’intervallo per bio è perché c’è il corpo con le sue disavventure.

Poiché alle prospettive del macellaio, è essenziale aggiungere quella dei corpi, dei medici, ove non è assente la mente e i suoi curatori “psichiatrici”.

Sia Ludovico che io eravamo da un po’ di tempo sotto osservazione medica. Ludovico per il diabete alimentare, dopo tre collassi, era sotto ferrea dieta alimentare e alcolica:

poco pane poca pasta solo a pranzo,  verdure e cena di filetti: niente più vino e superalcolici,poteva andare solo ad acqua ed il suo spirito di autodisciplina militare

lo guidava con un vantaggioso sopravvento, mettendo fine a quelle nottate piene di urli e whiskey, bevanda che era solito trangugiare con la voracità che gli è propria.

Io, sorseggiando cognac, lo accompagnavo.Con molto ghiaccio e pinoli, ché mi sembrava, mi calmasse l’asma, e anche la tensione che le sue ire ed urla mi provocavano. L’asma aveva raggiunto livelli insopportabili, con quattro shock anafilattici bloccati con chili di cortisone e perenni antibiotici: Ora mi accompagnano gli antistaminici. Fumavo, fumavamo entrambi come ciminiere. Infatti dovrei parlare anche del punto di vista della tabaccaia, del droghiere e del vinaio. Anche lì i conti  a loro ultimamente non tornano più.

Marco lo seguiva nella dieta per perdere la pancia.

Vadto l’avevamo scelta come sede. Una villa un poco disadorna che avevamo scelto per il suo bel giardino che come un parco si prolungava fino al lago. Vadto un piccolo borgo non lontano dalla città, non lontano dal mare. E il lago.

Mentre prima erano sempre presenti e pressanti, mia madre e mia sorella Emiliana da quando Ludovico se ne è andato non si sono fatte più  vedere, solo telefonate serali piuttosto velenose di mia madre che oltretutto mi consiglia uno psichiatra suo amico per curare la polmonite, ride sarcastica se le dico che mi basta lo pneumologo e si irrita che io veda e senta Marco. Ho provato a spiegarle che tra me e Ludovico è rimasta l’amicizia, ma lei rifiuta e preferisce sentirmi abbandonata e si infastidisce se le ripeto che malgrado tutto ce la faccio, anche se poco, e anche a portare avanti, anche se lentamente, il lavoro. Né io desidero la loro presenza, e le loro battutine non le reggerei.

Anche se dopo ogni telefonata rimango col microfono sospeso tra le mani crivellata

da domande non recido. Rispondo sempre e ascolto.

Io continuo a mangiare poco: la bocca martoriata dal dentista lo stomaco chiuso vado avanti.

Marco invece viene a trovarmi. Con Josephine sembra ora felice, attendono il figlio desiderato, ha bisogno di più lavori ed io gliene procuro pochi  e quel che devo fare io lo faccio troppo lentamente, l’affetto rimane ma è teso.

Ludovico telefona, si confida, chiede consigli, arriva, si ferma e conversiamo.

  Arriva Natale si pensa comunque ai regali ai bon bon natalizi, gli amici organizzano qualcosa, comunque preparo organizzo: un pranzo per Ludovico e Marco che viene con moglie e suocera e una cena con Ludovico e mia sorella Emiliana, che si fa vedere solo se c’è Ludovico, e un suo accompagnatore di turno.

Per le feste comandate, Natale e Capodanno, dovrei andare, gli amici insistono,rimango a casa.

L’inverno passa così, davanti al camino e davanti la televisione. C’è la guerra, non lontano.Seguo i telegiornali.

A marzo si rompono i vecchi termosifoni e la casa si allaga ,la rumena comincia ad urlare e non la smette per giorni, fino a quando non riparte per casa sua.

 Mi ritrovo gli operai in casa: per i termosifoni da cambiare, per la caldaia che si  blocca, per la pioggia che dal tetto entra in casa. Fa freddo e il camino brucia legna tutto il giorno.

Con il machete il senegalese che si occupava del giardino sfrondava gli alberi da una catena a liane che soffocava e strozzava seccandoli gli alberi, ostruendo anche i passaggi dei vialetti verso le dune verso il lago. Come domestica era arrivata Mira, efficiente  e risolutiva.

Dipingevo scrivevo seguivo i lavori affinché dalla primavera in poi fosse tutto pronto: sarebbe nato il bimbo di Marco, mi avrebbero raggiunto mia madre e la madre di Ludovico, la casa era spaziosa e avremmo potuto ospitare gli amici.

Ludovico arrivava il venerdì, sempre nervoso. Sbatacchiava le portiere della macchina,  controllava, chiedeva che è successo, brontolava e si buttava davanti alla televisione depresso.Il sabato si riprendeva, dava ordini e si rilassava con il pranzo.Andare dal pescivendolo lo divertiva e mi seguiva nelle lunghe passeggiate sulla battigia con i cani che correvano dalle dune al mare. .

Nella sua stanza la domenica finalmente dormiva fino a tardi e si compiaceva, lo portavo alla scoperta del bosco del lago al mare.Stavamo bene.

Il lunedì partiva ed io ero un po’ triste e non lo nascondevo: mi aspettavano serate solitarie davanti al camino.

Per Pasqua la casa proprio pronta non è, ma si può ospitare , arrivano Marco, Josephine con il pancione e Carla, la mamma di Josephine. Le due brontolano sempre, niente gli va bene, io me ne dispaccio, cerco di comunicare la mia gioia e il mio ottimismo.” E’ qui che staremo con il bambino d’estate, ecco le stanze che avrete a disposizione per sentirvi libere, e qui lo studio di Marco.” Ma loro nicchiavano e io non le capivo. .

Per il giorno di Pasqua ci raggiunge una coppia di amici, molto vitali, un po’ eccessivi, goduriosi, costruiamo un pranzo con ostriche e aperitivi pesci molluschi e prosecco: le signore di Marco si danno per scandalizzate e mi accorgo che me lo mettono contro, con quelle facce disgustate che guardavano intorno.Non mi rendevo conto quanto, e mi scusavo per la casa non ancora proprio pronta, per colpa dei termosifoni appena finiti di cambiare.Almeno c’era il riscaldamento funzionante e c’era il sole, cos’è che non andava?

Josephine aveva il pancione bellissimo a uovo che esponeva al sole e i capelli lunghi: capivo quanto Marco potesse amarla ed ero trepida per l’evento ormai prossimo:

un bimbo! Però le mie gentilezze Josephine le schivava e la madre accorreva: no, il latte per Josephine non deve essere così.

Partono tutti e rimango di nuovo sola. Iniziava di nuovo la bronchite, ma camminavo allora ancora a pieno fiato per chilometri, mi incollavo alla televisione, alle telecronache della guerra ed io che con la tele ho giocato spesso alla metafora mi sentivo stretta dalla metafora storica.

Marco chiama tutti i giorni ma si fa sempre più crudo, tanto che un giorno gli dico

Se continui così rompo la società con te che vuoi dire? Che cosi non va.

Anche mia madre chiama , sempre più con quella sua voce in falsetto che mi stanca e mi allarma: sta macchinando qualcosa, e non era un semplice dubbio immotivato: in quel periodo lei e mia sorella erano sempre in contatto con Ludovico, e quando loro si mettono in mezzo per me non c’è niente di buono.

Ed una sera mia madre, toma toma come dicono a Napoli, mi fa: “Tanto tu il bambino non lo vedrai mai, è mio”.

Ci risiamo, non ce la faccio più: Con  la sua rivalità con le sue previsioni macabre del futuro che rivelano  i suoi progetti, della sua perversità nei miei confronti che sempre si ripete oscena. Ancora? Anche per il nipote? Mio suo, figlio di Marco, perché stasera mi fai questo terribile annuncio colmo d’odio, per lo più mascherandolo sempre come pronostico?

Rimango muta e sbalordita. Soprattutto muta.E’ l’abisso mi gira tutto intorno svengo mi sorreggo non devo mi sdraio e non mi riprendo più.

Laconica sono al telefono con Ludovico, non riesco a spiegare perché sono attonita, mi si strozzano i suoni in gola,sono davanti al camino è notte e non mi escono parole dalla bocca.

Arriva che è notte fonda,mi abbraccia mi calma ma ancora taccio. .

Al mattino, la radio accesa, lui tra il caffè e il bagno e il telefono e in salone dove mi trova con una rivista caduta per terra: ed io che finalmente mormoro sono a pezzettini, come distribuita tra tutte le pagine. Che vuoi dire, mi chiede. Mi sento sezionata, gli dico, come io donna, come in una rivista femminile tra le tante pagine: un po’ alla moda , un po’ salottiera, un po’ sola, un po’ buscherata, tra l’intelligenza e la cucina e i massacri di famiglia,tra i consigli per gli acquisti quelli dell’amica e dello psicologo di rubrica. E rimango a guardare tra i piedi, in terra la pagina di copertina e la fotomodella di turno e ripeto così a pezzettini, come da un uccello del Tibet che smembrana, io il cadavere.

Mi guarda allucinato io taccio di nuovo, si attacca al telefono,  pronto, lui è pronto a partire, di sicuro lo guardo con uno sguardo d’abbandono e sono in macchina, come al solito lui attaccato al telefono e io, zitta. Ma il mio silenzio non è come al solito e il suo parlare al telefono è insolito nel modo.

Vedo la macchina scorrere sui viadotti vedo delle grotte, attraversiamo dei cancelli, attraversiamo l’atrio affollato di una clinica, mi chiedono un documento,lo consegno, adesso arriva il medico, mi infilano in un piccolo studio, entra si siede col suo camice bianco e mi chiede lei sente voci?

E’ uno psichiatra guardo fuori la finestra il parco della clinica so che comunque  rimarrò qua dentro. Si dall’atrio e dal corridoio arrivano voci, riesco a rispondere malgrado il mio mutismo, tentativo disperato di salvarmi. Mi guarda ironico, apre la porta la mia stanza è già pronta mi affida ad un infermiere che ha già i miei bagagli e cominciano subito a impillolarmi e a iniettarmi. Mi stordiscono, insomma.

Ludovico viene a trovarmi  credo ogni giorno ricordo che mi dichiara  di non avermi mai amato cosi tanto e io mi spavento.

Gioco a carte e perdo tempo, che tempo!  Con uno che è chiuso lì da tanto tempo: con lui passeggio guardo i fiori e mi tengo lontana dal margine di confine della clinica psichiatrica: sono solo due ore di veglia pomeridiane e poi di nuovo in camera sotto la tortura degli aghi. Eppure a Ludovico glielo avevo detto che ho paura degli aghi, che diffido intellettualmente degli psichiatri, e adesso ero lì.

Ero talmente rintontita dai psicofarmaci che non potevo fare auto analisi né meditare, d’altronde lì, anche nell’emergenza, psicoananalisti non ce ne erano, c’erano solo psichiatri.

Finalmente esco da lì..

Il giorno prima della dimissione mi rubano documenti d’identità e altro.

O altro.

Emiliana arriva e mi accompagna dai carabinieri per la denuncia. La mia testa gioca  di metafora: mi hanno rubato l’identità.

Torniamo  a Vadto, io, Ludovico e Emiliana , che in casa padroneggia e rifà e ridice cose già fatte e già dette negli anni, quando sente d’avere vinto  e di comandare lei: infatti mi hanno rispedito a casa con una masserizia di psicofarrmaci da prendere a tutte le ore. Me li guardo che parlano di me davanti a me fra loro con molta affabilità E non è la prima volta: quante volte da ragazza Emiliana ha circuito per portarselo a letto a volte riuscendoci chi mi stava accanto, e adesso con Ludovico vedo che sente di avere il gioco facile.

E guardo Ludovico e non sono opaca.

Non è tanto la domanda se già lui va a letto con mia sorella o ci sta per andare; inghiotto le pillole dell’ora prima di cena e so che se sono strana è che per esempio ci sono abituata che Emiliana faccia così e la ho sempre considerata una gran scema che fa male a sé e anche a me e da sempre ne diffido. E’ Ludovico che mi guardo, anche con le pillole del dopo cena che loro controllano che io mi prenda: per l’antipsichiatria, contro la psichiatria come soluzione della storia mi disse lui di se stesso convinto e ora a che gioco sta giocando, poiché gli  avevo raccontato tutto, quale verifica vuole fare sulla mia pelle con la mia stravagante famiglia, qui  lontano da tutti dove io non posso fuggire perché così impillolata e so di essere prigioniera anche di queste pillole prendi questa, è l’ora di questa e ora vai a letto che è meglio. Lo so da me che altro non posso fare che andare a letto nello stato in cui sono ridotta. Ludovico non mi ha tradito a letto,più profondamente, nel pensiero intellettualmente nello spirito salgo le scale loro scherzano mi infilo a letto mi infilo le pillole tutte, tutte le sfilo dai loro cubicoli e tutte le inghiotto.

Mi sveglio in una camera astratta con un tubo in gola che mi dà fastidio e mi fa male: lo tiro qualcuno urla e mi rendo conto di essere in una camera di .rianimazione. E’ da allora che annaspo.

Dove .. oddio si è tolta il tubo e una con la crestina in testa lei è in rianimazione mi fissa

Bé, mi sono rianimata me ne posso andare, questi tubi sono pochi e c’è sempre la  dove sono …. e se proprio vuole andare deve parlare con il dottore.

 Ci passo una notte la mattina mi affretto voglio uscire incontro il dottore, o, meglio, lo psichiatra mi riceve nel suo studio entro ti ricordi di me, chiede.

E’ un amico di mia madre e di mia sorella e lo riconosco dal nome e dalla loro descrizione,credo che non abbia da allora capito niente della situazione ingarbugliata che mi scivolava addosso, sta correttamente alle regole del gioco delle leggi e mi risponde nessuno ti trattiene qui, ma se vuoi andare, chiamo prima tua sorella

Avevo fretta. Si gli dico voglio uscire. Poiché sono sopravissuta, voglio capire cosa è successo e ho da fare, non posso stare qui.     

Salgo su di un pulmino che fa le fermate tra i padiglioni e le varie cliniche, poi si ferma davanti all’ingresso principale, scendo e incontro mia sorella che sta entrando: è una giornata afosa carica di pioggia..

Sono qui a Vadto,  da allora,e scavo nella memoria solo adesso e non tutte le successioni temporali saranno  di conseguenza e giuste nel continuo.

Un raschio in gola è perenne: ho tolto il tubo troppo velocemente, al risveglio e tossisco spesso , non tosse da sigarette.

E passa un periodo oscuro nella mia memoria, che si riaccende con la telefonata di Marco: Josephine è in sala parto. Arrivo!

All’alba salgo in macchina e guido verso  casa di mia madre che mi aveva chiesto di andarla prendere. Come una scema ci vado. Rimaniamo lì, lei non si muove, sono emozionata e ho fretta, lei perde tempo,mi fa perdere tempo la trascina per le lunghe io sono impaziente infine mi dice, sai Josephine teme che tu veda il bambino: è scuro: mi preoccupo è successo qualcosa? No è nero: Bè, dico io era probabile, Josephine è creola , che problema c’è? Di quale problema stiamo parlando, perché non andiamo? Io l’ho gia visto, mi fa lei e sento che la sua passione sta mettendo in moto qualcosa: Io vado dico stizzita, non mi frega niente di niente, io voglio solo conoscere ed abbracciare il bimbo Josephine Marco, ho un nipote, sono felice lo capisci , che cosa sta ed esco dalla porta e allora lei mi segue.

Entriamo nella nursery, il viso di Josephine è stanco, le ho portato profumerie da conforto  di letto, è stranita, nella stanza c’è un’altra partoriente e i suoi parenti anche lei olivastra come Josephine, un po’ più scura, un guizzo in testa mi attraversa veloce, le infermiere portano i neonati, da una parte i parenti gioiosi, da questa il piccolo nella culla accanto a Josephine, mi avvicino gli tocco la piccola mano,chiedo posso prenderlo in  braccio, c’è il segno di assenso sia di Josephine che dell’infermiera che me lo porge, si intromette mia madre no tu no, è mio e allarga le braccia e se lo prende e nei suoi occhi c’è una sfida d’odio e io oddio vorrei pregare. La guerra l’aveva dichiarata ed ecco metterla in atto: il bimbo piange, l’infermiera lo prende e l’attacca al seno di Josephine: è bello e il suo colore di pelle identico a quello di Josephine ed arriva Carla ansiosa e ci manda via ed io concordo Josephine deve riposare.

.Ero in un misto di gioia e incubo e accompagno mia madre a casa senza dire nulla.

Oppure è arrivato Ludovico e sono andata via con lui? Si confonde la memoria, però so che torno a Vadto.  .

Josephine e il bimbo sono a casa, Marco è felice e invita me e Ludovico a pranzo. Il bimbo dorme, siamo tutti lieti, poi Ludovico si fa autoritario e impone: domani Josephine vai a Vadto e con il bimbo ti trasferisci lì: No che non fosse logico la casa era lì pronta per loro, ma era ancora un po’ presto d’allontanarsi dai medici e glielo spiego mentre già Josephine dice no,non parto. Ludovico si incazza urla sbraita e vuole imporre; s’incazza anche Marco e si picchiano, mi intrometto do un calcio a Ludovico e uno schiaffo a Marco, così non si fa.

Torno a Vadto e Marco e Josephine e il bimbo non li ho visti più. I miei richiami erano inutili.

La preoccupazione di Ludovico era che non stessi sola, con la cameriera  e quindi mi manda mia madre che viene con un’amica, rimane una notte e la mattina mentre ero fuori in giardino mi lascia un biglietto: Torniamo in città. 

Non l’ho più vista da allora.

Sono qui a Vadto, con la paranoia di una gengiva non tanto per la quale: il dentista non mi tocca se non faccio una panoramica della bocca.

Qui, davanti al vasto panorama, disinfetto, sperando di arrivare a settembre. E respiro e le cicale mi disintossicano i sonni. Un’infermiera mi segue, ogni passo ogni movimento,io la porto al mare con i cani così stesa al sole tace.

Delle semplici analisi del sangue hanno rivelato che sono denutrita e debole: valori bassi.

Potrei anche raccontarla dal lato del pane,oggi.

Perché è da settembre scorso che non so comprare pane. O troppo, o poco, o stupido, o lo dimentico e non c’è più pane fresco.Lo ordinavamo dal droghiere. E mentre gli altri anni tutto procedeva, il pane arrivava, era quello giusto e quanto bastava, a settembre arriva a tavola pane che a Ludovico e a Marco non piace, oppure pane non sufficiente ad arrivare alla sera: a volte perché già vecchio, a volte perché non c’è più. Né col cecoslovacco né coi filippini riuscivo a regolarmi: quanto e quale pane ordinare?

In quelle cene sconsolate in cui abbondavano i filetti, nasceva la discussione del pane.Mi ricordava la guerra del pane tunisina e non prevedevo niente di buono, una serrata involontaria che nasceva in casa. E il dentista mi riduceva in tal  modo che il pane. Insomma il pane mi rendeva infelice in tutti modi, rivelava come tutto non andasse.

Una volta con Mira da poco arrivata andiamo in paese e compro il pane: mi mostrano una pagnotta di una rotondità perfetta e dico “Quello”

E Mira in macchina – perché tutto quel pane, abbiamo ospiti? La casa è piena di pane. -

E’ che la rumena mangiava tanto pane e se non vedeva pane, piangeva. Piangeva sempre, a tutte le ore. Il pane la consolava e già appena arrivata cominciò a comprare chili di pagnotte lunghe che lei affettava e la sera quelle fette erano secche e dure e avanzavano. Lei guardava quel pane avanzato e chiedeva – e il pane?-

Ora capisco che di fronte a quel pane avevamo due angosce contemporanee. Per me era che non c’era più nessuno a mangiare quel pane. Per lei era come se non ci fosse stato cibo.

Ludovico in una sua telefonata annuncia sabato vengo a trovarti e a salutarti.

Sabato presto presto annuncia sto partendo. Con la donna e l’infermiera andiamo in paese per le cose dimenticate. Sulla strada di ritorno la domestica fa “ Signora il pane, oggi c’è solo mezzo”.

In quel momento telefona Ludovico. “ Sono tornato indietro, c’è brutto tempo e traffico”

“ Niente pane, Mira, ci basta.”

12 agosto:

 In una villa non distante è arrivata ad abitare una giovane signora,  una bella femmina. Da un po’ di giorni mi cerca, viene coi suoi cani che giocano coi miei a passeggiare lungo il lago, viene a trovarmi a casa, è colma di attenzioni.

  Dovrò ricominciare a depilarmi gambe e petto, dovrò riandare dal parrucchiere e anche radermi questa barba depressa.  Come farle altrimenti capire che a me piacciono solo gli uomini e che anch’io, malgrado tutto, sono una signora?

Naturalmente non è vero che mi corteggia, non so se sia pietas, ma quando mi ascolta nei suoi occhi c’è che già sa, non so cosa, ma qualcosa sa. Il si dice. Mi guarda, passeggia si ferma e rispetta i miei passi meditabondi, s’allontana con lo sguardo a mirare il volo degli uccelli e c come un aruspice dice frasi. Seguo il suo sguardo, anche i cani lo fanno, l’infermiera ci guarda  non tranquilla e borbotta, alla quale io le auguro solo ciottoli, in quest’aria d’aruspice che qui questa femmina con i suoi animali mi porta.

Sei un guerriero gesuita in altra forma, mi dice, una sera giocando a scacchi per prova, al mio lamento d’essere stato esautorato  dal mio ruolo in una società da tutta una società.

La bella femmina, che deve essere, malgrado quello sguardo vacuo, intelligente, ha esclamato non vedi la tua fortuna dimentica quello che ti è accaduto e ripete, ma non capisce la violenza nell’anima che ho subito per questa mia differenza intrinseca nel mio me essere altro dalla mia forma. Cosa  dirle della sostanza che spesso è forma?

…e che la dicotomia tra forma e sostanza mi era data dalla famiglia? La mia sostanza ambigua in corpo ambiguo.

Prima di farmi la barba, tenterò con lei, non sia mai detto quale sia l’inizio di una  nuova era, parlo con lei e il quaderno scema, e comincio a parlare di me al maschile.

Ed a lei mostro i miei vestiti, mentre ancora indosso questi jeans stinti: quelli lunghi attillati e con lo spacco sono i miei preferiti e lei approva. “Ricomincia a vestirti, non ti trascurare sii te stessa, è proprio la tua ambiguità che mi attrae.” Infine mi dichiara. Ma non possiamo più essere ambigui, ed essere piuttosto decisi, dopo quello che avvenuto, fino al 30 luglio così. Ma ora che riprendo questo quaderno voglio e devo raccontare, quasi come se fosse una letterA aperta, tutto ciò che  è avvenuto dal 31 luglio in poi.

Graziella Violante

versione stampabile

 

 

 

 

cover

 Racconti Home