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Alla
Fondazione
107, dal primo aprile 2010, è previsto il secondo appuntamento del proprio
corso espositivo che ha l'obiettivo di promuovere e stimolare
dibattiti su temi di interesse globale, sviluppati da artisti
provenienti dai vari continenti, che portano la loro esperienza e
visione del mondo attraverso le opere esposte.
La
mostra esplora la linea di confine, in cui le azioni di attacco e
difesa perdono di certezza e definizione, lo stato di sospensione
che si determina, agevolato dalla manipolazione dei dettagli
conduce ad una realtà artefatta, un territorio dove le
responsabilità non sono più certe ed individuate, chi attacca e
chi si difende assumono connotati simili, non è più possibile
l’imputazione o assoluzione piena, siamo stati traghettati nei
territori del dubbio e dell’incerto.
In-Difesa
è una condizione
che tutti i popoli vivono e si manifesta nel quotidiano, nelle
società cosiddette evolute il modello è presente in forme
latenti e agisce tramite contagio nei rapporti interpersonali e
prima ancora con noi stessi.
Gli artisti in mostra sono stati
selezionati in base ai loro lavori seguendo 5 temi essenziali; si
parte dalla In-difesa della vita, per passare alla In-difesa
dei diritti, l’In-difesa dell’identità, l’In-difesa
del diritto di culto sino alla In-difesa militare.
All’interno di questi macro elementi si scatenano situazioni di
incontro-scontro quotidiano quali potere, territorio, rapporti
interpersonali, psiche, infanzia, uomo, malattia, sesso, droga,
autolesionismo, nascita, religione; ci soffermeremo su alcun e
di queste situazioni, assumendole ad esempio in considerazione che
ci è talvolta inconsapevole ma è diventato assolutamente comune
vivere in uno stato di In-difesa.
Il
viaggio tra le opere ha inizio dall’origine, l’Africa, il
primo continente emerso ne diviene il simbolo. Diamante
Faraldo la riveste di copertoni mentre il cuore centrale è in
marmo nero assoluto.
La forma del continente risale alla
cartografia del 1600, più tozzo di come oggi è visibile dai
satelliti, un’immagine più materna e protettiva, sulla cui
superficie emergono le piaghe di una spartizione coloniale
eseguita geometricamente ed asetticamente, con righello e
compasso; come sottolinea Faraldo: “geometrizzare un territorio
significa impossessarsene ed è così che è avvenuto, sin dai
primi contatti con gli europei catapultati nella conoscenza del
“nuovo mondo” come territorio da colonizzare”.
L’Africa è rappresentata in mostra da sei artisti
eterogenei ma uniti nella denuncia di un vissuto che di umano ha
ormai ben poco. Gonçalo
Mabunda, dal Mozambico, costruisce un trono con resti di armi,
materiale di scarto sin troppo facile da reperire in un Paese in
costante stato di guerra civile.
La denuncia di Peter
Wanjau racconta di un’Africa malata, di piaghe quali
l’Aids o la TBC che con un colpo di spugna hanno annientato
un’intera fascia generazionale; egli si immedesima nella figura
di un predicatore che vuol mettere in guardia contro le debolezze
umane e i reati che si possono commettere in un territorio dove
vige la legge del più forte.
L’Africa soffre, ce lo dice Almighty
God, artista keniota che decide di rappresentare il suo Paese
come un enorme cuore sanguinante tra le braccia tese di un uomo in
procinto di gettarlo nel vuoto, così come l’immagine dei due
uomini uno sulla testa dell’altro: prevaricazione o gioco
d’equilibrio?
Anche dall’Europa si alza un coro di denuncia: Daniele
Galliano ad esempio racconta l’isolamento e la vulnerabilità
della donna incinta, una futura madre pronta a combattere per
difendere la vita che porta in grembo, ma sola, consapevole del
fatto che nei grandi eventi della vita si è soli, vive questo
stato in bilico tra desiderio e paura, gioia e dolore, attacco e
difesa.
La solitudine della vita e quella della morte come nelle
fotografie di Ana Opalic, nata a Dubrovnik
nel 1972, sono spazi deserti, anonimi, in realtà, luoghi delle esecuzioni
di massa e degli eccidi: edifici vuoti, scheletri svuotati di
memoria con poche tracce di un passato che è bene non cancellare.
Gli scatti di Dino Pedriali si concentrano sull’uomo, si
tratta di un corpo segnato dalla fatica del vivere, un corpo che,
nonostante le perfette forme caravaggesche, manifesta il disagio,
la paura, la follia, come la scimmia antropomorfa che interpreta
l’urlo di Munch ad opera di Sergio
Ragalzi.
La ridefinizione del ruolo della donna è affrontato da
parecchi artisti in mostra: dall’Asia arrivano i lavori di Almagul Menlibayeva, la donna ci è mostrata in diverse situazioni, la donna
oggetto del desiderio, la donna madre e la donna in bilico tra
l’attacco e la difesa.
Sono tre momenti di una condizione
universale che racchiudono un mondo da cui l’uomo spesso è
parzialmente escluso, o il video di Rahraw
Omarzad che ha per protagonista una donna avvolta nel proprio
burqa che rifiuta le forbici che le vengono offerte per evadere e
si chiude in un mondo personale, dove il ricamo esprime l’unica
possibilità nel creare un microcosmo di rassegnata accettazione.
Alla stessa donna fa riferimento Shirin
Neshat, mentre altri artisti dal Medio Oriente quali Yefman
Rona ci parlano di un muro che non si riesce ad abbattere, di
fronte al quale ci si sente piccoli e impotenti, come se una Pippi
Calzelunghe decidesse, sola, di prendersi carico di una tale
responsabilità.
Senso di responsabilità, è questo lo spartiacque che
divide il bene dal male. Quando si prende coscienza nella propria
responsabilità ci si sfila la maschera, non si è più come gli
uomini incappucciati di Andres
Serrano che possono compiere azioni efferate protetti dall’irriconoscibilità.
Ci si assume la responsabilità della propria e dell’altrui
vita, ecco quello che stanno testimoniando gli artisti in mostra:
c’è ancora una speranza per questo vecchio e sofferente mondo e
risiede nella coscienza di ogni uomo e ogni donna appartenente a
ciascun continente.
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