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Da sempre
l’uomo ha nutrito un morboso interesse per gli incubi, il
lugubre e il deforme.
L’arte, a sua volta, si è soffermata
spesso nell’analisi e nella rappresentazione di figure
grottesche; dagli albori della figurazione, attraverso il
Medioevo, passando per l’antichità greca e romana, via via fino
ai giorni nostri, il filone fiabesco-onirico-mitologico ha avuto
per [s]oggetto la commistione di antropomorfo e zoomorfo, e
talvolta addirittura di fitomorfo, fomentando un genere a dir poco
variegato.
Seppur associabili a tale tradizione, le sculture di
Marco Prestia se ne discostano, sia nell’intento sia
nell’esito. Esse agiscono da cerniera, mettendo in continuità
le mutazioni organiche con la rifondazione ex
novo di una simbologia post-umana.
L’artista sembra infatti
voler abbandonare l’aura del sacro per ritornare a un carattere
magico del moderno: quello della biogenetica.
La
consapevolezza topografica del corpo viene scissa in due emisferi,
superiore e inferiore, aspetto che riporta alla mente la figura
del Satiro greco o del Fauno romano.
Ma, rispetto ad
un’iconografia classica stilisticamente definita, i Bio-morfi di
Prestia ne sovvertono l’anatomia e le peculiarità.
A dispetto
di ogni facile speculazione sulla natura divina della razionalità,
la testa e il tronco – sedi dell’intelletto e delle emozioni
– vengono ricondotte al regno animale, mentre il ventre, le
gambe e i piedi – a cui le pulsioni più ferine pervengono e
competono per diretta afferenza col contatto terrestre – sono
invece umane.
Nell’opus
contra naturam di Prestia la distinzione tra passato, presente
e futuro è solo un'illusione, è come se si venisse risucchiati
in “un tempo al di là del tempo cronologico” (tempo che
dialoga costantemente con l’inconscio mitico e con una realtà
improbabile, ma non per questo inimmaginabile).
Ci si trova cioè
di fronte a una nuova, autentica, mythos-logìa:
a un racconto favoloso,
a una narrazione leggendaria.
Non si tratta tuttavia di una mitologia d’invenzione, o meglio,
proprio di questo si tratta, ma solo nel senso in cui essa rende
possibile il rinvenimento di contenuti nascosti, di oggetti
smarriti, di storie occultate.
A livello inconscio queste opere
generano impressioni fra loro contrastanti, giammai in
contraddizione, in quanto una parte di esse rimane legata ad una
sorta di inesplicabilità di fondo.
In questa mirabile ambiguità
simbolico-teratologica,
la fantasia si trasforma in
possibilità di esistenza, in un’occasione di metamorfosi che eccede
il male e il bene al punto da rientrare nella normalità,
riequilibrando così il dissesto dell’ordine naturale.
La casistica ingegnosa e meravigliosa di Prestia attiene
dunque alle creazioni originali – nel senso in cui divengono
indipendenti da una tradizione a cui sono fortemente ancorate –
rifondando nuove correlazioni di senso. L’ambiguità di queste
opere si connatura nelle antitesi, negli opposti che si contengono
l’uno dentro l’altro, e nel terrifico che si annida
all’interno della dialettica che oppone il consueto
all’ignoto.
Marco Prestia
“addomestica” il perturbante e ci invita a fare altrettanto,
in una perenne oscillazione tra la realtà del fiabesco e la
fantasia del concreto. Perché niente è inverosimile, tutto è
possibile.
Marco
Prestia è nato a Sesto San Giovanni (MI) nel 1975, vive e lavora
a Palermo.
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