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Neo-post-(trans)-minimalismo
e il cassettone della nonna
di Raffaele Bedarida
Il moto
rotatorio del pollice dei viaggiatori in metropolitana - seduti in fila,
cuffie inforcate e i-pod in mano -, ha l‘automatismo e la ripetitività
di un balletto meccanico: nel ventunesimo secolo però i movimenti sono
ridotti al minimo e la macchina ha assunto un volto amichevole.
I gesti
delle dita sono delicati, intuitivi ed efficienti, e attivano facilmente
questi piccoli oggetti colorati, dagli angoli smussati e dalla
superficie levigatissima. Figlie di un’analoga popolarizzazione
dell’estetica minimalista, le sculture di Reuven Israel agiscono sullo
stesso circuito appagante vista – tatto – azione, mettendolo
tuttavia in questione, aprendolo ad opzioni molteplici.
Il primo
scarto avviene quando l’osservatore si accorge che il materiale di cui
la scultura è fatta non corrisponde all’ostentata apparenza: mi
riferisco sia alle sculture lucide e colorate che sembrano di plastica,
metallo o porcellana, ma anche quelle meno numerose e allarmanti che
simulano l’eternit.
La rivelazione si deve
alla stessa qualità epidermica di questi oggetti - l’occhio intuisce
che il materiale reale non è quello apparente -, oppure alla presenza
deliberata di parti o dettagli dove l’MDF utilizzato mostra se stesso
non rivestito di colore smaltato.
L’MDF è un prodotto industriale che sembra legno e che Israel
considera un non-materiale per il suo carattere ibrido, non nobile.
L’impulso a toccare è dunque innescato da questa ambiguità ma anche
dalla qualità seducente delle
sculture che Israel ottiene levigando minuziosamente e poi verniciando
l’MDF con i colori del gelato industriale.
Viene messa così in crisi la categoria culturale “statua” e il
rituale sociale della visita al museo o alla galleria: “si potrà
toccare? si dovrà toccare?” si chiedono spesso i visitatori
avvicinandosi incerti.
Significativamente le opere recenti di Israel possono essere addirittura
“azionate”: se spinte, esse ruotano su se stesse.
All’immediato
appagamento di chi ha capito come funziona un nuovo apparecchio, alla soddisfazione di chi ha fatto la
mossa giusta nel contesto esoterico e imperscrutabile di una mostra
d’arte contemporanea, all’eccitazione di chi ha infranto l’aura
toccando (profanando) la scultura, consegue l’interrogativo un po’
beffardo di quel coso che gira inutilmente.
Se in questo
modo la scultura di Israel riconduce l’esperienza alla fisicità
dell’oggetto e del tatto rompendo l’anestesia e progressiva
assuefazione dell’azione virtuale, i suoi disegni corrispondono, a
livello progettuale, ad un’altrettanto urgente necessità di
concretezza.
Tra il progetto architettonico e il bestiario medievale, le
grandi carte su fondo nero visualizzano e catalogano oggetti che
esistono solo in potenza. Sono apparizioni visionarie o
fantascientifiche cautamente definite nelle loro varie opzioni di forma
e posizione.
Parlando del
proprio lavoro, Israel utilizza, isolato, il prefisso Neo:
“Ogni stile definito come neo … porta ad uno stravolgimento di
quello che si voleva riprendere.
Si prova ad imitare o riaffermare
qualcosa che finisce con l’essere completamente diverso, perché
mancano l’essenza e il contesto originali”.
Come recentemente proposto da Gilad Melzer, la pratica di Reuven Israel
ed altri giovani artisti israeliani (Shirly Bahar, Ron Kuner, Maya
Attoun e Hadas Hassid) può essere ricondotta al precedente storico del
Post-minimalismo fiorito in Israele negli anni Settanta.
Questo faceva propria e sviluppava ulteriormente l’indagine già
avanzata dal primo Minimalismo americano
sulla ridefinizione dell’oggetto e della sua essenza (objecthood) in rapporto a pittura e scultura.
Ciò che, tuttavia,
caratterizza la ricerca artistica della generazione cui Israel
appartiene è una tendenza spiccatamente eretica rispetto
all’ortodossia modernista di tradizione nord-europea e americana alla
quale il Post-minimalismo era rimasto sostanzialmente fedele.
Melzer
parla dunque di neo-minimalismo o, non senza ironia, di
neo-post-minimalismo per definirli. Svincolandosi comprensibilmente da
una simile univocità di lettura, Israel riconosce tuttavia la
pertinenza del prefisso “neo” non tanto in senso di parodia o
appropriazione postmoderna rispetto ai precedenti storici, quanto come
capacità e necessità, sempre, di costituire circostanze ed innescare
significati nuovi.
L’apparenza industriale delle sculture di Israel
recepite storicamente come estetica d’importazione statunitense di matrice minimalista ma
anche pop, lascia trapelare una dimensione di lenta manualità, il
retrogusto di artigianato tradizionale ad essa contrario.
Disertando la lingua franca dell’installazione, Israel pone
coraggiosamente al centro la scultura come oggetto: guardando a Nahum
Tevet ma anche all’i-pod, a Richard Artschwager ma anche alla buona
falegnameria del mobile della nonna.
L’attenzione si sposta così dal
narcisismo della pratica appropriativa all’esibizionismo di un oggetto
ambiguo, che si fa nodo catalitico di esperienza.
(Raffaele
Bedarida, New York, dicembre 2008)
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