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Nata
a Milano, cresciuta tra l’Italia e la Libia, Adelita Husni-Bey
vive e lavora a Londra dove ha studiato prima al Chelsea College
of Art and Design
e poi al Goldsmiths College, dove ha appena conseguito l’MA in
Photography & Urban Cultures.
Nel
suo lavoro Adelita Husni-Bey affronta temi come il rapporto tra
storia e biografia personale, la relazione tra dimensione
privata e vissuto collettivo,
il potere narrativo delle immagini e la loro capacità di
contenere o sviluppare una storia.
La
sua pratica artistica si sviluppa attraverso mezzi
espressivi differenti, che spaziano dal disegno alla pittura, dal
video alla fotografia, dalla scultura all’installazione, anche
se tutte le sue opere
tradiscono sempre un approccio e una sensibilità pittorica che
rivela la sua spiccata e naturale propensione all’utilizzo di
questo linguaggio.
Il
progetto DeadMouth, che si articola in un percorso composto da un
video, due disegni e due lavori fotografici, è una riflessione
sulla componente di
ambiguità che un’immagine, un evento, una storia possono
contenere. In ognuna delle opere in mostra c’è la volontà di
restituire l’idea di qualcosa
che è familiare ed estraneo allo stesso tempo e che diventa
inquietante proprio per questa sua spiazzante ambiguità.
La
mostra si sviluppa intorno al nuovo video che l’artista ha
realizzato su Teufelsberg (monte del diavolo), una collina artificiale
situata nel bosco adiacente
la stazione di Grunewald, a sud ovest di Berlino.
La
collina fu costruita dagli Alleati dopo la seconda guerra mondiale
per seppellire l’edifcio
nazista progettato da Albert Speer, sede di una scuola di tecnica
militare. L’edificio fu ricoperto utilizzando milioni di metri
cubi di macerie
degli edifici distrutti dai bombardamenti bellici. Durante la
Guerra Fredda la vetta di questa “montagna” divenne una
postazione strategica
per la costruzione della stazione d’ascolto della NSA (National
Security Agency).
Il
video Paper Tiger and the Devil's Mountain (2009) è
una sorta di documentario, scandito dal ritmico alternarsi di
parole e immagini, su questo luogo. Quella vecchia stazione d’intercettazione
statunitense, ormai
dismessa e abbandonata, appare oggi una costruzione quasi
fantascenti"ca che domina il paesaggio come una presenza
suggestiva e
misteriosa.
Nel
video, le immagini restituiscono le affascinanti atmosfere di
questo edificio e sono accompagnate dai racconti dei
veterani che l’hanno vissuto. Adelita Husni-Bey ha infatti
cercato di recuperare frammenti della strati"cata storia di
Teufelsberg attraverso la
costruzione di un archivio fatto di ricordi, memorie soggettive,
esperienze personali.
Ha
intervistato le persone che lavoravano alla NSA, chiedendo
loro di raccontare le banalità e la routine di tutti giorni: le
frasi sospese, le cose dette a metà, le esitazioni e i giri di
parole, traducono quel
senso di tensione tra ciò che può e ciò che non può essere
detto, tra quanto è dato sapere e quello che non è possibile
conoscere, delineando i
contorni di quella “zona d’ombra” che è motivo ricorrente
in tutti i lavori in mostra.
Come
il video, anche i disegni e le fotografie sembrano infatti
restituire la “pelle” di una più complessa e stratificata
realtà e mostrare qualcosa di
riconoscibile che cela o diventa altro.
Nei
lavori fotografici Flood (2009), un fiume in piena che
rivela delle profondità nascoste, e Mouth (2009), la bocca spenta
di un vulcano che evoca un’attività
sopita, l’immagine di partenza sembra quasi soggetta a un
processo di cancellazione, che ne annulla la natura figurativa
trasformandola in
una composizione quasi astratta.
La
serie di disegni, Lessons from the Twilight Kingdom, vedono
protagonista un gruppo di persone ritratte in un atteggiamento di
concentrazione e
di ascolto, quasi di riverenza, di fronte ad una massa scura e
informe, una sorte di “nube nera” che dissimula la presenza di
un’entità misteriosa.
Insieme
a quei personaggi che la seguono/ fissano/ interpellano,
diventa per l’artista un’immagine del potere sconosciuto -
politico o religioso - che
ci attrae, guida o governa, una riflessione su come ciò che
determina il nostro agire sia in verità qualcosa di inde"nito
e oscuro.
DeadMouth
è un progetto che mette insieme le modalità diverse con cui l’artista
prova a definire quel “perturbante” - nell’accezione
freudiana del
termine - prodotto da ciò che appare familiare e allo stesso
tempo produce un senso di straniamento, mettendo in dubbio la
legittimazione di
ciò che le immagini rappresentano.
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