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DAVIDE
CASCIO
Esprit
Nouveau
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di Luigi
Fassi
Quando
nel 1925 Le Corbusier presenta all’Esposizione internazionale delle
arti decorative di Parigi
il padiglione dell’Esprit Nouveau, riproponendo il titolo della
celebre rivista programmatica da lui
pubblicata dall’ottobre del 1920 sino al gennaio del 1925, l’intento
dell’architetto svizzero-francese è
di proporre una versione esauriente dell’idea di cellula
residenziale-tipo, intesa come camera
abitativa primaria ed essenziale.
La
scarsità delle risorse finanziarie e la penuria di tempo a
disposizione non rendono tuttavia possibile a Le Corbusier terminare il
Padiglione secondo le intenzioni
effettive del progetto, dotandolo cioè di elementi prefabbricati,
pannelli solari per l’approvvigionamento
di energia e arredamenti divisori appositamente disegnati.
Il
progetto rimane così
abbozzato con materiali precari e, di fatto, incompiuto. A questi
contrattempi logistici si accompagna
un più grave incidente pubblico, generato dallo scandalo suscitato
dalla struttura del Padiglione
nei visitatori dell’Esposizione.
La
reazione è a tal punto negativa, nel contrasto con il gusto
trionfalistico dominante negli altri padiglioni della manifestazione,
che la direzione dell’Esposizione
parigina decide di circondare la costruzione di Le Corbusier con una
palizzata alta diversi
metri, sino a impedirne la vista e l’accesso.
Solo
l’intervento del ministro dell’Educazione nazionale
francese renderà possibile riaprire al pubblico l’accessibilità al
Padiglione Esprit Nouveau.
L’idea
germinale approntata da Le Corbusier in questo intervento diventa
pienamente fruibile
solo molti anni più tardi, nel ‘77, quando alcuni architetti
bolognesi vicini a Le Corbusier decidono
di ridare vita al Padiglione del ’25 nella città di Bologna, in
occasione di un’esposizione di architettura
dedicata alla Francia, realizzandolo in cemento ed in forma completa
come previsto nel
suo progetto originario di mezzo secolo prima.
Su
un lato di questa ricostruzione filologicamente
precisa dell’edificio bolognese campeggiano le lettere E.N., in volume
architettonicamente
prospettico, diventando esse stesse una formulazione manifesta ed
esemplare del
modello abitativo disegnato da Le Corbusier.
La
volontà di Davide Cascio di riproporre a Bologna, in termini scultorei
e installativi, le due lettere di
Esprit Nouveau, si sostanzia dall’uso di materiali semplici e minimi,
come legno, cartone e neon.
La
texture con cui esse sono costruite riprende quella del progetto per le
Immeubles-Villas di Le Corbusier
a Marsiglia, strutture a griglia al cui interno vengono inseriti volumi
abitativi in successione
organizzata.
L’intervento
di Cascio non intende registrare un’esattezza filologica o un’erudizione
documentaria espressa in termini agiografici e monumentali, quanto
piuttosto dare spazio
a un’evocazione di simboli e rimandi evocati dalle riflessioni
razionaliste di Le Corbusier, muovendo
dalla suggestione, geograficamente tautologica, del progetto bolognese
del ’77.
Così
come il Padiglione
lecorbusiano del ’25 rappresentava un’idea lineare e sostenibile di
abitazione, Davide
Cascio riprende tale prospettiva di armonia funzionale tracciando l’ipotesi
di una misura aurea
e antropometrica per le dimensioni dell’installazione E.N.
In
“Quando le cattedrali erano bianche”,
pubblicato nel ’36 come diario di appunti dopo il suo primo viaggio
americano, scrive Le Corbusier:
“L’uomo si limita ad una scatola che è la sua camera; e una
finestra si apre sull’esterno.
Questa
è una legge della biologia umana; la cella quadrata, la camera, è l’autentica
e utile creazione
umana. Questa finestra dietro la quale è collocato l’uomo, è un
poema d’intimità, di libera
considerazione delle cose”.
Il
tema dell’abitabilità e della sua esemplarità è centrale in tutto
il lavoro di Cascio,
dove è l’idea di forma a dominare, declinata in una molteplicità di
modi e possibilità,
ma tutte orientate in chiave umanistica e razionale.
L’esercizio
artistico di Cascio si è così
dipanato, in diverse opere, mediante la formulazione di ipotetiche
tipologie ambientali, caratterizzate
da funzionalità distinte e immaginifiche.
San
Girolamo nello studio (2003) operava una
prima riflessione in tal senso, riproducendo in termini
proporzionalmente esatti lo studio di San Girolamo
così come rappresentato nell’opera di Antonello da Messina.
Lo
studio del Santo, ridotto da
Cascio a unità abitativa elementare, spogliato di ogni dettaglio
personale, diventa un luogo mentale,
una camera di apparizione, non dissimile da quelle dove è collocata
Maria in una molteplicità
di Annunciazioni in pittura.
Quest’opera
esprime dunque un’ipotesi precisa di abitabilità come
modello filosofico, come sintesi di armonia antropometrica e aspirazione
metafisica, annunciando
l’interesse dell’artista per una formula media, un ambiente capace
di coniugare razionalità
e utopismo, docilità domestica e intuizione ideale.
Polyhedra,
stanza per leggere l’Ulisse di Joyce (2004) accentua l’idea di
camera cellulare come spazio
di risonanza e di rifugio spirituale, costruito con canoni
matematicamente esatti, in questo caso
un poliedro di ventisei lati, per rispondere ad esigenze precedentemente
misurate e intenzionate
già dal titolo dell’opera.
L’idea
di abitabilità e di modulo abitativo si caratterizza in Davide
Cascio con una prossimità elettiva alla concezione di hortus conclusus
della tradizione medievale,
come luogo di idealità pacificato e atemporale, a metà strada tra
contingenza e trascendenza,
dedicato a determinate funzioni e allestito mediante molteplici figure
simboliche.
Questa
strategia di rarefazione intellettuale messa in atto dall’artista fa
rimanere la Storia una presenza
solo indiretta, di cui le sue opere si rivelano uno specchio rovesciato,
quasi dei paradigmi immobili
posti a modello della realtà sempre imperfetta.
La
scultura architettonica di Esprit Nouveau
lascia affiorare in termini ancora più essenziali e sintetici questo
percorso ideale compiuto
da Cascio, mediante l’evocazione di una razionalità filosofica
assoluta, quella dell’ipotesi lecorbusiana,
qui riprodotta nella concretezza architettonicamente sostenibile delle
due lettere alfabetiche,
disegnate in rapporto ad un’antropometria abitativa plausibile ed
effettiva.
La
seconda installazione in mostra, Project for a Happy Island, propone con
un’economia altrettanto
minimale di mezzi e strumenti un’aggregazione metropolitana ideale,
una sorta di possibile
skyline modernista, sospesa tra avanguardia anni Venti e dimensione
futuribile.
L’opera
concentra l’attenzione
su forme nitide e lineari, che suggeriscono una vicinanza formale con
volumetrie prismatiche
proprie di cristalli naturali e concrezioni minerali.
La
ricerca del rapporto tra forma
e sostanza, modello e funzione, diventa qui distillazione di un’esattezza
visiva, una sorta di umanesimo
fuori dal tempo, interessato a rintracciare la prossimità ideale tra
uomo e natura, modularità
abitative e oggettualità naturali essenziali.
Fondamentale
nell’opera è l’idea di scala, la sua
capacità di accostare macroscopico e microscopico, universo naturale
compiuto e dettagli di un
urbanesimo possibile.
Idealità
e realtà si specchiano qui l’una nell’altra, riverberando una
dialettica della distanza
centrale nel lavoro di Cascio, quella tra modello ed esempio, archetipo
e derivazione.
Nell’artista
svizzero è costantemente presente una matrice di pensiero idealistico,
declinata mediante
la ricerca di una genealogia effettiva all’interno della storia delle
utopie occidentali.
Project
for a Happy Island richiama così, sin dal titolo, una molteplicità di
modelli teorici astratti di città
perfette e razionali, rintracciabili nella letteratura politica che va
dall’antichità al Rinascimento.
Riferimenti
possibili potrebbero essere i modelli urbanistici funzionali del
Rinascimento Italiano, come
quelli di Leon Battista Alberti e Filarete, ma la letteralità dell’installazione
sembra richiamare anzitutto
l’isola di Utopia di Thomas More, regno di armonia erede del
razionalismo classico, fatto di
comunanza assoluta di beni e popolato da abitazioni interscambiabili,
racchiuse ciascuna entro i confini
di lussureggianti giardini.
La
centralità del tema dell’abitabilità è qui ancora rappresentata
da Cascio nella sua
tensione tra idealità e praticità, tra programmazione modulare
organizzata in chiave
lineare e improvvisazione individuale.
In
un gioco di rimandi storici, si ritorna così a Le Corbusier
e al Cabanon, l’unità abitativa minimale costruita dall’architetto
per suo uso privato sulla spiaggia
di Cap Martin in Costa Azzurra, senza vetri e con aperture variabili, ma
un ulteriore riferimento
è anche il naturalismo filosofico di Henry Thoreau e della sua capanna
presso il lago Walden
nel Massachussets.
Project
for a Happy Island dà a Cascio, similmente, la possibilità di avventurarsi
nella formulazione di un’utopia personale, come libero esercizio del
pensiero, come ipotesi
filosofica o gioco d’intelligenza. L’isola è così solo un
pretesto, un topos letterario, classicamente
ideale, adoperato dall’artista per ridisegnare i confini di una
sapienza individuale, misurando
la scarto tra astratto e concreto, spazio immaginario e spazio storico.
Il
movimento dell’utopia come occasione del pensiero, come motore
immobile dell’intelligenza, viene
ripreso anche nei due collage Utopo e Black Map.
Il
primo è un disegno di misure antropometriche
e forme geometriche islamiche, dove il posizionamento dei
parallelepipedi compone
un’armonia razionale-naturale, suggerendo la formula di un umanesimo
di sapore rinascimentale,
conciliato tra sapienza classica e cultura orientale.
In
Black Map torna invece l’alternativa
più nitidamente utopica, la possibilità di tracciare la mappa di un
luogo ideale mediante una
cartografia ipotetica, svincolata da ogni orientamento
determinato.
L’indistinzione
tra ideale e reale
dilaga qui in una formula creativa morbida e fluida, aperta a tutte le
interpretazioni personali, i cui
riquadri diventano tessere di un puzzle liberamente pensabile.
L’artista
si sgancia in tal modo da
ogni prevedibilità ermeneutica, privilegiando una coniugazione molto
più personale sul lascito della
tradizione utopica occidentale, di cui il razionalismo modernista è
configurazione importante ma
non esclusiva.
Tanto
Utopo quanto Black Map trasmettono infatti un’idea cosmogonica di
infinita variabilità
riproduttiva, di molteplicità geometrica come strategia aperta e in
divenire.
L’hortus
conclusus medievale di partenza si è qui infranto nella sua
perfettibilità teologica, lasciando
spazio a un universo completamente laico e non più riconducibile ad
alcuna unità.
Luigi
Fassi
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