Assisi
e Longiano espongono le sue opere in un’importante mostra
L’impegno
di Assadour (Beirut, 1943), è stato da sempre orientato a non
irrigidirsi nelle strettoie di un formale accademismo, cui
invece sembra tendere, in generale, l’incisione di oggi; il
suo progredire nella ricerca iniziata sui banchi
dell’Accademia Pietro Vannucci di Perugia e dell’Ecole de
Beaux-Artes di Parigi, dove vive dal 1964, frutto di una serie
illimitata ed instancabile di studi, esperimenti, citazioni e
rimandi, correzioni e aggiunte, offre nei suoi lavori una sorta
di palcoscenico in cui si svolge uno spettacolo nel quale ogni
elemento concorre a creare, in un labirinto inestricabile, una
vera goduria per lo sguardo ed una forte emozione nell’anima.
In una specie di sintesi di tutte le espressioni artistiche, e
delle indagini contemporanee, le sue opere, proiettandosi fuori
dei suoi materiali confini, allargano all’infinito lo sguardo
di chi vi si pone davanti e si lascia “rapire” in una sorta
di caleidoscopica fantasmagoria di segni e di luci, densa di una
inattesa e misteriosa malinconia.
A
questo vero mago del colore, inventore e dispensatore per il suo
pubblico di “viaggi” affascinanti e ricchi di suggestione,
apprezzato in tutto il mondo per l’inesauribile fantasia da
cui nascono le sue opere (ha esposto in prestigiose sedi
dislocate nei più lontani angoli del pianeta, da Parigi a
Osaka, da Bruixelles a Roma, da Grenoble a Tokyo, da Matera a
Lima, da Taipei a Spoleto, da Tolentino ad Amsterdam, da Reggio
Emilia a Lione), che ha partecipato alle più importanti
Biennali (Venezia, Cracovia, Buenos Aires, Toulon, Belgrado),
ricevendo tantissimi premi di prestigio, come, nell’ormai
lontano 1984, il Grand Prix des Artes de la Ville de Paris, la
Fondazione Pericle Fazzini e la Fondazione Tito Balestra
dedicano un’importante mostra dislocata negli splendidi spazi
delle rispettive sedi, e cioè nel Museo Fazzini di Assisi e nel
Museo Balestra nel Castello Malatestiano di Longiano (Forlì
Cesena), volendo con questa iniziativa congiunta rendere omaggio
ad un artista che fu amico apprezzatissimo sia dal grande
scultore marchigiano (al quale peraltro la Fondazione di
Longiano dedica una mostra di disegni e piccole sculture) che
dal raffinato e colto poeta romagnolo
La
mostra di Assisi accoglie quarantasei opere tra dipinti,
acquarelli e incisioni datati 1995-2008; quella di Longiano, che
fa da corollario a un seminario sull’acquaforte, presenta
quarantacinque opere tra acquarelli, disegni e incisioni datati
1967-2008 e si inaugura il 30 aprile. Per l’occasione, nella
raffinata collana “Laboratorio” (giunta così all’ottavo
titolo) di De Luca Editori d’Arte, esce il catalogo curato,
come la mostra assisiate, da Fabrizio D’Amico, il quale,
ricordando l’apprezzamento che di lui ebbe Libero De Libero,
che nelle sue prodigiose acquetinte suggestivamente intuiva e
scopriva “visioni tra il pieno e il vuoto d’una
solitudine”, tra l’altro, scrive: “Pensando ad Assadour, a
questo soteriologico, afrodisiaco induttore fuori generazione
… non si può immaginarlo altro che circonfuso di ‘se’: di ipotesi, di interrogativi. Semmai destinati
a non aver risposta. L’ha spiegato molto bene, anni fa, Enzo Bilardello: che fra le
fonti infinite che servirebbe rammentare per lui, distese dal
deserto al Mediterraneo alla sua Parigi, dagli egizi ai romani agli arabi fino ai due
‘contuberni Klee e Kandinsky’, la tentazione è di buttare
all’aria le carte, rimescolarle tutte e infine, in ottica
critica, ‘alzare bandiera bianca’. O forse si può fare
l’inverso – continua D’Amico -: dire di quel che – mi
pare – si sia lasciato indietro, Assadour-le-Métèque,
libano-afgano-francese, nel corso degli anni, e in particolare
in quest’ultimo decennio, il cui fitto lavoro si raccoglie
oggi ad Assisi – acquarelli e tempere in serie prestigiosa, e
le prodigiose acquaforti-acquatinte. Prima fra tutte – fra
quanto Assadour ha lasciato alle spalle – sta certamente
quella vocazione che è pur stata sua, e che molta esegesi su di
lui ha confermato, a ordinare le sue visioni all’interno
d’una gabbia prospettica che scende da Leon Battista Alberti,
da Piero della Francesca, da Luca Pacioli. Sull’adozione della
quale, per certo, hanno inciso gli anni della formazione
italiana, spesi fruttuosamente all’Accademia Vannucci di
Perugia. Ma che oggi è interamente elusa, in favore di uno
spazio tutto di superficie, che sulla prima pelle del dipinto rigetta e affastella tutti gli elementi della ‘storia’.
È lì che si danno convegno, gli ‘oggetti’ di Assadour:
semiassi e rotelline, lune, lettere e numeri, ingranaggi, machineries,
sfere e semisfere, cinghie rotanti, cupole rovesciate, nastri
trasportatori (debitori del futurismo, di dada, o di Chaplin?; o
forse un po’ di tutto questo insieme?), e adesso persino quei
personaggi coloratissimi (che, ripensando le poupées di suoi anni lontani, sono fatti di quell’arcobaleno di
colori che stupiva un Melotti ammirato e voglioso) visti
talvolta attraverso – sembra – l’oblò di una lavatrice in
modalità centrifugante. Lì, sul piano. Specchiati sulla
superficie dove, senz’ordine e disciplina, senza nemmeno un
grano residuo di gerarchia, convivono: dandosi semmai l’un
l’altro qualche spintarella per entrare nel cuore
dell’immagine”.
E’
stata spesso evocata, riguardo ad Assadour, l’ombra feconda
del Pictor Optimus; ma
– come fa notare il curatore della mostra - l’artista di
oggi, nelle sue espressioni più mature di un’incontenibile ed
insaziabile ricerca, appare “troppo carico, rigoglioso,
felice” per essere avvicinato all’attesa carica d’ansia e
alla malinconica metafisica dechirichiana. Può forse più
appropriatamente parlarsi per lui di un’eredità
dada-surrealista, che lo porta a sfiorare l’iperbole e
l’azzardo inventivo, mentre sciorina, per la gioia di chi ami
davanti ai suoi lavori , come diceva Pessoa, “perdersi a
guardare”, tutto un repertorio di segni e folgori cromatiche
che rimandano inevitabilmente a Kandinsky.