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Elisa
Zadi, Sandro Palmieri, Lorenzo Barbieri, Roberto Caruso, Luca
Maceri sperimentano il loro percorso artistico con un tema
terribilmente attuale: le mine antiuomo (la guerra dopo la
guerra!).
Le
mine inesplose sono un ricordo della lotta armata ben conosciuto
in molti Paesi. Alla fine dei conflitti, questi ordigni - che non
hanno dispositivi di autodistruzione -, possono restare nascosti
nel terreno anche per decenni.
Molte
delle mine, inoltre, hanno aspetto ingannevole e sono create in
modo da esplodere non appena manomesse.
In
più di trenta paesi, anche in tempo di pace, le mine antiuomo
uccidono e mutilano, a migliaia e senza distinzioni, civili e
militari, donne e bambini. La proliferazione sconsiderata di
queste armi proibite impedisce il ritorno alla vita normale,
ritarda il reinserimento dei profughi.
Nel
Terzo Mondo, i martiri di questi ordigni sono soprattutto pastori
nomadi e famiglie contadine, che vivono del prodotto delle loro
terre. Quest’arma ha fatto drammatiche stragi in Afghanistan,
Cambogia, Angola, Somalia, Etiopia, Sudan, Uganda, Ruanda,
Mozambico, Nicaragua, Laos, Salvador, Vietnam, Irak, Iran, Sri
Lanka, Birmania, Bosnia-Erzegovina.
Le
vittime hanno in comune la povertà, la condizione di non
combattenti, la dipendenza dalla terra e l’incapacità
non solo di sfuggire a un sanguinoso destino, ma anche di farlo
conoscere al resto del mondo. Eppure non si tratta di casi
isolati, ma di intere comunità che sono state decimate, a esempio:
in Cambogia, nel 1994, ogni mese, le mine hanno fatto in media più
di trecento vittime, tra feriti e uccisi.
Quello
che la Fondazione Vacchi si prefigge con questa manifestazione è
di continuare a ricordare e cercare di aiutare queste popolazioni
bisognose, avvicinando il nostro paese, già molto attento e
solidale con i territori meno fortunati, a una realtà purtroppo
sempre attuale.
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