Il
progetto “If
these walls could speak” è frutto della consueta
linea di ricerca dell’ Orfeo Hotel contemporary art project
che mira a creare un dialogo e un confronto di volta in volta su
tematiche diverse tra artisti europei chiamati a creare un’opera
ad hoc, tematiche spesso suggerite dalle location delle esposizioni, come nel caso del suggestivo Castello
di Lagopesole.
La riflessione sul trascorrere del tempo,
sul suono inteso come racconto della memoria antica e
contemporanea, ci viene suggerita dalla Cymbalaria muralis,
affascinante pianta che contamina le antiche mura di palazzi,
castelli, fortificazioni, che nascondono in sé la storia che le
ha sfiorate, penetrate e consumate.
Questa tenace pianta
colonizzatrice, insinuandosi negli interstizi tra una pietra e
l’altra, si nutre e raccoglie i segreti che gelosamente essi
conservano. La scelta della Cymbalaria muralis come pretesto da
cui partire, viene sicuramente dalle ricerche di tutti gli artisti
invitati che, per quanto utilizzino media diversi, sono
concentrati sulla creazione del mondo dove la natura è soggetto o
sfondo ma piena di contributo creativo.
Così la realizzazione
delle opere site specific
nasce dallo studio delle caratteristiche e dalle suggestioni della
Cymbalaria muralis:. Partendo da un approccio scientifico o
affidandosi ad interpretazioni poetiche,
ciascun artista ha modulato la sua ricerca creando un
affascinante contesto all’interno del quale il fruitore non è
solo chiamato a confrontarsi con opere d’arte contemporanea, ma
ha un compito affidatogli da ogni artista: quello di viaggiare
all’interno di un percorso e di ascoltare con attenzione la
propria storia e la storia del castello.
Il
percorso della mostra, lucidamente descritto nel testo critico di
Antonella Marino, parte dall’intervento sonoro dell’opera Intimacy
di Elisa Laraia che accoglie il fruitore all’ingresso del
Castello: la centralità del fruitore è, infatti, base di tutta
l’esposizione.
La mostra si concentra nella Sala
dell’Imperatrice, dove gli interventi degli artisti ruotano
intorno allo specchio d’acqua “luogo di scambio”, parte
dell’opera Cymbalaria, Centrantus et autres étoiles… di Henri Olivier,
che al centro della sala viene contaminato da Ephemeral wall, muro di agar-agar di Alessandra Montanari. La stessa
superficie rispecchia la finestra della sala, a 15 metri di
altezza, da cui parte la performance di Marco Di Giovanni Autoritratto rampicante, per arrivare fino al pavimento e regalarci
immagini di terra da fruire attraverso le lenti deformanti
caratteristiche della ricerca dell’artista.
Claudia
Gambadoro con Inner landscape costruisce invece con 365 calici una stanza
immaginaria memore dei grandi banchetti di corte che ogni sera,
all’imbrunire, chiudevano il giorno. Mentre l’installazione di
Silvio Giordano, si
presenta nella sala come una grande effervescenza nera che
fuoriesce dalla terra. L’involucro misterioso assume le
sembianze di un bio-organismo da cui sbucano grumi di teschi, che,
privati di denti e mascelle, appaiono privi di aggressività e
ferocia.