Alessandro GALLI: "L'unico vero movente è il piacere, e il divertimento, di scrivere  per il teatro."      

                                                                           

 Alessandro Galli:  scrivere per il teatro.

 

 

Carmen Basile. Alessandro Galli, signor in principio era la scrittura per il teatro... continuiamo a darci del lei...

Alessandro Galli. No, no andiamo al tu direttamente.

CB. Va bene, ti stavo presentando come il signor in principio era la scrittura per il teatro poi... cosa è successo?

AG. Nel Duemilasei mandai in giro due commedie, per farle leggere, avere dei pareri; sai all’inizio hai bisogno di avere dei pareri, sondare l’effetto di quello che crei e scrivi.  Una produttrice, convinta da quello che aveva letto – “Mi sono piaciute!” disse -, mi chiese di mettere in scena una delle due commedie, di farne la regia quindi, ed espresse il desiderio che l’altra fosse messa in scena da Paolo Trebbini.

CB. Buon inizio direi..., ma avevi già fatto la regia di altri lavori?

AG. Si certo sembrava un buon inizio, ma non fu così. Specificai che per me era la prima volta che mi accingevo a fare una cosa del genere, ma per la produttrice non sembrava essere un problema... comunque, Paolo Trebbini era un aspirante regista di Sassari che - lo scoprii solo dopo – essendo anche studente, viveva a Roma, e abitava nella stessa casa con Luca Losito. Luca però decise presto di tornare a Sassari.

CB. Credo di aver già sentito il nome di Luca Losito... però adesso in mente non ho nulla, continua comunque...

AG. E’ possibile che tu lo abbia già sentito il suo nome, ha fatto diverse “cosette”... comunque, cominciai a lavorare con Paolo Trebbini tra settembre-ottobre 2005 e febbraio 2006, in quel periodo riuscimmo a produrre quattro cortometraggi in cui io ero l’autore del testo e lui il regista.

CB. Fu quindi una collaborazione proficua.

AG. Si, però non durò a lungo, perché in seguito per via della produttrice  ci furono problemi e tutto svanì nel nulla perché la signora in effetti  cercava solo dei lacchè che si piegassero ai suoi voleri... insomma la cosa non durò ...

CB. Un peccato, ma in seguito quello che avevi allestito lo hai comunque presentato al pubblico, o hai lasciato perdere?

AG. Ho cominciato, come ti dicevo, a lavorare da regista, e non lo avevo mai fatto, per me c’era solo la passione per la scrittura; invece, quando mi sono “buttato” a fare regia, a “rielaborare” quello che avevo scritto – perché in fondo di questo si trattava per me - mi sono reso conto che mi piaceva. Nonostante nessuna formazione, se non quella della polvere dei tavolacci dei palcoscenici, del velluto del sipario, della regia e recitazione di altri lavoratori del teatro, portai in scena quello che avevo “rielaborato”. E sono state buone e belle esperienze.

CB. Questa tua passione così profonda, non mi pare abbia radici in famiglia o in situazioni particolari, com’è nata?

AG. Tutto nacque quattro anni fa circa, lasciai il lavoro – dopo aver fatto di tutto – che effettuavo negli alberghi, ho fatto l’alberghiero quindi era proprio il mio lavoro e, dal cameriere al facchino, al manager d’albergo ho salito tutti gli scalini di una carriera nell’accoglienza in albergo. E comunque a un certo punto decisi che non era davvero il mio lavoro. Un giorno capii che volevo mettermi in gioco e avevo voglia di mettere in atto il mio sogno, avevo sempre scritto, ma non sapevo quanto e perché valesse quello che scrivevo.

CB. ...così hai cominciato a contattare altri “personaggi” di teatro, giusto?

AG. Bhè si... la prima domanda che mi posero fu: “Di cosa vuoi scrivere? Di cinema, di teatro, per i libri...?” Ero bravo a scrivere quanto era rappresentabile per immagini, non esclusivamente narrativo, ma non pensai subito al teatro. Fu quello il periodo in cui con la mia “valigia” mi spostai da Roma a Torino, a Milano... e via dicendo.

CB. Parliamo del “tuo” teatro, di quello che scrivi e della famosa “rielaborazione”...

AG. Quando lavori in una sala ristorante hai davanti a te tutto il mondo, tutti gli archetipi. Ho un percorso personale di ricerca e quindi anche quel tipo di lavoro – così lontano in definitiva dal mondo teatrale - mi ha aiutato tantissimo; e come solitamente accade, c’è molto di autobiografico in quello che scrivo e metto in scena. Mi rendo conto di quello che scrivo quando lo vedo addosso agli attori, addosso agli altri è diverso!

CB. So che in novembre 2009 porterai in scena “La valigia” al Manhattan di Roma, di cosa si tratta, so che sei solo alle prime... “battute”, ma raccontaci il nocciolo da cui è partito il racconto.

AG. E’ nato da un testo teatrale di otto pagine, in origine era un corto teatrale per due attrici. Il tema centrale è il rapporto donna-sorella e da qui tutto il canovaccio. Come tutte, o quasi tutte, le mie creazioni il vero “finale” è dopo; una fine che spesso ha quel retrogusto amaro così caratteristico...

CB. Cosa intendi?

AG. Mi metto in gioco in questo modo; è come se uno legge una poesia e finisce senza prendere fiato; quello che percepisci non è la poesia ma l’apnea della lettura che porta poi il pubblico all'apnea. E gioco, perché mi piace giocare col pubblico, e riuscire a tenerlo col fiato sospeso; per questo utilizzo la commedia che ha sempre una superficie comica, ma che contiene anche la tragedia: si ride, ma dalle risate - gradualmente - passi al pianto sommesso poi a quello drammatico-tragico, gridato anche. E’ tutta una questione di tempi, sono i tempi che riescono a tradurre un testo da drammatico a comico e viceversa.

CB. E’ appassionante come descrivi, si percepisce che è un vissuto: è forse per questo che coinvolge tanto. Credo, a questo punto, che anche i tuoi laboratori siano “intriganti”, il tuo modo di fare teatro si riflette, ovviamente, sui laboratori; o no?

AG. I laboratori... le idee stanno lì, si parte col parlare di qualunque cosa che poi viene sviluppata. Si parte da un qualcosa che capita nella vita reale, a esempio il pagamento di un pedaggio autostradale; il casellante che chiede “ma alquanto si scrive con la “q”?”, da qui una mini-scena, un racconto che ha perso la scena iniziale: il pretesto per poi dire altro. Si vive la dinamica della comunicazione: il teatro nasce dall’esigenza di comunicare. Le dinamiche di comunicazione non sono tantissime, sono quelle e basta; le variabili invece possono essere diverse, mai uguali tra loro, con caratteristiche mutevoli. I miei sono laboratori di creatività teatrale, quindi, quello che succede è che, partendo da una stanza vuota, si passa al training, al linguaggio del corpo nello spazio, alla creazione della scena.

CB. Molto intrigante, purtroppo il tempo è volato via...

AG. Già... nella commedia, a esempio, il tempo è essenziale, la battuta deve arrivare con una certa cadenza, deve avere un tempo, le pause sono importanti, il recitato deve avere una determinata alternanza di cadute e tempo di battuta. La battuta non è quello che dici ma come lo dici... e ora stai dicendo che il tempo non c’è, che è terminato... grazie!

CB. Grazie a te Alessandro, è stato un piacere.
   

Carmen Basile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al Manhattan di Roma Novembre 2009 "La Valigia"  

Due amiche si ritrovano al tavolo del bistrot passano tutto il tempo a cercare di capire cosa l’una voglia dire all’altra.

Una tira fuori il tema dell’omosessualità perché in effetti ha un rapporto con un’altra donna.

E' il rapporto tra sorelle che si analizza, non quello tra madre-figlia. 

Il rapporto tra donne è meno giocoso di quello tra uomini, e in La Valigia la sorpresa finale, che non è la fine, non è assolutamente banale.

Si intuisce qualcosa ma quello che non si intuisce è molto più eclatante...

 

Al Duse di Roma gennaio 2010  "Dolce di sale"

 In Dolce di sale il fil rouge è tra le dita di chi racconta. Il viaggio, lo sguardo, il pensiero sono i temi, e il sottotitolo.

Assolutamente cucito addosso, è la storia di una persona che passa una mattina della sua vita con la compagna, il motorino è stato rubato, deve pagare le bollette, lo sportello della macchina è stato appena  rigato, ha un lavoro che ha chiesto. 

Lo ha proprio chiesto e non per i soldi, ma perché voleva il riconoscimento della società; "se non lavoro non sono nessuno" ; paga  quindi il datore di lavoro affinché lo faccia lavorare, e viene anche trattato male. 

Si rende conto poi che forse la compagna con cui sta non è la persona che ama." Caro il mio caro amore, tu hai trovato il modo di non occuparti dei problemi del mondo..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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