CARLO MORETTI   Pittore/Scultore       

                                                                          

 

 

Il Pittore degli Haiku

CB: Salve Carlo, sono riuscita a... “incastrarti”; a qualche domanda quindi devi pur rispondere, non puoi svicolare. Iniziamo con la più semplice, tanto per scaldarci un po’. Come hai iniziato e perché.

Carlo Moretti: Ho iniziato casualmente... dovevo decorare casa...

CB: L’avevo capito che ti piace scherzare!

Carlo Moretti: Poi gli amici mi hanno spinto a mostrare le mie opere ad un critico e da lì è iniziata la... "professione"! Ho vinto i primi premi, ho avuto il primo contratto, eccetera, eccetera...
Alle elementari, come puoi immaginare, ero uno di quei bambini portati per il disegno...
A undici anni ho disegnato il mio primo fumetto. Ho fatto altri studi e fino ai trenta non ho ripreso in mano una matita...
Sono nato, però, il 18 ottobre, giorno di San Luca protettore dei pittori... buona stella, quindi!

CB: Donne, donne, donne; tele, legni, colori, cartoncini intrisi di tante belle donne. Perché il tuo soggetto è soprattutto la donna?

Carlo Moretti: Io e le donne. Non è propriamente esatto dire che sono trai miei soggetti preferiti, dipingo di tutto... Ho una natura curiosa, forse anche troppo! E le donne, sono così "altro" dalla mascolinità, mi incuriosiscono... tutto qui!
In realtà, sono entrate nella mia pittura solo da cinque anni, direi... Forse sono più legate alla mia vena poetica che alla pittura, direi...


CB: Già la tua poetica; ho letto qualcuno dei tuoi haiku, a esempio, questo: "Occhi chiusi: a volte guardano altri cieli" - e una donna col capo reclinato all'indietro sbattuto verso "altri cieli", che legame c'è?

Carlo Moretti: Mi vanto di scriverne, non so se bene o male, ma lo faccio.
Sono la forma poetica che è più congeniale alla mia ansia. Assomigliano alla mia pittura: veloci, "densi", fulminanti.
Li ho scoperti da adolescente e non li ho più abbandonati. Li ho, per un certo periodo, inseriti anche nei miei quadri. Mi piace la loro cripticità, il loro essere interpretabili a seconda di chi li legge; per esempio: l'haiku che mi hai citato è per me un haiku erotico...

CB: Vero, hai ragione, e la donna col capo reclino all’indietro lo è altrettanto.

Carlo Moretti: L'ho esposto mille volte e, tutte le volte, ho avuto interpretazioni diverse, che mi hanno arricchito anche, devo dire...

CB: Legno, cartoncino o tela, i colori della tua tavolozza sono sempre "colori caldi", hanno significati particolari i colori per te? A esempio, alcuni artisti usano determinati colori perché, nella loro mente, hanno un significato preciso, per te è lo stesso?

Carlo Moretti: No, non attribuisco molta importanza al colore. Al calore semmai! Fosse per me userei solo il nero (ma reso caldo dalle vernici!), il rosso (passione e sangue..) e l'oro (sempre passione...sic!)
Ma come ti dicevo sono curioso e quindi i colori li sperimento tutti, cercando di piegarli ai miei desideri.
Poco simbolismo, direi! Colori concreti, ma se qualcuno vuole vederci qualcosa, libero di farlo,anzi! L'opera una volta finita non è più dell'autore...

CB: E questa è una grande verità, è anche l’esplicazione del ruolo sociale di ogni creazione; l’opera diventa di proprietà di chi ha il piacere di goderne.

Carlo Moretti: E forse, probabilmente sto per dire qualcosa che farà sorridere, ma penso che addirittura dovrebbe essere spiegata all’autore!

CB: Hai pubblicato con una casa editrice dal nome evocativo: Nomade Psichico. Ti reputi un "nomade psichico"? Perché?


Carlo Moretti: No, è solo il nome della prima casa editrice che mi ha pubblicato. Più che un nomade, come tutti i curiosi, sono un bulimico psichico. O un vampiro!

CB: Ascolta: Karl Marx amava leggere molto e, tra le sue letture, c'era Balzac. Di Balzac "La chef-d'ouvre inconnu" gli fece profonda impressione perché parlava dei pittori in questo modo (che condivideva): "[...] un pittore geniale è talmente tormentato dal desiderio di rappresentare le cose nel modo preciso, in cui si rispecchiano nel suo cervello, che continua a limare e a ritoccare il suo quadro, in modo da creare alla fine null'altro che una massa informe di colori in cui però i suoi occhi suggestionati vedono la più perfetta riproduzione della realtà. [...]" Cosa ne pensi?

Carlo Moretti: Le mie opere non sono "pronte", almeno consciamente, nella mia mente.
Mi siedo e inizio da un canovaccio che poi modifico in corso d'opera.
I quadri perfetti (per me, ovviamente, ma devo dire anche per gli altri) vengono senza bisogno di grosse lotte. All'ultima pennellata, sono già vivi...
Poi ci sono i "figli minori", la maggioranza, a dire la verità. Questi hanno bisogno di cure infinite che, a volte,  portano a un miglioramento, ma altre producono effetti terribili... la cancellazione, per esempio...

CB: Come un aborto...

Carlo Moretti: Non essere così viscerale! Ci sono quadri che non hanno mai lasciato il mio studio. Li guardo, li ritocco, li curo; chissà forse un giorno... vivranno anche loro.
Mi permetto poi di dire che la soggettività di cui parla il brano è una legge naturale; un pò banale, quindi.

CB: La soggettività però è quella cosa che fa perdere la proprietà dell’opera all’autore, non è poi così banale.

Carlo Moretti: Dipende...

CB: Grazie Carlo, del tempo e della conversazione.

Carlo Moretti: No, grazie a te: ogni tanto parlare fa bene.
   

Carmen Basile

 

 

 

 

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