|
|
|
|
Simone Carella e The Seventies di Carmen Basile Discutendo degli anni Settanta con Simone Carella, assentandomi per un attimo dalla conversazione, ho pensato, avendolo già notato in altri, che in tutti coloro i quali abbiano avuto un qualche importante ruolo, in quegli anni, vi è un’intima “rinuncia” al voler continuare a proporre l’originalità delle loro idee. Il virgolettato relativo alla parola rinuncia ha senso perché sono convinta che gli interessati dell’“importante ruolo” mi censurerebbero il termine. Negli anni Settanta, o come direbbero gli anglofoni The Seventies, la sottoscritta contava solo dai tredici ai ventidue anni; e, arrivando a Roma nel Settantasei, cominciai a frequentare quel mondo affascinante che, da un corso di mimo, mi portò a frequentare teatri e cantine per coltivare il mio interesse. Nelle cantine, in quel periodo, si trovavano compagnie teatrali che organizzavano rappresentazioni che definire originali risulta riduttivo. Simone Carella, infatti, mi ha ricordato personaggi e situazioni che avevo nascosto in un angolo della mente; parlando del “suo” (in quel periodo il possessivo aveva poco significato però) Beat ’72, spazio teatrale sperimentale, ha menzionato personaggi come Giuliano Vasilicò, Ennio Fantastichini (attualmente attore in fiction televisive), Franco Cordelli, Ulisse Benedetti (Teatro Colosseo a Roma), il grande Memè Perlini che io ricordo benissimo: all’epoca ebbi l’opportunità di videre due suoi spettacoli. In quegli anni fu proprio Simone a teorizzare, e mettere in pratica, l’assenza dal palcoscenico dell’“attore”; scendendo dal palcoscenico, e mescolandosi al pubblico: quale diventa quindi il ruolo dell'"attore"?. Da tutto quel fermento nacque anche un festival, quello di Castelporziano, il Festival di Poesia. Simone, comunque, non ha smesso di sognare e creare mentalmente location e situazioni ipervirtuali che però non realizza, o meglio non si preoccupa di realizzare, o preoccupandosene non sente la necessità di rappresentarle; secondo me, insomma, è come se avesse perso il ruolo sociale del suo essere “soggetto creativo”. “Nessuno vuole scommettere e investire” su personaggi come Simone Carella; certo il periodo attuale non è terreno fertile per situazioni come quelle degli anni Settanta, ma quel senso “dell’aver già dato”, quella strisciante delusione che affiora qui e là, tra le sue parole e quelle di altri che hanno vissuto i Seventies, mi irrita. Mi irrita perché incuranti dell’eredità che non lasciano ad alcuno, delusi dal non essere stati compresi fino in fondo; questo mi distrugge. Un fatto è leggere “Ecchime” di Victor Cavallo, altra cosa è assistere alla realizzazione di “Ecchime” a teatro; sentir parlare di Memè Perlini o del Living Theatre è un fatto, vederli in azione nei teatri o nelle strade è altra cosa. |
|