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Durante la tua
vita di traduttore tecnico-commerciale ed editoriale, un giorno ti
sei seduto per un attimo a riposarti su quella panchina dello
Stephen’s Green a Dublino, hai guardato gli occhi scolpiti di
Joyce, lui ti ha strizzato l’occhio e tu hai capito che là
sarebbe iniziata la tua-sua opera; la tua ri-creazione del
Finnegans Wake. Bisogna essere pronti a cercare, a volare ad occhi
bendati dentro l’opera di Joyce, sentirne l’armonia e saperla
suonare. Tu sei un artista della parola.
Le
cose non sono andate proprio così:; quando ho cominciato a
interessarmi a Finnegans Wake ero ancora all’università (mi
sono laureato nel 1959!!) e apprendendo che era considerato
“intraducibile” ha cominciato a girarmi per il cervello
l’idea che mi sarebbe piaciuto cimentarmi in quella sfida. Poi
la vita mi ha portato per altre strade, ho iniziato a lavorare per
un’industria, mi sono sposato, mia moglie è morta due mesi e
mezzo dopo il matrimonio, a ventiquattro anni, mentre aspettava un
figlio; qualche anno dopo mi sono risposato, sono stato sposato 7
anni 7 mesi e 7 giorni, poi ci siamo separati. È stato in quel
momento che ho deciso di provare a tradurre Finnegans Wake: Era il
1974. Ritenendo i primi tentativi abbastanza soddisfacenti, ho
cominciato a frequentare i simposi joyciani; a Parigi, nel 1975,
ho conosciuto alcuni studiosi americani ed europei, uno dei quali
mi ha messo in contatto con Rosa Maria Bosinelli, il «James Joyce
Quarterly» ha pubblicato un piccolo saggio della traduzione, poi
non ricordo come sono entrato in contatto con il compianto
Domenico Javarone, fondatore della rivista «Carte segrete», il
quale ha pubblicato qualche brano del Finnegans (poco prima aveva
ristampato la traduzione di Anna Livia di Joyce stesso con Nino
Frank). Poi «Paragone» ha pubblicato un lungo pezzo con una
introduzione di Bosinelli, e quell’apparizione ha suscitato
l’interesse di «Tuttolibri» e dell’«Espresso», che ne
hanno parlato. Correva l’anno 1978. Bosinelli deve avere parlato
di me a Giorgio Melchiori, il quale ne ha parlato a sua volta con
Mondadori, che mi ha proposto di pubblicare i primi quattro
capitoli, quelli apparsi nel 1982. Intanto avevo lasciato il
lavoro nell’industria, facevo ancora traduzioni tecniche per la
ditta, ma come esterno, e cercavo di entrare in contatto con le
case editrici. Procedevo anche con la traduzione del Finnegans, ma
i dirigenti di allora della Mondatori mi dissero che avrebbero
pubblicato tutto il volume, se l’avessi avuto pronto, non più
un poco alla volta, e per questa ragione, e perché dovevo pur
mangiare, gli altri quattro capitoli che avevo tradotto, sia pure
impiegandoci molto tempo, mi sono rimasti nel cassetto per molti
anni. Poi un bel giorno – il destino a volte porta anche
qualcosa di positivo – negli Stati Uniti Bosinelli ha incontrato
il nuovo direttore degli Oscar Mondatori, che si è mostrato
interessato a riprendere la pub-blicazione. Io ho redatto il
glossario e il volume è apparso l’anno scorso. Adesso sono in
pensione, lavoro solo alla traduzione del Finnegans, e se riesco
vorrei pubblicare
un volume circa ogni due anni (per finire ce ne vogliono altri
quattro). Quindi dovrei concludere il lavoro, se tutto va bene, se
non mi scoppia il cervello, verso il 2009-2010. Auguri, Luigi!
Anche
se pecco di immodestia devo dire che la mia è davvero una
ri-creazione dell’opera di Joyce, perché cerco di renderla in
una lingua che è l’analogo di quella usata da lui, che molti
chiamano wakese; la mia è un wakese basato sull’italiano, che
cerca di ripor-tare il maggior numero possibile dei riferimenti
contenuti nell’opera originale, rendendone però anche il ritmo,
le assonanze, i giochi (a volte sono proprio «giochi») di
parola. Ci vuole anche un po’ di creatività, davvero, e in
questo mi ha sempre aiutato anche il mio amore per la letteratura
e per la poesia (mi sembra di averti detto che quel volume che ti
ho mandato, che chissà se vedrà mai la luce, l’ho iniziato nel
1950, a quindici anni, anche se poi ha subito innumerevoli
trasformazioni). Insomma io sono un poeta, anche nel caso del
Finnegans: εγώ ποιεω, io
faccio (Adele), fo (Dario) [non sono radicale ma mi piacciono i «giochini].
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La parola abbandona la sua
forma originale, si allontana da se stessa per poi tornare
attraverso il suono ricca del suo significato. Così facendo è
come se permettesse a tutto l’immaginario possibile, di
percorrerla, di appartenerle. Cos’è il “suonsenso”.
Sì,
è vero, la parola abbandona la forma originale per arricchire la
propria espressività, assumendo due (o tre, quattro, cinque…)
livelli di significato. Questo per narrare insieme la storia di
una giornata dell’oste di Dublino e della sua famiglia e la
storia dell’umanità intera, non raccontata come un manuale
scolastico ma inserita nelle parole. C’è veramente tutta la
storia dell’umanità, da Adamo ed Eva fino ai tempi di Joyce,
attraverso riferimenti storici, geo-grafici, letterari,
linguistici (Finnegans Wake contiene parole di tutte le lingue del
mondo, dal bantu al malese, al sanscrito, alle lingue indoeuropee
antiche e moderne, all’arabo, all’ebraico, ecc. ecc.). Il
buonsenso è il sensosuono (ci sono entrambe le parole sia in
Joyce sia nella traduzione). Un aspetto importante già segnalato
da Joyce, a cui piaceva leggere il Finnegans ad alta voce. Piace
anche a me, e tu sai per esperienza personale che si legge ad alta
voce e si ascolta molto bene.
Ra Raccontami delle 26 lettere dell’alfabeto inglese!
Bella
domanda. Le lettere degli alfabeti, che siano quello inglese,
cinese, urdu, ecc. ecc. hanno una propria vita, che l’uomo
infonde loro unendole in vari modi per formare le parole delle sue
lingue. A, e, i, o, u… b, c, d, f, g… Con un po’ di fantasia
si può dar loro una forma, un carattere, un colore (pensa al
primo verso di Voyelles di Rimbaud), rendendole vive.
“Il lettore verso l’autore
e non viceversa!” Sarebbe come dire che l’arte non può
scendere a compromessi; se mai si può prendere per mano la gente
e la si può far attraversare il guado, si può far sì che entri
in comunicazione. E’ un po’ ciò che tu fai con il glossario.
Anche
nei libri “normali” che ho tradotto ho sempre cercato di
trasferire nell’italiano lo «stile» dell’autore; non ho mai
voluto portare gli scrittore verso un modo di esprimersi mio o
insomma più italiano, salvo rispettare ovviamente la struttura
della mia lingua madre. Ovvia-mente non sempre è stato possibile,
ma mi sono sforzato di farlo. Nel caso speciale del Fin-negans,
rendendomi conto che pochissimi avrebbero avuto la possibilità di
rendersi conto del substrato profondissimo dell’opera, la mia
intenzione, con il «glossario», è quella di condividere con
tutti i lettori ciò che ho fatto io per rendere l’opera (ma sì,
diciamolo!) «schenonese».
Mi
Sembra un lavoro da
alchimista, un’arte in cerca dell’oro di traduzione perfetta e
dettagliata fino all’estremo.
Il
mio non è il lavoro di un alchimista che vuole trarre oro da
materie vili, ma di una persona che ha dell’oro fra le mani e
non vuole trasformarlo in metallo vile, in «oro di Bologna che si
fa rosso dalla vergogna» (lo sai, no, che sono bolognese) ma
dividerlo con tutti gli altri.
Stai sovvertendo le regole del
tempo? Apri scatole cinesi di parole fino a dilatarlo
all’infinito. Ci metterai trecento anni, come diceva lo stesso
Joyce. Non so perché ma mi pare che tutto sia un meraviglioso
gioco per arrivare a qualcos’altro.
Come
ho detto prima spero di metterci ancora «solo» una «ottina»
d’anni. Ma è vero che le parole del wakese sono un po’ come
scatole cinesi, e io le apro e cerco di lasciarle aperte perché
tutti possano vederne il contenuto.
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