Luigi Schenoni nato a Bologna nel 1935, è laureato in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Ha lavorato per circa vent’anni come traduttore tecnico-commerciale per una importante ditta della sua città, e circa altrettanto tempo come traduttore editoriale. Nel 1982 e nel 2001 sono apparsi i primi due volumi della sua traduzione di Finnegans Wake di James Joyce.

 

                                                                                       di Ilaria Drago  

   

 

Durante la tua vita di traduttore tecnico-commerciale ed editoriale, un giorno ti sei seduto per un attimo a riposarti su quella panchina dello Stephen’s Green a Dublino, hai guardato gli occhi scolpiti di Joyce, lui ti ha strizzato l’occhio e tu hai capito che là sarebbe iniziata la tua-sua opera; la tua ri-creazione del Finnegans Wake. Bisogna essere pronti a cercare, a volare ad occhi bendati dentro l’opera di Joyce, sentirne l’armonia e saperla suonare. Tu sei un artista della parola.

Le cose non sono andate proprio così:; quando ho cominciato a interessarmi a Finnegans Wake ero ancora all’università (mi sono laureato nel 1959!!) e apprendendo che era considerato “intraducibile” ha cominciato a girarmi per il cervello l’idea che mi sarebbe piaciuto cimentarmi in quella sfida. Poi la vita mi ha portato per altre strade, ho iniziato a lavorare per un’industria, mi sono sposato, mia moglie è morta due mesi e mezzo dopo il matrimonio, a ventiquattro anni, mentre aspettava un figlio; qualche anno dopo mi sono risposato, sono stato sposato 7 anni 7 mesi e 7 giorni, poi ci siamo separati. È stato in quel momento che ho deciso di provare a tradurre Finnegans Wake: Era il 1974. Ritenendo i primi tentativi abbastanza soddisfacenti, ho cominciato a frequentare i simposi joyciani; a Parigi, nel 1975, ho conosciuto alcuni studiosi americani ed europei, uno dei quali mi ha messo in contatto con Rosa Maria Bosinelli, il «James Joyce Quarterly» ha pubblicato un piccolo saggio della traduzione, poi non ricordo come sono entrato in contatto con il compianto Domenico Javarone, fondatore della rivista «Carte segrete», il quale ha pubblicato qualche brano del Finnegans (poco prima aveva ristampato la traduzione di Anna Livia di Joyce stesso con Nino Frank). Poi «Paragone» ha pubblicato un lungo pezzo con una introduzione di Bosinelli, e quell’apparizione ha suscitato l’interesse di «Tuttolibri» e dell’«Espresso», che ne hanno parlato. Correva l’anno 1978. Bosinelli deve avere parlato di me a Giorgio Melchiori, il quale ne ha parlato a sua volta con Mondadori, che mi ha proposto di pubblicare i primi quattro capitoli, quelli apparsi nel 1982. Intanto avevo lasciato il lavoro nell’industria, facevo ancora traduzioni tecniche per la ditta, ma come esterno, e cercavo di entrare in contatto con le case editrici. Procedevo anche con la traduzione del Finnegans, ma i dirigenti di allora della Mondatori mi dissero che avrebbero pubblicato tutto il volume, se l’avessi avuto pronto, non più un poco alla volta, e per questa ragione, e perché dovevo pur mangiare, gli altri quattro capitoli che avevo tradotto, sia pure impiegandoci molto tempo, mi sono rimasti nel cassetto per molti anni. Poi un bel giorno – il destino a volte porta anche qualcosa di positivo – negli Stati Uniti Bosinelli ha incontrato il nuovo direttore degli Oscar Mondatori, che si è mostrato interessato a riprendere la pub-blicazione. Io ho redatto il glossario e il volume è apparso l’anno scorso. Adesso sono in pensione, lavoro solo alla traduzione del Finnegans, e se riesco vorrei pubblicare un volume circa ogni due anni (per finire ce ne vogliono altri quattro). Quindi dovrei concludere il lavoro, se tutto va bene, se non mi scoppia il cervello, verso il 2009-2010. Auguri, Luigi!

Anche se pecco di immodestia devo dire che la mia è davvero una ri-creazione dell’opera di Joyce, perché cerco di renderla in una lingua che è l’analogo di quella usata da lui, che molti chiamano wakese; la mia è un wakese basato sull’italiano, che cerca di ripor-tare il maggior numero possibile dei riferimenti contenuti nell’opera originale, rendendone però anche il ritmo, le assonanze, i giochi (a volte sono proprio «giochi») di parola. Ci vuole anche un po’ di creatività, davvero, e in questo mi ha sempre aiutato anche il mio amore per la letteratura e per la poesia (mi sembra di averti detto che quel volume che ti ho mandato, che chissà se vedrà mai la luce, l’ho iniziato nel 1950, a quindici anni, anche se poi ha subito innumerevoli trasformazioni). Insomma io sono un poeta, anche nel caso del Finnegans: εγώ ποιεω, io faccio (Adele), fo (Dario) [non sono radicale ma mi piacciono i «giochini].

-         La parola abbandona la sua forma originale, si allontana da se stessa per poi tornare attraverso il suono ricca del suo significato. Così facendo è come se permettesse a tutto l’immaginario possibile, di percorrerla, di appartenerle. Cos’è il “suonsenso”.

Sì, è vero, la parola abbandona la forma originale per arricchire la propria espressività, assumendo due (o tre, quattro, cinque…) livelli di significato. Questo per narrare insieme la storia di una giornata dell’oste di Dublino e della sua famiglia e la storia dell’umanità intera, non raccontata come un manuale scolastico ma inserita nelle parole. C’è veramente tutta la storia dell’umanità, da Adamo ed Eva fino ai tempi di Joyce, attraverso riferimenti storici, geo-grafici, letterari, linguistici (Finnegans Wake contiene parole di tutte le lingue del mondo, dal bantu al malese, al sanscrito, alle lingue indoeuropee antiche e moderne, all’arabo, all’ebraico, ecc. ecc.). Il buonsenso è il sensosuono (ci sono entrambe le parole sia in Joyce sia nella traduzione). Un aspetto importante già segnalato da Joyce, a cui piaceva leggere il Finnegans ad alta voce. Piace anche a me, e tu sai per esperienza personale che si legge ad alta voce e si ascolta molto bene.

Ra  Raccontami delle 26 lettere dell’alfabeto inglese!

Bella domanda. Le lettere degli alfabeti, che siano quello inglese, cinese, urdu, ecc. ecc. hanno una propria vita, che l’uomo infonde loro unendole in vari modi per formare le parole delle sue lingue. A, e, i, o, u… b, c, d, f, g… Con un po’ di fantasia si può dar loro una forma, un carattere, un colore (pensa al primo verso di Voyelles di Rimbaud), rendendole vive.  

“Il lettore verso l’autore e non viceversa!” Sarebbe come dire che l’arte non può scendere a compromessi; se mai si può prendere per mano la gente e la si può far attraversare il guado, si può far sì che entri in comunicazione. E’ un po’ ciò che tu fai con il glossario.

Anche nei libri “normali” che ho tradotto ho sempre cercato di trasferire nell’italiano lo «stile» dell’autore; non ho mai voluto portare gli scrittore verso un modo di esprimersi mio o insomma più italiano, salvo rispettare ovviamente la struttura della mia lingua madre. Ovvia-mente non sempre è stato possibile, ma mi sono sforzato di farlo. Nel caso speciale del Fin-negans, rendendomi conto che pochissimi avrebbero avuto la possibilità di rendersi conto del substrato profondissimo dell’opera, la mia intenzione, con il «glossario», è quella di condividere con tutti i lettori ciò che ho fatto io per rendere l’opera (ma sì, diciamolo!) «schenonese».

Mi Sembra un lavoro da alchimista, un’arte in cerca dell’oro di traduzione perfetta e dettagliata fino all’estremo.

Il mio non è il lavoro di un alchimista che vuole trarre oro da materie vili, ma di una persona che ha dell’oro fra le mani e non vuole trasformarlo in metallo vile, in «oro di Bologna che si fa rosso dalla vergogna» (lo sai, no, che sono bolognese) ma dividerlo con tutti gli altri.

Stai sovvertendo le regole del tempo? Apri scatole cinesi di parole fino a dilatarlo all’infinito. Ci metterai trecento anni, come diceva lo stesso Joyce. Non so perché ma mi pare che tutto sia un meraviglioso gioco per arrivare a qualcos’altro.

Come ho detto prima spero di metterci ancora «solo» una «ottina» d’anni. Ma è vero che le parole del wakese sono un po’ come scatole cinesi, e io le apro e cerco di lasciarle aperte perché tutti possano vederne il contenuto.

 

 

 

 

 

 

 

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