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Nicola
Vinci, giovane fotografo pugliese che allestisce i suoi set con
una poeticità e una sapienza
di particolari che rendono la sua pratica artistica unica nel panorama
italiano contemporaneo. Per
la mostra alla project della galleria Emmeotto, EMMEOTTO NEXT, Vinci
espone un ciclo di lavori fotografici inedito,
Transfert, in cui per la prima volta l’artista rinuncia alla presenza
del soggetto. Questa
volta i soggetti sono visioni trasposte, Transfert che raccontano nell’assenza
dell’individuo un ritratto
dello stesso, svolto attraverso luoghi dislocati nel tempo e nello
spazio, ma il cui immaginario ci rimanda per
metafora al protagonista.
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| Dante
Alighieri è raffigurato attraverso una scala di un luogo pubblico
con accanto delle brande accatastate.
Una stanza profonda con piastrelle a rombi e pareti rosate parla di Antonin
Artaud attraverso una finestra,
un termosifone e un telefono rosso sopra di esso.
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L’artista
ci mostra una visione soggettiva di personaggi storici e letterari,
politici e religiosi, rappresentandoli attraverso
le immagini di luoghi e oggetti che diventano così proiezione di
significati e associazioni mentali.
Bartolomeo
Diaz è
raccontato dall’immagine di un interno scolastico, due finestre divise
da un mobile con una pila di
libri e un mappamondo. La cucina fatiscente dai toni rossi e un
caminetto al centro è la metafora di Heinrich
Himmler.
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Per
Napoleone occorre una bicicletta da bimbo lasciata in
un luogo abbandonato, per Erich Priebke il fuoco dell’obiettivo
coglie una porta aperta e corrosa in un corridoio di
un ex carcere.
Pinochet
è una latrina decadente, come il lavandino per Ponzio Pilato,
svelato da toni di un verde suadente.
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Albino
Mussolini è descritto attraverso la cella di un manicomio dismesso,
le cui pareti sono piene di foto,
cartoline, immagini che richiamano il cane lupo, il lago, le divise,
tutti segni di un’epoca e il retaggio di un mistero.
Per
Peter Pan l’ex stanza di un bambino conserva piccoli oggetti
confusi da una carta da parati giocosa alla
quale fa da contrappunto l’ambiente severo e spogliato dal tempo e
dall’incuria della metafora di Pol Pot.
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Una
sedia da ufficio rossa
collocata con sapienza e un lavabo assalito da foglie secche racconta di
Pio XII e di tutte le sue
mancanze, mentre Maria Maddalena è svelata da un capitello in
una luce notturna di una strada abbandonata come
il fazzoletto di carta che compare con sapiente abilità scenografica
sul marciapiede.
Infine,
una croce inchiodata
a un’altra porzione di muro lascia la sua traccia tatuata sulla parete
a ricordo del “iustum facere”, ovvero
la giustificazione per fede, professata da Martin Lutero.
La
sua indagine è riflessiva e lirica, arricchita di particolari minuziosi
seguiti da una ricerca sempre sulla soglia di suggestione
e ironia. Quello di Nicola Vinci è un racconto, una narrazione tra
storia e geografia, tra capacità introspettiva
e trasversale sguardo psicologico. |
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