Un Tempo tutto per sé   

di Elena Liotta          

 

 

La vita delle donne tra pubblico e privato.  

Fuso che fila

Bianco

Il sogno sottile del mutante e

Sempre più sottile

L’eterno volgimento.

Seme di dattero

Memoria

Di dolcezza succhiata

Al seno

Misura della madre

Una premessa.

Questa poesia scritta da me all’inizo degli anni ’90 guarda alla vita delle donne, nello scorrere del loro tempo, il fuso che fila, l’eterno volgimento, la memoria. E vede anche  il tempo come un seno=misura della madre.

L’immagine non è solo una metafora poetica. ‘Seno’ è parola polivalente: è una delle funzioni trigonometriche principali, ha a che fare con la relazione, lo spazio del ‘tra’ che ri-unisce, accoglie come l’in-sena-tura, in geografia. La misura della madre è la coppa-seno, quel vaso archetipico che, dopo il grembo, contiene la sopravvivenza della prole. La coppa cui ci si attacca succhiando, cioè ancora misurando l’entrata della sostanza vitale. Come sono attenti i piccoli, anche quelli più voraci, a non eccedere. Lo sanno già qual è LA GIUSTA MISURA. La sazietà, il ‘quanto basta’.

Quando l’ho scritta avevo la percezione dei miei 40 anni, l’approdo a quella pienezza matura che Jung chiama il passaggio alla “seconda metà della vita” e che descrive come un tempo che si apre sulla luce dorata del tramonto … il ritorno. Un periodo in cui, dice Jung il finalismo della vita non viene meno. Con la stessa intensità e irresistibilità con cui tirava in salita nella prima metà, ora esso trascina in discesa, perché il traguardo non sta nel vertice ma nella valle dov’era iniziata l’ascesa. Non si può vivere la seconda metà della vita con lo stesso spirito di conquista e acquisizione cumulativa della prima. Questi sono i grandi mutamenti del tempo della vita cui tutti soggiaciono, donne e uomini, consapevoli o meno.

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  Oggi, qui, mi limiterò a pormi e girare a voi molte domande, abbozzando dove possibile qualche risposta.

Mi dedicherò più al tempo, che non sulle diverse età delle donne. I due aspetti sono collegati, naturalmente, soprattutto la visione collettiva del tempo che si esprime in ciascun periodo storico (assunto di base inconscio, Bion).

Recentemente parlando di adolescenza, identità e di apparire ed essere, mi sono trovata a constatare che le età, per donne e per uomini, si sono tutte sfalsate, proprio grazie a una deriva adolescenziale estesa ovunque. Età di confine e passaggio, questa età esprime bene l’era post-moderna, così come l’aspetto tipico di omologazione dei gruppi giovanili ben interpreta l’aspirazione globalizzante della società occidentale.  Il problema è che l’adolescenza sta anticipandosi su bambini e bambine, che diventano sempre più grandi prima, e si sta attardando su adulti-anziani, cui si ingiunge di non invecchiare, rimanendo sempre giovani! Nel nostro tempo l’età ideale, martellata dai massmedia è la gioventù. Il puer e la puella sono gli archetipi dominanti. Non mi dilungo sulle conseguenze psicologiche di questo paradigma a livello collettivo e individuale.

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Mi comincio a domandare intanto se esista un ‘tempo delle donne’ e cosa sia. Non quelle porzioni di tempo attivo che si attribuiscono alle donne (i tempi delle loro attività muliebri e non) e neanche un tempo passato della storia delle (ancora sconosciuto ai più) e non penso ai tempi del femminismo del Novecento in varie ondate(che ha toccato solo gruppi di donne in limitati luoghi del pianeta).

Mi riferisco piuttosto a un paradigma, un’idea, un pensiero del tempo, che sia pensato e sentito dalle donne.  Esiste? E’ mai esistito? Dovrebbe esistere? Io dico di sì!

Partiamo dalla differenza, allora. Il nostro tempo della vita pubblica e sociale è il tempo degli uomini. Il dato è semplice e incontrovertibile, nel senso che sono stati gli uomini finora a determinarlo, misurarlo, renderlo obbligo e convenzione sociale per tutti, donne incluse. Le quali lo hanno forse subito, entrando nel mondo del lavoro, ma lo hanno fatto proprio e lo sostengono nonostante le lamentazioni collettive.

La differenza delle donne si dovrebbe esprimere anche nel modo di percepire e vivere la dimensione temporale. Nei fatti, al di là delle parole dette e scritte, questo aspetto è veramente un tabù. Non si può e basta, nel senso che appare impossibile alla maggior parte delle donne.

Come si fa  a partire da sé, quando in realtà di parte da un sé, una mente tutta nutrita di cultura e pensiero maschile?

Ometto definizioni e teorizzazioni sulTempo, dalla filosofia alla letteratura, fino alla scienza, la fisica, la tecnica proprio perché sono tutte nate nella testa di uomini, pur intelligentissimi. Oggi ciò che conta è cosa noi donne possiamo farne, di queste idee.

Proviamo ad affrontare più liberamente il tema sospendendo almeno per questa mezzora, le incrostazioni di una cultura occidentale che ci ha formate senza portare le nostre impronte e neanche le ombre, delle nostre impronte. Facciamo finta di non saperne nulla, del tempo senza cedere  alla tentazione intellettuale perché non ci darà né più forza né più competenza. Anche perché molti uomini si stanno oggi lamentando insieme alle donne che non ce la fanno piu!

Nei vissuti delle donne, si riscontra una chiara discrepanza temporale tra loro e la cultura dominante in cui si trovano a vivere.

Ho sempre notato nelle donne, me stessa inclusa, una maggiore sensibilità alla dimensione spazialeche non a quella temporale, spazio come corpo – di nuovo come relazione ‘tra’ persone, luoghi e cose, come estensione e disposizione all’apertura, ampiezza, circolarità. Misure diverse rispetto a quelle lineare del tempo che ci viene trasmessa nell’educazione. Chiamiamolo pure il tempo dell’orologio. L’ implacabile orologio travestito da monile.

Già dire, separando, tempo ciclico… Il tempo della natura… collocandolo nel pasato o in luoghi lontani è un erore. Nella vita - sempre, anche oggi - c’è casomaiil ripetersi di fenomeni, il ricorrere, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte. Perchè chiamarlo tempo? Non ci sarebbe stato bisogno di ergere l’edificio del tempo come dimensione portante e incombente. Ma è successo. E si legava nell’antichità alla misurazione, alla previsione dei fenomeni astrali legati all’agricoltura, ai fini della sopravvivenza. Poi la rivoluzione industriale e tutto il resto.

E’ possibile che questa  ‘nuova dimensione’ sia tutta una produzione dell’angoscia per la propria finitezza, un’angoscia di morte, che colpisce più l’uomo della donna, datrice di vita e più accettante o rassegnata al proprio destino umano? L’onnipotenza ha preso la mano all’uomo? I limiti non sono più chiari né sostenibili?

L’angoscia che permea la cultura maschile dominante, sta crescendo con l’impotenza della scienza a sconfiggere la morte, e ha contagiato anche le donne e il passare del loro tempo. Non devono tassativamente invecchiare. Morire è una disgrazia, non un fatto naturale.

 Io invece voglio più che mai i miei capelli grigi e pensare a un riposo eterno con sollievo! Finalmente l’atemporalità, dopo aver intensamente vissuto.

Nella visione freudiana  – ecco un altro grande uomo - il tempo su cui è organizzata la vita e la storia dell’ Occidente – non fa parte dell’Inconscio. Sarebbe una produzione della coscienza, Logos maschile. Anzi, per Freud, inizialmente, l’inconscio era solo un luogo, uno spazio.

Uno spazio, forse più vicino alla sensibilità delle donne, la cui psiche sopporta meglio il contatto con l’ignoto, è meno rigidamente differenziata, più flessibile, intuitiva, comunicativa, come lo è il suo cervello, nei due emisferi … ma questo lo ha confermato anche la scienza moderna degli uomini.

Tutta la tecnologia, il pro-gressso – ‘andare avanti’ parola che evoca lo snodarsi positivo del tempo che produce sempre di meglio e di più - è figlia della devozione che l’uomo ha avuto e ancora ha verso la dimensione temporale. Oggi ormai, la misurazione del tempo è tutto. Viviamo nel mito della velocità, che è la radice primaria della tecnologia, Anche fare nascere bambini e bambine oppure far crescere i cereali, la frutta prima o dopo, secondo il bisogno del mercato … le biotecnologie appartengono a questo controllo manipolativo del tempo

Le donne, in generale, hanno meno istintiva dimestichezza con la misura tecnologica. Vanno a occhio e raramente si sbagliano. Tutti i nostri sensi discriminano perfettamente le differenze, i cambiamenti, sono predisposti a farci soppravvivere.

Invece ci stiamo gradualmente accecando, riponendo tutta la fiducia in altro, che non sono i nostri sensi, ma gli strumenti tecnologici. Stiamo dimenticando cosa siamo, stiamo piegandoci a uno stile di vita che forse le donne non avrebbero mai prodotto né pensato, perché avrebbero pensato ad altro.

Andare nello spazio cosmico …??? A fare che, con tutto quello che ci sarebbe da fare qui? Fare le guerre … perché, percosa??? Con tutto quello che serve per sopravviere in pace?

Qualcuna di noi, oggi qui presenti avrebbe mai immaginato o desiderato – dico ‘desiderato!’ – di costruire, che so,  un lanciamissili? Il tempo della gestazione non è quello dell’eiaculazione. E con questo non ‘riduco alla biologia’, ma richiamo al corpo casomai.

Nell’ illusione di farci risparmiare tempo ci hanno riempite di inutili elettrodomestici, costosi, rumorosi, che consumano energia, occupano spazio,  che vanno lavati, che tolgono alle donne l’esercizio del loro corpo! Le loro mani versatili e preziose!

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Un’altra domanda che voglio ora girarvi.

Ma si potrebbe davvero vivere senza l’idea di un tempo lineare codificato?

L’alternativa è forse ritrovarsi come quelle tribù primitive dei documentari, che apparentemente ciondolano senza fare altro che raccogliere frutti e radici, vivendo sugli alberi come le scimmie, cacciando quanto basta a sfamarsi … vite che  appaiono a molti occidentali ‘senza senso’, anche  dopo la frettolosa battuta ‘ beati loro’!!!

Certo meglio vivere perdendo tempo in automobili sempre più veloci ma bloccate dal traffico sempre più fitto, a rifornirsi di cibo di dubbia origine e qualità, in sempre più grandi supermercati dove la testa gira, gli occhi si sperdono, i soldi volano – a molte donne vengono attacchi di panico – continuando a consumare sempre più ansiosamente un tempo che scappa, che non viene mai raggiunto, nel quale si fantastica di poter idealmente ciondolare, in uno spazio in cui il tempo stesso si fermi, cioè alla ricerca di una vita senza tempo. Un vero paradosso, una vera follia…

Sempre cercando di tenere a bada il tempo-mostro divorante,  provo a pensare al tempo delle donne come a una danza, in cui i passi si fanno a seconda del ritmo – ecco il ritmo -  dei suoni naturali oppure delle musiche del mondo. Il ritmo non ha bisogno dell’orologio, è nel corpo, è nel mondo! Non è l’andare al tempo del metronomo, dei sistemi occidentali di codificazione, il temperamento equabile, dividere il suono per adattarlo agli strumenti … La danza e il ritmo sono forme in movimento, attraversamenti dello spazio, bellezza, relazione, indefinibile libertà, tutte cose  che fanno paura a chi è ossessionato dal controllo ossessivo della vita.

Il tempo=controllo dell’uomo occidentale è diventato anche un’ideologia del denaro, della scadenza e della multa. Con la scomparsa dello scambio in natura e del dono, il lavoro è riassumibile nell’espressione: “Il tempo è denaro!”. Così la burocrazia, i contratti, le bollette, il cartellino che segnano ogni minuto del lavoro. Tutto è tempodenaro.

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La ribellione del ritardo e della dimenticanza (appuntamenti che saltano, agende sottosopra, inadempienze da rimozione, spostamenti vari) viene stigmatizzata ma non analizzata. Se si verifica sempre più in qualsiasi occasione perché nessuno si domanda o dice che forse vanno rivisti gli strumenti di organizzazione del tempo lineare? Programmi, calendari, promemoria … tutto è chiaramente troppo fitto, non basta il tempo, soprattutto quello lineare così esile, un minuto dopo l’altro, da calcolare anche i millisecondi! La realtà si ribella, si de-sincronizza, e tenacemente trova il suo tempo ‘giusto’ andando oltre i limiti malpensati.

Bisogna ‘de-crescere’ anche in senso temporale. Fare di meno, fare diversamente, lasciare che il tempo delle cose si dispieghi. Non si può sovrapporre alla grandezza e imprevedibilità della vita la fragile impalcatura del tempo lineare. Vediamo quotidianamente nel grande e nel piccolo quanto poco basti a far saltare gli equilibri.

Parlerei chiaramente della sottrazione del nostro tempo come della nuova più profonda schiavitù. Anche le nuove malattie contengono oggi, chiare disfunzioni temporali.

Come state osservando, del tempo tutto per sé delle donne non riesco ancora a parlare. Speriamo che ci sia tempo!

Quando preparo le idee per interventi come questo, in cui potrei parlare a braccio con molto più piacere mio e vostro, mi sento ancora costretta a scrivere e misurare le parole – il che alla fine non guasta – e poi faccio le prove per vedere se sto nei tempi. Allora taglio e taglio, perché non volendo stare stretta più del necessario preferisco limitarmi e dare a chi ascolta il tempo di seguirmi. Non dovrò affrettarmi, né temere di perdere qualcosa. Allora diventa un piacere.

Sto parlandovi già di un modo per cambiare atteggiamento. E’ il modo mio, ma forse può funzionare anche a voi o ispirarvi a trovare il vostro.

Ci sarebbe anche la stanza tutta per sé come scriveva la penna di una donna a noi cara. Invocava uno spazio che le donne non avevano in passato e non hanno neanche adesso. Se parliamo di stanze concrete. Con le case sempre più piccole! Ma lo spazio/stanza per sé può diventare anche un foglio di carta, una passeggiata, una meditazione.

Il vero problema è oggi il tempo per starci, in questo spazio speciale, tutto per sé, cui le donne abdicano troppo facilmente. Un telefonino sempre acceso, che non si può spegnere (?!). Ma se fino a poco tempo fa neanche ce lo avevamo? Un computer, la posta, la segreteria telefonica, tutto che incombe come figli affamati cui dover rispondere. Devo, devo …

Il tempo per sé delle donne è sempre strappato a qualcosa d’altro. Ha il profumo della conquista. Non è donato, non è dato, non è concesso. E la conquista delle donne è sempre mescolata alla colpa, ancora oggi. Per cui basta nulla per rinunciare. Meglio sentirsi sopraffatte e potersene lamentare che essere più libere ma sentirsi in colpa. Perché è difficile non sentircisi, in colpa, quando tutto intorno rimprovera alle donne di non essere più quelle di una volta. Dai figli, ai compagni insoddisfatti, al lavoro, alle esplicite minacce di violenza disseminate nella società. Ritorna di nuovo la paura.

Chi salverà le donne dalla loro malattia, quella di svendere il proprio spazio/tempo al tempo degli altri?

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Approdo finalmente più vicino alle donne, al loro mondo interno, e con riferimento alle età e al tempo della vita con qualche spunto finale.

Tempo e relazione. Per la psicoanalisi La"consapevolezza del tempo" si lega al vissuto della mancanza. Inizia con la capacità dell’attesa, che lenisce l’angoscia dell’impotenza, della rabbia e della frustrazione (prima o poi lei verrà!) Il tempo dell’attesa contiene la perdita esperita nell’infanzia che in forme diverse minaccia sempre l’integrità psichica per tutta la vita. Siamo iscritti nella relazione e continuiamo a volerci legare a qualcosa: l’amore per un uomo, con i figli, il lavoro, una passione.

Il tempo, per donne  e uomini, diventa un bene prezioso da godere nella ‘presenza di’ x e un malessere oscuro ‘nell’assenza di’ x.

 

Tempo e ansia. Sta diventando un binomio ricorrente. L’attesa si fa sempre  più ansiosa, anche perché le assenze, i vuoti sono paradossalmente sempre più riempiti da immediate pseudogratificazioni. Il Tuttopieno è ormai una regola. La dinamica basilare è quella della tossicodipendenza.

Tempo e durata. Vita interiore e vita sociale si intrecciano nel tessuto della vita quotidianità con continuità. La visione lineare maschile ha deciso che questo continuum fosse suddiviso in fasi di sviluppo, età specifiche, per comodità di studio, scienza e misura, anche del mercato economico e dei massmedia.

La specializzazione è un’altra figlia malata del tempo lineare il quale non bastandosi mai, deve biforcarsi sempre più spesso creando un nuovo spazio/tempo, un nuovo pezzetto di ricerca e di sapere che finirà in una nuova Torre di Babele.

Bimbe, prepubere, adolescenti, giovani donne, madri, donne mature, in menopausa, donne anziane, pensionate, straniere, rifugiate. Tutte a pezzetti, per fasce e gruppi, nei lodevoli progetti di intervento socio-sanitario, in gravidanza, lungo il parto, puerperio, allattamento, prima infanzia, ecc., poi l’alimentazione, le diete, le bellezza, la prevenzione … Il governo della vita delle donne si snoda pubblicamente anche sulla intimità del corpo e della loro  mente.

La realtà sul piano psicosociale?

Alle donne adulte, dai i 40 circa in su, la palma dello stress. Le più aggravate, dalla vita famigliare che include l’arco generazionale completo a carico, spesso con scarsa possibilità di sostegno esterno, insieme alle responsabilità del lavoro. La famosa conciliazione famiglia-lavoro rimane un’illusione a cui nessun governo sembra voler dare sostanza reale.

Un quadro che vede crescere il malessere in forma trasversale. Allo sguardo clinico: attacchi di panico, sindromi ansioso-depressive, disturbi alimentari e del sonno, dipendenze da alccol, sostanze e droghe varie, acquisto compulsivo, inquietudine generale. La visione di superficie non sempre mostra con chiarezza questa verità, ma potete fidarvi dei mie vari contesti di osservazione nei quali accade che appena le donne sentono di potersi fidare, anche le più insospettabili, tirano fuori scenari pesantissimi. Provo pena per loro. Ora vedo sempre con più orrore, attraverso i racconti e i vissuti delle donne, che nell’aspettativa di guadagnare libertà nella società pensata, realizzata e governata dagli uomini, le donne hanno dato via le loro migliori e più vitali qualità, rimanendo ancora asservite sotto molti aspetti e deprivate dei loro ritmi, dei loro tempi, dei loro modi di affrontare problemi, situazioni, relazioni. Discriminate quando non corrispondono alle aspettative. Discriminate, come accade anche a certi uomini, quando nell’infanzia i loro tempi e ritmi personali non corrispondono a quelli stabiliti dai vari contesti in cui si trovano (scuola, attività sociali, di arte, gioco, sport), tra verie griglie di valutazione, i portfolio … fin dalla prima infanzia.

Un suggerimento finale

Il tempo dell’orologio è un ottimo banco di prova per le donne, per misurarsi su un esercizio di libertà e di rispetto di se stesse. Stabilite su una vostra priorità, il tempo che vi manca, o meglio ancora, identificate quella bella e rara sensazione di un fare o uno stare non accelerati,  con i tempi giusti, in cui il corpo, la mente, tutto si muove in armonia. Fissatela nella memoria e poi, quando siete di nuovo preda del tempo-mostro, osservatevi per capire cos’è successo, qual’è la vostra difficoltà a ritrovare e mantenere lo stato che non dovrebbe essere ‘di grazia’, ma di normalità!

Riflettete su come potete ripensare la vostra vita e la vostra giornata per sentirevi più centrate su voi stesse. Forse dovrete eliminare qualcosa. E’ davvero così impossibile e terribile? Osservate gli ostacoli esterni e il peso che voi date ad essi. Chiedete solidarietà alle altre che sono nella stessa situazione. Mettete in crisi anche l’idea di dover essere rimpiazzate da un’altra donna. Non è un problema di chi farà il troppo. E’ di non fare ciò che è di troppo.

Oggi capisco perché le Banche del tempo non hanno preso piede come avrebbero dovuto. Oltre che per la parola Banca. A quale donna ‘libera di mente’,  può mai essere venuta in mente un’ espressione del genere? Lo scambio, poi, come il dono avviene spontaneamente. Vogliamo regolamentare anche questo? Dal tempo malato bisogna liberarsi, non cercando di sopportare, adattarsi perché altrimenti si contagia e si ammala tutto il resto.

Solo in questa nuova ‘libertà di pensiero’ potremo parlare di un ‘vero tempo delle donne’, di ‘età davvero delle donne’ e non di come le vede, le vuole, le impone qualcun altro. Questo intendo per ‘ a modo mio’.

 

Elena Liotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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