Fuso
che fila
Bianco
Il
sogno sottile del mutante e
Sempre
più sottile
L’eterno
volgimento.
Seme
di dattero
Memoria
Di
dolcezza succhiata
Al
seno
Misura
della madre
Una
premessa.
Questa
poesia scritta da me all’inizo degli anni ’90 guarda
alla vita delle donne, nello scorrere del loro tempo, il
fuso che fila, l’eterno volgimento, la memoria. E vede
anche il tempo come un seno=misura della madre.
L’immagine
non è solo una metafora poetica. ‘Seno’ è parola
polivalente: è una delle funzioni trigonometriche
principali, ha a che fare con la relazione, lo spazio del
‘tra’ che ri-unisce, accoglie come l’in-sena-tura, in
geografia. La misura della madre è la coppa-seno, quel vaso
archetipico che, dopo il grembo, contiene la sopravvivenza
della prole. La coppa cui ci si attacca succhiando, cioè
ancora misurando l’entrata della sostanza vitale. Come
sono attenti i piccoli, anche quelli più voraci, a non
eccedere. Lo sanno già qual è LA GIUSTA MISURA. La sazietà,
il ‘quanto basta’.
Quando
l’ho scritta avevo la percezione dei miei 40 anni,
l’approdo a quella pienezza matura che Jung chiama il
passaggio alla “seconda metà della vita” e che descrive
come un tempo che si apre sulla luce dorata del tramonto …
il ritorno.
Un periodo in cui, dice Jung il finalismo della vita non
viene meno. Con la stessa intensità e irresistibilità con
cui tirava in salita nella prima metà, ora esso trascina in
discesa, perché il traguardo non sta nel vertice ma nella
valle dov’era iniziata l’ascesa. Non si può vivere la
seconda metà della vita con lo stesso spirito di conquista
e acquisizione cumulativa della prima. Questi sono i grandi
mutamenti del tempo della vita cui tutti soggiaciono, donne
e uomini, consapevoli o meno.
****
Oggi,
qui, mi limiterò a pormi e girare a voi molte domande,
abbozzando dove possibile qualche risposta.
Mi
dedicherò più al tempo, che non sulle diverse età delle
donne. I due aspetti sono collegati, naturalmente,
soprattutto la
visione collettiva del tempo che si esprime in ciascun
periodo storico (assunto di base inconscio, Bion).
Recentemente
parlando di adolescenza, identità e di apparire ed essere,
mi sono trovata a constatare che le età, per donne e per
uomini, si sono tutte sfalsate, proprio grazie a una deriva
adolescenziale estesa ovunque.
Età di confine e passaggio, questa età esprime bene
l’era post-moderna, così come l’aspetto tipico di
omologazione dei gruppi giovanili ben interpreta
l’aspirazione globalizzante della società occidentale.
Il problema è che l’adolescenza sta anticipandosi
su bambini e bambine, che diventano sempre più grandi
prima, e si sta attardando su adulti-anziani, cui si
ingiunge di non invecchiare, rimanendo sempre giovani! Nel
nostro tempo l’età ideale, martellata dai massmedia è la
gioventù. Il puer
e la puella
sono gli archetipi dominanti. Non mi dilungo sulle
conseguenze psicologiche di questo paradigma a livello
collettivo e individuale.
****
Mi
comincio a domandare intanto se esista un ‘tempo delle donne’
e cosa sia. Non quelle porzioni di tempo
attivo che si attribuiscono alle donne (i tempi delle loro attività
muliebri e non) e neanche un tempo passato della storia delle (ancora sconosciuto ai più) e non penso ai tempi del
femminismo del Novecento in varie ondate(che ha toccato solo gruppi di donne in limitati luoghi del
pianeta).
Mi
riferisco piuttosto a un paradigma,
un’idea, un pensiero del tempo, che sia
pensato e sentito dalle donne.
Esiste? E’ mai esistito? Dovrebbe esistere? Io dico
di sì!
Partiamo
dalla differenza, allora. Il nostro tempo della vita
pubblica e sociale è il tempo
degli uomini.
Il dato è semplice e incontrovertibile, nel senso che sono stati gli uomini finora a
determinarlo, misurarlo, renderlo obbligo e convenzione
sociale per tutti, donne incluse. Le quali lo hanno forse
subito, entrando nel mondo del lavoro, ma lo hanno fatto
proprio e lo sostengono nonostante le lamentazioni
collettive.
La
differenza delle donne si dovrebbe esprimere anche nel modo
di percepire e vivere la dimensione temporale.
Nei fatti, al di là delle parole dette e scritte, questo
aspetto è veramente un tabù. Non si può e basta, nel
senso che appare impossibile alla maggior parte delle donne.
Come
si fa a partire
da sé, quando in realtà di parte da un sé, una mente
tutta nutrita di cultura e pensiero maschile?
Ometto
definizioni e teorizzazioni sulTempo, dalla filosofia alla
letteratura, fino alla scienza, la fisica, la tecnica
proprio perché sono tutte nate nella testa di uomini, pur
intelligentissimi. Oggi
ciò che conta è cosa noi donne possiamo farne, di queste
idee.
Proviamo
ad affrontare più liberamente il tema sospendendo almeno
per questa mezzora, le incrostazioni di una cultura
occidentale che ci ha formate senza portare le nostre
impronte e neanche le ombre, delle nostre impronte. Facciamo
finta di non saperne nulla, del tempo senza cedere
alla tentazione intellettuale perché non ci darà né
più forza né più competenza. Anche perché molti uomini
si stanno oggi lamentando insieme alle donne che non ce la
fanno piu!
Nei
vissuti delle donne, si riscontra una chiara discrepanza
temporale tra loro e la cultura dominante in cui si trovano
a vivere.
Ho
sempre notato nelle donne, me stessa inclusa, una maggiore
sensibilità alla dimensione spazialeche non a quella temporale, spazio come corpo
– di nuovo come relazione ‘tra’ persone, luoghi e
cose, come estensione e disposizione all’apertura,
ampiezza, circolarità.
Misure
diverse rispetto a quelle lineare
del tempo
che ci viene trasmessa nell’educazione. Chiamiamolo pure
il tempo
dell’orologio.
L’ implacabile orologio travestito da monile.
Già
dire, separando, tempo ciclico… Il tempo della natura…
collocandolo nel pasato o in luoghi lontani è un erore.
Nella vita - sempre, anche oggi - c’è casomaiil ripetersi di
fenomeni, il ricorrere, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e
la notte. Perchè
chiamarlo tempo? Non
ci sarebbe stato bisogno di ergere l’edificio del tempo
come dimensione portante e incombente. Ma è successo. E si
legava nell’antichità alla misurazione, alla previsione
dei fenomeni astrali legati all’agricoltura, ai fini della
sopravvivenza. Poi la rivoluzione industriale e tutto il
resto.
E’
possibile che questa ‘nuova dimensione’ sia tutta una produzione dell’angoscia
per la propria finitezza, un’angoscia di morte, che
colpisce più l’uomo della donna,
datrice di vita e più accettante o rassegnata al proprio
destino umano? L’onnipotenza ha preso la mano all’uomo?
I limiti non sono più chiari né sostenibili?
L’angoscia
che permea la cultura maschile dominante, sta crescendo con
l’impotenza della scienza a sconfiggere la morte, e ha
contagiato anche le donne e il passare del loro tempo. Non
devono tassativamente invecchiare. Morire è una disgrazia,
non un fatto naturale.
Io
invece voglio più che mai i miei capelli grigi e pensare a
un riposo eterno con sollievo! Finalmente l’atemporalità,
dopo aver intensamente vissuto.
Nella
visione freudiana – ecco un altro grande uomo - il tempo
su cui è organizzata la vita e la storia dell’ Occidente
– non fa parte dell’Inconscio. Sarebbe una produzione della coscienza, Logos
maschile. Anzi, per Freud, inizialmente, l’inconscio era
solo un
luogo, uno spazio.
Uno
spazio, forse più vicino alla sensibilità delle donne, la
cui psiche sopporta meglio il contatto con l’ignoto, è
meno rigidamente differenziata, più flessibile, intuitiva,
comunicativa, come lo è il suo cervello, nei due emisferi
… ma questo lo ha confermato anche la scienza moderna
degli uomini.
Tutta
la tecnologia, il pro-gressso
– ‘andare avanti’ parola che evoca lo snodarsi
positivo del tempo che produce sempre di
meglio e di più
- è figlia della devozione che l’uomo ha avuto e ancora
ha verso la dimensione temporale. Oggi ormai, la misurazione
del tempo è tutto. Viviamo nel mito della velocità, che è
la radice primaria della tecnologia, Anche fare nascere
bambini e bambine oppure far crescere i cereali, la frutta
prima o dopo, secondo il bisogno del mercato … le
biotecnologie appartengono a questo controllo manipolativo
del tempo
Le
donne, in generale, hanno meno istintiva dimestichezza con
la misura tecnologica. Vanno a occhio e raramente si
sbagliano. Tutti i
nostri sensi
discriminano perfettamente le differenze, i cambiamenti,
sono predisposti a farci soppravvivere.
Invece
ci stiamo gradualmente accecando, riponendo tutta la fiducia
in altro, che non sono i nostri sensi, ma gli strumenti
tecnologici. Stiamo dimenticando cosa siamo, stiamo
piegandoci a uno stile di vita che forse le donne non
avrebbero mai prodotto né pensato, perché
avrebbero pensato ad altro.
Andare
nello spazio cosmico …??? A fare che, con tutto quello che
ci sarebbe da fare qui? Fare le guerre … perché, percosa???
Con tutto quello che serve per sopravviere in pace?
Qualcuna
di noi, oggi qui presenti avrebbe mai immaginato o
desiderato – dico ‘desiderato!’ – di costruire, che
so, un
lanciamissili? Il tempo della gestazione non è quello
dell’eiaculazione. E con questo non ‘riduco alla
biologia’, ma richiamo al corpo casomai.
Nell’
illusione di farci risparmiare tempo ci hanno riempite di
inutili elettrodomestici, costosi, rumorosi, che consumano
energia, occupano spazio,
che vanno lavati, che tolgono alle donne
l’esercizio del loro corpo! Le loro mani versatili e
preziose!
****
Un’altra
domanda che voglio ora girarvi.
Ma
si potrebbe davvero vivere senza l’idea di un tempo
lineare codificato?
L’alternativa
è forse ritrovarsi come quelle tribù primitive dei
documentari, che apparentemente ciondolano senza fare altro
che raccogliere frutti e radici, vivendo sugli alberi come
le scimmie, cacciando quanto basta a sfamarsi … vite che
appaiono a molti occidentali ‘senza senso’, anche
dopo la frettolosa battuta ‘ beati loro’!!!
Certo
meglio vivere perdendo
tempo
in automobili sempre più veloci ma bloccate dal traffico
sempre più fitto, a rifornirsi di cibo di dubbia origine e
qualità, in sempre più grandi supermercati dove la testa
gira, gli occhi si sperdono, i soldi volano – a molte
donne vengono attacchi di panico – continuando a consumare
sempre più ansiosamente un
tempo che scappa, che non viene mai raggiunto,
nel quale si fantastica di poter idealmente ciondolare, in
uno spazio in cui il tempo stesso si fermi, cioè alla
ricerca di una vita senza tempo. Un vero paradosso, una vera
follia…
Sempre
cercando di tenere a bada il tempo-mostro divorante,
provo a pensare al tempo delle donne come a una
danza, in cui i passi si fanno a seconda del ritmo
– ecco il ritmo -
dei suoni naturali oppure delle musiche del mondo. Il
ritmo non ha bisogno dell’orologio, è nel corpo, è nel
mondo! Non è l’andare al tempo del metronomo, dei sistemi
occidentali di codificazione, il temperamento equabile,
dividere il suono per adattarlo agli strumenti … La danza
e il ritmo sono forme in movimento, attraversamenti dello
spazio, bellezza, relazione, indefinibile libertà, tutte
cose che fanno
paura a chi è ossessionato dal controllo ossessivo della
vita.
Il
tempo=controllo
dell’uomo occidentale è diventato anche un’ideologia
del denaro, della scadenza e della multa. Con la scomparsa dello scambio in natura e del dono, il
lavoro è riassumibile nell’espressione: “Il tempo è denaro!”.
Così la burocrazia, i contratti, le bollette, il cartellino
che segnano ogni minuto del lavoro. Tutto è tempodenaro.
****
La
ribellione del ritardo e della dimenticanza
(appuntamenti che saltano, agende sottosopra, inadempienze
da rimozione, spostamenti vari) viene stigmatizzata ma non
analizzata. Se si verifica sempre più in qualsiasi
occasione perché nessuno si domanda o dice che forse vanno
rivisti gli strumenti di organizzazione del tempo lineare?
Programmi, calendari, promemoria … tutto è chiaramente
troppo fitto, non basta il tempo, soprattutto quello lineare
così esile, un minuto dopo l’altro, da calcolare anche i
millisecondi! La
realtà si ribella, si de-sincronizza, e tenacemente trova
il suo tempo ‘giusto’ andando oltre i limiti malpensati.
Bisogna
‘de-crescere’ anche in senso temporale. Fare di meno,
fare diversamente, lasciare che il tempo delle cose si
dispieghi. Non si può sovrapporre alla grandezza e
imprevedibilità della vita la fragile impalcatura del tempo
lineare. Vediamo quotidianamente nel grande e nel piccolo
quanto poco basti a far saltare gli equilibri.
Parlerei
chiaramente della sottrazione del nostro tempo come della
nuova più profonda schiavitù.
Anche le nuove malattie contengono oggi, chiare disfunzioni
temporali.
Come
state osservando, del
tempo tutto per sé delle donne non riesco ancora a parlare. Speriamo che ci sia tempo!
Quando
preparo le idee per interventi come questo, in cui potrei
parlare a braccio con molto più piacere mio e vostro, mi
sento ancora costretta a scrivere e misurare le parole –
il che alla fine non guasta – e poi faccio le prove per
vedere se sto nei tempi. Allora taglio e taglio, perché non
volendo stare stretta più del necessario preferisco
limitarmi e dare a chi ascolta il tempo di seguirmi. Non
dovrò affrettarmi, né temere di perdere qualcosa. Allora
diventa un piacere.
Sto
parlandovi già di un modo per cambiare atteggiamento. E’
il modo mio, ma forse può funzionare anche a voi o
ispirarvi a trovare il vostro.
Ci
sarebbe anche la stanza tutta per sé come
scriveva la penna di una donna a noi cara. Invocava uno
spazio che le donne non avevano in passato e non hanno
neanche adesso. Se parliamo di stanze concrete. Con le case
sempre più piccole! Ma lo spazio/stanza per sé può
diventare anche un foglio di carta, una passeggiata, una
meditazione.
Il
vero problema è oggi il tempo per starci, in questo spazio
speciale, tutto per sé, cui le donne abdicano troppo
facilmente.
Un telefonino sempre acceso, che non si può spegnere (?!).
Ma se fino a poco tempo fa neanche ce lo avevamo? Un
computer, la posta, la segreteria telefonica, tutto che
incombe come figli affamati cui dover rispondere. Devo, devo
…
Il
tempo per sé delle donne è sempre strappato a qualcosa
d’altro. Ha
il profumo della conquista. Non è donato, non è dato, non è concesso. E la conquista
delle donne è sempre mescolata
alla colpa,
ancora oggi. Per cui basta nulla per rinunciare. Meglio
sentirsi sopraffatte e potersene lamentare che essere più
libere ma sentirsi in colpa. Perché è difficile non
sentircisi, in colpa, quando tutto intorno rimprovera alle
donne di non essere più quelle di una volta. Dai figli, ai
compagni insoddisfatti, al lavoro, alle esplicite minacce di
violenza disseminate nella società. Ritorna di nuovo la
paura.
Chi
salverà le donne dalla loro malattia, quella di svendere il
proprio spazio/tempo al tempo degli altri?
****
Approdo
finalmente più vicino alle donne, al loro mondo interno, e
con riferimento alle età e al tempo della vita con qualche
spunto finale.
Tempo
e relazione.
Per la psicoanalisi La"consapevolezza del tempo"
si lega al vissuto
della mancanza.
Inizia con la capacità dell’attesa,
che lenisce l’angoscia dell’impotenza, della rabbia e
della frustrazione (prima
o poi lei verrà!)
Il tempo dell’attesa contiene la perdita esperita
nell’infanzia che in forme diverse minaccia sempre
l’integrità psichica per tutta la vita. Siamo iscritti
nella relazione e continuiamo a volerci legare a qualcosa:
l’amore per un uomo, con i figli, il lavoro, una passione.
Il
tempo, per donne e uomini, diventa un bene prezioso da godere nella
‘presenza di’ x e un malessere oscuro ‘nell’assenza
di’ x.
Tempo
e ansia.
Sta diventando un binomio ricorrente. L’attesa si fa
sempre più
ansiosa, anche perché le assenze, i vuoti sono
paradossalmente sempre più riempiti da immediate
pseudogratificazioni. Il Tuttopieno
è ormai una regola. La dinamica basilare è quella della
tossicodipendenza.
Tempo
e durata.
Vita interiore e vita sociale si intrecciano nel tessuto
della vita quotidianità con continuità. La visione lineare
maschile ha deciso che questo continuum fosse suddiviso in fasi di sviluppo, età specifiche,
per comodità di studio, scienza e misura, anche del mercato
economico e dei massmedia.
La
specializzazione
è un’altra figlia malata del tempo lineare il quale non
bastandosi mai, deve biforcarsi sempre più spesso creando
un nuovo spazio/tempo, un nuovo pezzetto di ricerca e di
sapere che finirà in una nuova Torre di Babele.
Bimbe,
prepubere, adolescenti, giovani donne, madri, donne mature,
in menopausa, donne anziane, pensionate, straniere,
rifugiate. Tutte a pezzetti, per fasce e gruppi, nei
lodevoli progetti di intervento socio-sanitario, in
gravidanza, lungo il parto, puerperio, allattamento, prima
infanzia, ecc., poi l’alimentazione, le diete, le
bellezza, la prevenzione … Il
governo della vita delle donne si snoda pubblicamente anche
sulla intimità del corpo e della loro
mente.
La
realtà sul piano psicosociale?
Alle
donne adulte, dai i 40 circa in su,
la palma dello stress. Le più aggravate, dalla vita
famigliare che include l’arco generazionale completo a
carico, spesso con scarsa possibilità di sostegno esterno,
insieme alle responsabilità del lavoro. La famosa
conciliazione famiglia-lavoro rimane un’illusione a cui
nessun governo sembra voler dare sostanza reale.
Un
quadro che vede crescere il malessere in forma trasversale.
Allo sguardo clinico: attacchi di panico, sindromi
ansioso-depressive, disturbi alimentari e del sonno,
dipendenze da alccol, sostanze e droghe varie, acquisto
compulsivo, inquietudine generale. La visione di superficie
non sempre mostra con chiarezza questa verità, ma potete
fidarvi dei mie vari contesti di osservazione nei quali
accade che appena le donne sentono di potersi fidare, anche
le più insospettabili, tirano fuori scenari pesantissimi.
Provo pena per loro. Ora vedo sempre con più orrore,
attraverso i racconti e i vissuti delle donne, che
nell’aspettativa di guadagnare libertà nella società
pensata, realizzata e governata dagli uomini, le donne hanno
dato via le loro migliori e più vitali qualità, rimanendo
ancora asservite sotto molti aspetti e deprivate dei loro
ritmi, dei loro tempi, dei loro modi di affrontare problemi,
situazioni, relazioni. Discriminate quando non corrispondono
alle aspettative. Discriminate, come accade anche a certi
uomini, quando nell’infanzia i loro tempi e ritmi
personali non corrispondono a quelli stabiliti dai vari
contesti in cui si trovano (scuola, attività sociali, di
arte, gioco, sport), tra verie griglie di valutazione, i
portfolio … fin dalla prima infanzia.
Un
suggerimento finale
Il
tempo dell’orologio
è un ottimo banco di prova per le donne, per misurarsi su
un esercizio di libertà e di rispetto di se stesse.
Stabilite su una vostra priorità, il tempo che vi manca, o
meglio ancora, identificate quella bella e rara sensazione
di un fare o uno stare non accelerati,
con i tempi giusti, in cui il corpo, la mente, tutto
si muove in armonia. Fissatela nella memoria e poi, quando
siete di nuovo preda del tempo-mostro, osservatevi per
capire cos’è successo, qual’è la vostra difficoltà a
ritrovare e mantenere lo stato che non dovrebbe essere ‘di
grazia’, ma di normalità!
Riflettete
su come potete ripensare la vostra vita e la vostra giornata
per sentirevi più centrate su voi stesse. Forse dovrete
eliminare qualcosa. E’ davvero così impossibile e
terribile? Osservate gli ostacoli esterni e il peso che voi
date ad essi. Chiedete solidarietà alle altre che sono
nella stessa situazione. Mettete in crisi anche l’idea di
dover essere rimpiazzate da un’altra donna. Non è un
problema di chi
farà il troppo.
E’ di non
fare ciò che è di troppo.
Oggi
capisco perché le Banche
del tempo
non hanno preso piede come avrebbero dovuto. Oltre che per
la parola Banca. A quale donna ‘libera di mente’,
può mai essere venuta in mente un’ espressione del
genere? Lo scambio, poi, come il dono avviene
spontaneamente. Vogliamo regolamentare anche questo? Dal
tempo malato bisogna liberarsi, non cercando di sopportare,
adattarsi perché altrimenti si contagia e si ammala tutto
il resto.
Solo
in questa nuova ‘libertà di pensiero’ potremo parlare
di un ‘vero tempo delle donne’, di ‘età davvero delle
donne’ e non di come le vede, le vuole, le impone qualcun
altro. Questo intendo per ‘ a modo mio’.
Elena
Liotta