Teatro,
luce, sete, pulsare dell’esistenza, coraggio, nudità,
nostalgia, bellezza, libertà. Libertà di cercare di essere
vivi, di cercare e di sbagliare… per cercare ancora.
Libertà di sporcarsi le mani, di spaccarsele le mani; di
confondersi costantemente, di non avere certezze, di gridare
la gioia, di sperare in un futuro. Migliore. Senz’altro
migliore, se non altro migliore dell’inciviltà
dell’indifferenza che crocifigge di amnesia chi vive, e
anche chi non ha niente per vivere.
Teatro
del risveglio, fuori dall’agonia triste di una ridda umana
che dimentica se stessa, che lascia caduta a pezzi la
memoria della sua essenza. Perché un teatro che affonda
nella carne, nell’archetipo, nella memoria è un teatro
che sa prendere in braccio l’anima degli uomini, la
innalza oltre il sapore rancido di un’epoca che è più
propensa alla dimenticanza e ad imbracciare i fucili,
piuttosto che ad amare.
Il
teatro è un atto d’amore. Scava nella vita, succhia dalla
vita e poi ridona se stesso, trasformato, alla vita; e lo fa
con i suoni, con il sudore e la paura, con la voce raschiata
o limpida, con il sorriso e le lacrime che tagliano il viso,
con i suoi bui, e i suoi disegni di luce. E lo fa perché lo
spirito si possa risanare, elevare anche… se possibile. E
lo fa prendendo un attore, scaraventandolo con tutte le sue
incertezze in un rettangolo ritagliato nel legno e
chiedendogli di separarsi dal suo io per appropriarsi di
quel che di profondo comune a tutti. Un emozione, un
sentimento, un archetipo. E per questo un attore dev’essere
onesto, sincero e… suicida: deve attingere ad un sapere
universale che gli risiede dentro, che sta nascosto e
sepolto dietro infinite maschere, resistenze o narcisismo;
per trarla fuori da sé quella sostanza deve schiantare la
sua immagine di sempre fino anche a sconcertare se stesso.
Deve dedicarsi all’atto generoso di cercare in sé un
pezzo da dare, da mettere al servizio, da utilizzare, forse
come specchio.
“…A
noi oggi interessa un attore del sangue che fa maturare la
sua immagine non in base all’osservazione ma attingendola
a una radice spirituale centrale…. egli crea di getto un
uomo interno traendolo dall’unità del suo sangue…
L’arte drammatica del sangue ha un’altra origine:
l’impulso alla trasformazione interiore.
Quell’insopprimibile impulso umano fedele al detto
goethiano: muori e divieni… Essere attori significa
doversi trasformare dall’interno. Questa trasformazione
interiore di un uomo dalla sua esistenza privata in una
figura poetica è possibile solo attraverso l’estasi,
attraverso quella particolare condizione di religioso
rapimento che esercita la creazione artistica… L’estasi
dell’attore è una maniera i rinascere tramite la forma
poetica, una singolare mistura di conscio e inconscio…”
Felix Emmel.
L’attore
è uno specchio: fa esperienza di vite possibili per far
fare esperienza a chi guarda di quelle stesse vite.
L’attore è porta che si apre: una soglia che il pubblico
può oltrepassare per andare a vedere, o anche per
spaventarsi, chiudere gli occhi, scappare via. Scappare
perché il più delle volte davanti allo specchio si vede la
propria figura riflessa, quella che si voleva dimenticare,
che ci occorreva dimenticare per sopravvivere e non sentirsi
soli, che ci hanno obliato per farci restare a guardare.
Scappare perché il più delle volte oltre la soglia si
rischia di vedere che finalmente si può smettere di restare
a guardare così come ci hanno detto di fare ed essere
partecipi. Ci vuole coraggio. E ce ne vuole per viverla
davvero la vita. E’ un atto d’amore anche quello, quello
dell’attore. E’ un atto d’amore anche quello, quello
stesso di vivere.
Teatro
come rituale dove si sconfina oltre il corpo. Dove si vedono
cose mollando i lacci della logica, aprendo ferite nel tempo
di tutti i giorni, annodando la propria lingua ad un canto
che viene da oltre il confine del conosciuto.
E
anche teatro come sogno: del drammaturgo e poi del regista e
poi dell’attore, oppure, in certi casi, di un uomo che ha
il corpo come un archivio di queste tre conoscenze fuse una
con l’altra, e allora il teatro è la fisionomia stessa di
quell’uomo attore. Teatro come sogno perché come dice
Schopenhauer ne “L’arte di invecchiare”: “…niente
come il sogno è in grado di illustrare con altrettanta
immediatezza l’unità che in ultima istanza sussiste tra
l’essenza fondamentale del nostro io e quella del mondo
esterno”.