DONNARTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nolde - Donna col cappello

       

 

 

Del teatro che mi anima.

di Ilaria Drago

 

 

Teatro, luce, sete, pulsare dell’esistenza, coraggio, nudità, nostalgia, bellezza, libertà. Libertà di cercare di essere vivi, di cercare e di sbagliare… per cercare ancora. Libertà di sporcarsi le mani, di spaccarsele le mani; di confondersi costantemente, di non avere certezze, di gridare la gioia, di sperare in un futuro. Migliore. Senz’altro migliore, se non altro migliore dell’inciviltà dell’indifferenza che crocifigge di amnesia chi vive, e anche chi non ha niente per vivere.

Teatro del risveglio, fuori dall’agonia triste di una ridda umana che dimentica se stessa, che lascia caduta a pezzi la memoria della sua essenza. Perché un teatro che affonda nella carne, nell’archetipo, nella memoria è un teatro che sa prendere in braccio l’anima degli uomini, la innalza oltre il sapore rancido di un’epoca che è più propensa alla dimenticanza e ad imbracciare i fucili, piuttosto che ad amare.

Il teatro è un atto d’amore. Scava nella vita, succhia dalla vita e poi ridona se stesso, trasformato, alla vita; e lo fa con i suoni, con il sudore e la paura, con la voce raschiata o limpida, con il sorriso e le lacrime che tagliano il viso, con i suoi bui, e i suoi disegni di luce. E lo fa perché lo spirito si possa risanare, elevare anche… se possibile. E lo fa prendendo un attore, scaraventandolo con tutte le sue incertezze in un rettangolo ritagliato nel legno e chiedendogli di separarsi dal suo io per appropriarsi di quel che di profondo comune a tutti. Un emozione, un sentimento, un archetipo. E per questo un attore dev’essere onesto, sincero e… suicida: deve attingere ad un sapere universale che gli risiede dentro, che sta nascosto e sepolto dietro infinite maschere, resistenze o narcisismo; per trarla fuori da sé quella sostanza deve schiantare la sua immagine di sempre fino anche a sconcertare se stesso. Deve dedicarsi all’atto generoso di cercare in sé un pezzo da dare, da mettere al servizio, da utilizzare, forse come specchio.

“…A noi oggi interessa un attore del sangue che fa maturare la sua immagine non in base all’osservazione ma attingendola a una radice spirituale centrale…. egli crea di getto un uomo interno traendolo dall’unità del suo sangue… L’arte drammatica del sangue ha un’altra origine: l’impulso alla trasformazione interiore. Quell’insopprimibile impulso umano fedele al detto goethiano: muori e divieni… Essere attori significa doversi trasformare dall’interno. Questa trasformazione interiore di un uomo dalla sua esistenza privata in una figura poetica è possibile solo attraverso l’estasi, attraverso quella particolare condizione di religioso rapimento che esercita la creazione artistica… L’estasi dell’attore è una maniera i rinascere tramite la forma poetica, una singolare mistura di conscio e inconscio…” Felix Emmel.

L’attore è uno specchio: fa esperienza di vite possibili per far fare esperienza a chi guarda di quelle stesse vite. L’attore è porta che si apre: una soglia che il pubblico può oltrepassare per andare a vedere, o anche per spaventarsi, chiudere gli occhi, scappare via. Scappare perché il più delle volte davanti allo specchio si vede la propria figura riflessa, quella che si voleva dimenticare, che ci occorreva dimenticare per sopravvivere e non sentirsi soli, che ci hanno obliato per farci restare a guardare. Scappare perché il più delle volte oltre la soglia si rischia di vedere che finalmente si può smettere di restare a guardare così come ci hanno detto di fare ed essere partecipi. Ci vuole coraggio. E ce ne vuole per viverla davvero la vita. E’ un atto d’amore anche quello, quello dell’attore. E’ un atto d’amore anche quello, quello stesso di vivere.

Teatro come rituale dove si sconfina oltre il corpo. Dove si vedono cose mollando i lacci della logica, aprendo ferite nel tempo di tutti i giorni, annodando la propria lingua ad un canto che viene da oltre il confine del conosciuto.

E anche teatro come sogno: del drammaturgo e poi del regista e poi dell’attore, oppure, in certi casi, di un uomo che ha il corpo come un archivio di queste tre conoscenze fuse una con l’altra, e allora il teatro è la fisionomia stessa di quell’uomo attore. Teatro come sogno perché come dice Schopenhauer ne “L’arte di invecchiare”: “…niente come il sogno è in grado di illustrare con altrettanta immediatezza l’unità che in ultima istanza sussiste tra l’essenza fondamentale del nostro io e quella del mondo esterno”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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