La Scrittura

di Elena Liotta          

 

 

Un’arte privilegiata in cui le donne si sono sempre espresse, almeno quelle che hanno avuto accesso alla parola scritta, è stata proprio la scrittura, nella forma poetica e narrativa. 

 

Molti sono oggi gli studi, i saggi, le antologie sulla scrittura femminile nei secoli. Recentemente anche le differenze di genere sono state indagate attraverso la scrittura, soprattutto negli studi anglosassoni.

Dal punto di vista prettamente psicoanalitico vari contributi analizzano le biografie di artiste e scrittrici famose, e altri la creatività in senso ampio. Molti sono invece i volumi, di varia ispirazione letteraria, che per mano di donne descrivono il mondo interno femminile, il suo immaginario, i sentimenti in tutte le sfumature, i ricordi, le speranze, le storie di vita. Anche se non di matrice psicologica, essi mostrano la profondità e lo spessore della sensibilità femminile.

Qui uso «femminile» come semplice aggettivo, per non ripetere sempre «di donne», ma in realtà non saprei dire con certezza se le donne scrivano in un certo modo che le identifica come genere, oltre che su argomenti di loro preferenza.

 

Ho letto e leggo molto di ciò che le donne scrivono, ma ogni volta mi abbandono a quella voce e quella soltanto, rifuggendo da velleità critico-letterarie, e ogni donna mi appare diversa, più di quanto io non noti le diversità tra gli uomini.

 

Soprattutto nella scrittura e non solo in quella letteraria. La collana «Parole di altro genere» è un tentativo di liberare la scrittura in tutti i suoi aspetti, dallo stile agli argomenti, al ritmo, al lessico, alla composizione interna e altro. Basta che ci sia anche l’anima dentro. Potrei parlare di una ricerca di

«individuazione attraverso la scrittura», che poi è come dire far emergere la poetica di una determinata autrice.

 

La differenza rispetto allo spirito dei laboratori di scrittura, anche femministi, che esistono, a cui partecipano molte donne, è che la collana ha per così dire come «fermaglio» la psicologia.

 

Una psicologia nel suo senso più ampio, vestita di un linguaggio non specialistico, che sia quindi accessibile senza perdere in profondità né complessità. Una psicologia non necessariamente scritta da psicologhe o psicologi.

 

Nelle psicoanalisi che ho condotto, numerosi pazienti, donne e uomini, mi hanno a un certo punto consegnato i loro scritti, poesie, racconti, riflessioni che ancora conservo.

 

Anche l’uso del Gioco della Sabbia crea l’ambiente per la narrativa, la poesia, la comunicazione fantastica. Da una scena all’altra, nel corso del tempo, si racconta la storia dell’analisi di quella donna o quell’uomo, in parallelo con i sogni.

 

Le cose non dette sono espresse dai sensi: lo sguardo e le mani soprattutto. Pensando alle questioni di genere, la pura visione delle forme che vengono create non permette di risalire con certezza alla mano femminile o maschile. Questo conferma una differenza alla Winnicott, cioè di dinamiche, di movimenti interni alla psiche, sia nella donna sia nell’uomo.

 

Nell’opera creativa spontanea della psiche, un uomo può benissimo rappresentare una forma di grembo, oppure organizzarsi uno spazio femminile, con figure femminili, perché di questo ha bisogno in quel momento.

 

Solo alcune volte, nelle prime costruzioni degli scenari, oppure in quelle degli adolescenti, si possono incontrare immagini più stereotipate e convenzionali rispetto al genere.

 

La creatività alle origini è probabilmente androgina, sia nel corpo femminile che maschile, un «pre-» che contiene entrambe le qualità.

 

Non certo un neutro.

 

Subito, prestissimo, però, la creatività dei piccoli viene indirizzata dal rispecchiamento, dall’imitazione e dai condizionamenti esterni. Non saprei

argomentare di più a favore di questa ipotesi se non fornendo abbondanti esempi tratti dalla mia assidua frequentazione della prima infanzia.

 

La scrittura permette una libertà che ben si adatta alla vita delle donne, più di altri strumenti di dialogo interiore. Mai ho pensato alla mia scrittura come «femminile». Quel che veniva, alla fine ha trovato la sua strada e le sue parole.

 

Non basta partire da sé, occorre «continuare con sé».

 

Occorre originarsi a ogni parola, volgendosi verso quel «non so dove, né come né quando arrivo», che non significa vagare a caso né perdersi. È seguirsi passo passo e non fare, non scrivere nulla che non ci corrisponda.

 

L’ennesima prova della via negativa, nella quale non si è necessariamente sole.

 

Mentre io scrivo, mi «sento» oscuramente insieme alle donne, come quando cucino e rimetto a posto gli armadi, quando «sento» la mia maternità come esperienza fondante ma non esclusiva della mia vita, quando vedendomi invecchiare ripercorro e ritrovo i precedenti periodi della mia vita e i visi delle donne amiche.

 

Ero insieme a loro, alle altre.

 

Non ho bisogno di pensarci. In prima fila le bisnonne, le nonne, mia madre,

mia figlia e ora mia nipote. Le ho tutte presenti, le antenate, con le loro storie, i loro guizzi di autonomia e libertà, anche in tempi difficili, la loro forza di sopportazione, le durezze del carattere.

 

È questo alone collettivo che possiamo definire «femminile» e poi ritrovarlo anche nella scrittura?

 

Oppure è quella sensazione di appartenenza a un «corpo fisico comune», in cui tutte ci incontriamo sulla maternità, realizzate o meno, e sulla ciclicità biologica? O altro ancora? È il «simbolico» del femminismo?

 

Non lo so bene, poiché conosco il simbolico della psicoanalisi, che è un’altra cosa, e non c’entra con i simboli, come alcuni possono credere, né con l’astrazione o l’intelletto.

 

Esso riguarda il modo in cui la mente si libera dalle sue coazioni, per accedere ad altro. È un salto di qualità psichica.

 

Comunque, pur non riuscendo a spiegarla meglio, so che provo questa sensazione di familiarità, di amicizia – non di appartenenza, non mi è mai piaciuta la parola «appartenere» – con la metà femminile della popolazione planetaria. 

 

Ancora oggi, alla domanda «ma tu chi sei?», la prima risposta che darei è: «sono una donna che abita questo pianeta e mi chiamo Elena».

Elena Liotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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