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Un’arte
privilegiata in cui le donne si sono sempre espresse, almeno
quelle che hanno avuto accesso alla parola scritta, è stata
proprio la scrittura, nella forma poetica e narrativa.
Molti sono oggi gli
studi, i saggi, le antologie sulla scrittura femminile
nei secoli. Recentemente anche le differenze di genere sono
state indagate attraverso la scrittura, soprattutto negli
studi anglosassoni.
Dal
punto di vista prettamente psicoanalitico vari contributi
analizzano le biografie di artiste e scrittrici famose, e
altri la creatività in senso ampio. Molti sono invece i
volumi, di varia ispirazione letteraria, che per mano di
donne descrivono il mondo interno femminile, il suo
immaginario, i sentimenti in tutte le sfumature, i ricordi,
le speranze, le storie di vita. Anche se non di matrice
psicologica, essi mostrano la profondità e lo spessore
della sensibilità femminile.
Qui
uso «femminile» come semplice aggettivo, per non ripetere
sempre «di donne», ma in realtà non saprei dire con
certezza se le donne scrivano in un certo modo che le
identifica come genere, oltre che su argomenti di loro
preferenza.
Ho
letto e leggo molto di ciò che le donne scrivono, ma ogni
volta mi abbandono a quella voce e quella soltanto,
rifuggendo da velleità critico-letterarie, e ogni donna mi
appare diversa, più di quanto io non noti le diversità tra
gli uomini.
Soprattutto
nella scrittura e non solo in quella letteraria. La collana
«Parole di altro genere» è un tentativo di liberare la
scrittura in tutti i suoi aspetti, dallo stile agli
argomenti, al ritmo, al lessico, alla composizione interna e
altro. Basta che ci sia anche l’anima dentro. Potrei
parlare di una ricerca di
«individuazione
attraverso la scrittura», che poi è come dire far emergere
la poetica di una determinata autrice.
La
differenza rispetto allo spirito dei laboratori di
scrittura, anche femministi, che esistono, a cui partecipano
molte donne, è che la collana ha per così dire come «fermaglio»
la psicologia.
Una
psicologia nel suo senso più ampio, vestita di un
linguaggio non specialistico, che sia quindi accessibile
senza perdere in profondità né complessità. Una
psicologia non necessariamente scritta da psicologhe o
psicologi.
Nelle
psicoanalisi che ho condotto, numerosi pazienti, donne e
uomini, mi hanno a un certo punto consegnato i loro scritti,
poesie, racconti, riflessioni che ancora conservo.
Anche
l’uso del Gioco della Sabbia crea l’ambiente per la
narrativa, la poesia, la comunicazione fantastica. Da una
scena all’altra, nel corso del tempo, si racconta la
storia dell’analisi di quella donna o quell’uomo, in
parallelo con i sogni.
Le
cose non dette sono espresse dai sensi: lo sguardo e le mani
soprattutto. Pensando alle questioni di genere, la pura
visione delle forme che vengono create non permette di
risalire con certezza alla mano femminile o maschile. Questo
conferma una differenza alla Winnicott, cioè di dinamiche,
di movimenti interni alla psiche, sia nella donna sia
nell’uomo.
Nell’opera
creativa spontanea della psiche, un uomo può benissimo
rappresentare una forma di grembo, oppure organizzarsi uno
spazio femminile, con figure femminili, perché di questo ha
bisogno in quel momento.
Solo
alcune volte, nelle prime costruzioni degli scenari, oppure
in quelle degli adolescenti, si possono incontrare immagini
più stereotipate e convenzionali rispetto al genere.
La
creatività alle origini è probabilmente androgina, sia nel
corpo femminile che maschile, un «pre-» che contiene
entrambe le qualità.
Non
certo un neutro.
Subito,
prestissimo, però, la creatività dei piccoli viene
indirizzata dal rispecchiamento, dall’imitazione e dai
condizionamenti esterni. Non saprei
argomentare
di più a favore di questa ipotesi se non fornendo
abbondanti esempi tratti dalla mia assidua frequentazione
della prima infanzia.
La
scrittura permette una libertà che ben si adatta alla vita
delle donne, più di altri strumenti di dialogo interiore.
Mai ho pensato alla mia scrittura come «femminile». Quel
che veniva, alla fine ha trovato la sua strada e le sue
parole.
Non
basta partire da sé, occorre «continuare con sé».
Occorre
originarsi a ogni parola, volgendosi verso quel «non so
dove, né come né quando arrivo», che non significa vagare
a caso né perdersi. È seguirsi passo passo e non fare, non
scrivere nulla che non ci corrisponda.
L’ennesima
prova della via negativa, nella quale non si è
necessariamente sole.
Mentre
io scrivo, mi «sento» oscuramente insieme alle donne, come
quando cucino e rimetto a posto gli armadi, quando «sento»
la mia maternità come esperienza fondante ma non esclusiva
della mia vita, quando vedendomi invecchiare ripercorro e
ritrovo i precedenti periodi della mia vita e i visi delle
donne amiche.
Ero
insieme a loro, alle altre.
Non
ho bisogno di pensarci. In prima fila le bisnonne, le nonne,
mia madre,
mia
figlia e ora mia nipote. Le ho tutte presenti, le antenate,
con le loro storie, i loro guizzi di autonomia e libertà,
anche in tempi difficili, la loro forza di sopportazione, le
durezze del carattere.
È
questo alone collettivo che possiamo definire «femminile»
e poi ritrovarlo anche nella scrittura?
Oppure
è quella sensazione di appartenenza a un «corpo fisico
comune», in cui tutte ci incontriamo sulla maternità,
realizzate o meno, e sulla ciclicità biologica? O altro
ancora? È il «simbolico» del femminismo?
Non
lo so bene, poiché conosco il simbolico della psicoanalisi,
che è un’altra cosa, e non c’entra con i simboli, come
alcuni possono credere, né con l’astrazione o
l’intelletto.
Esso
riguarda il modo in cui la mente si libera dalle sue
coazioni, per accedere ad altro. È un salto di qualità
psichica.
Comunque,
pur non riuscendo a spiegarla meglio, so che provo questa
sensazione di familiarità, di amicizia – non di
appartenenza, non mi è mai piaciuta la parola «appartenere»
– con la metà femminile della popolazione planetaria.
Ancora oggi, alla domanda «ma tu chi
sei?», la prima risposta che darei è: «sono una donna che abita questo pianeta e mi chiamo Elena».
Elena
Liotta |