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I
filosofi greci affermavano nell’antichità: «L’uomo
pensa perché ha una mano». Credo includessero anche le
donne, naturalmente. L’anatomia e la fisiologia del
cervello più moderne, attraverso la localizzazione in aree
specifiche, hanno dimostrato che le mani hanno in effetti
un’ampia e articolata rappresentazione proprio a livello
della corteccia cerebrale, laddove ha origine il pensiero
superiore, il linguaggio, la cultura.
Pare
che circa un milione di anni fa gli esseri umani abbiano
guadagnato la posizione eretta e abbiano cominciato a usare
le mani, lasciando impronte che oggi definiamo «artistiche»
sulle pareti delle grotte. Chissà se c’era anche qualche
donnatra loro?
Dal
pensiero all’invenzione la strada è breve.
Tutto
quello di cui abbiamo traccia fin dal Paleolitico grazie
alle mani racconta l’avventura umana tecnica, spirituale,
intellettuale, artistica. La mano è diventata anche simbolo
espressivo, codice, gesto comunicativo. In Oriente si
chiamano mudra certe posizioni della mano che condensano
significati profondi, a metà strada tra l’energia del
corpo e il significato mentale e spirituale collettivo.
L’iconografia
religiosa occidentale presta particolare attenzione alle
mani, e anche l’arte, fino ad autori che ne hanno fatto un
vero e proprio tema di indagine e rappresentazione, come
Rodin che scolpì più di quattrocento mani. Il pollice e
l’indice sono stati oggetto di particolare attenzione
nell’arte contemporanea, come la mano sinistra rispetto
alla destra, la mano meccanica e la forza comunicativa delle
mani in genere.
Nella
mia pratica analitica dispongo del Sandplay o Gioco della
Sabbia. È una tecnica espressiva e creativa che si
accompagna all’analisi verbale e che ispira a
rappresentare e narrare, attraverso la disposizione di
figurine e altri materiali in un contenitore con la sabbia
sul fondo. Il «non detto» viene messo in scena dai sensi:
la vista e le mani soprattutto. Ho incluso questo strumento
di lettura non verbale nel mio lavoro clinico e anche
formativo con piccoli gruppi, dopo averlo sperimentato io
stessa e anche perché nella mia storia personale ho sempre
avuto bisogno di «mettere le mani» nella materia, forse di
continuare a giocare o di esprimermi anche in altri modi,
oltre che con le parole.
Il
bisogno si è fatto prepotente man mano che le parole
perdevano di sensorialità e di colore lungo il corso degli
studi convenzionali. Attraverso la ceramica fino alla
scultura, che ho praticato anche seguendo una scuola, ho
potuto notare che le mani e la testa davvero si rinforzano a
vicenda. Potrei dire che sono riuscita a scrivere come
volevo anche perché ho messo le mani nella terra e
nell’argilla.
Le
donne hanno una maggiore dimestichezza con i sensi, con il
corpo in generale, quasi che il corpo stesso diventi un
unico senso di relazione con il mondo: la bocca, per
esempio, non è solo il senso del gusto. E la voce? Il canto
delle donne?
Non
è la stessa cosa del parlare, anche se gli assomiglia.
Anche qui si capisce che i sensi non sono solo ricettivi. Lo
sguardo che tra la madre e il bambino fonda la relazione
primaria; l’olfatto che cerca, riconosce, si orienta,
sceglie; la pelle tra dentro e fuori; l’udito che misura
le distanze meglio dello sguardo, «prendendo» ciò che gli
serve e indicando alla mente,
come
fanno le mani.
Fare
la spesa e cucinare, oppure spulciare allegramente sui
banchi di un mercato, riaggiustare alla meno peggio qualcosa
di rotto, mettere sottosopra una stanza, un armadio, un
album di foto, per cambiare la loro disposizione, rivedere
il guardaroba per eliminare, tutto questo e altro che ancora
resiste all’appiattimento tecnologico tiene in allenamento
l’intelligenza delle donne.
Se alcune attività manuali non
appaiono necessarie ma vogliono essere compiute ugualmente,
significa che servono ad altro. Non direi che sono «nevrotiche»
né
«compulsive»; sono come
quegli aggiornamenti che il computer fa da solo,
rimettendosi «in forma».
Le
mani, oltre a costruire oggetti materiali ed esprimere
significati, possono simultaneamente operare, registrando
gli stimoli e adeguando il movimento alla percezione, attimo
per attimo. Pensiamo anche alla carezza, al massaggio, al
tocco terapeutico e consolatorio, allo scambio affettivo che
avviene tra gli esseri umani grazie alle mani. Insomma un
miracolo della biologia selezionato dal tempo fino allo
stato attuale, che vede un intero mondo nato da queste mani,
una creazione che gareggia con quella divina.
Con
il paradossale risultato che le mani intere vengono usate
sempre meno e limitatamente agli oggetti da comandare. Forse
all’uomo contemporaneo il contatto con la materia naturale
dà fastidio?
Mentre
le donne sono abituate a non schifarsi troppo neanche della
cacca e della pipì dei loro bambini e anziani?
Anche
nell’agricoltura, quella industriale, la terra è
diventata lontana e gli uomini la aprono, la fertilizzano,
la sterilizzano, la seminano, ne raccolgono i frutti, sempre
dall’alto, chiusi in abitacoli al comando di enormi
veicoli rumorosi. Ogni volta che assisto a questo spettacolo
ho un sussulto, ridimensionato dal pensiero
dell’universale fatica della coltivazione.
Ma
il sussulto c’è.
Le
donne sono oggi presenti in tutte le aree produttive e
creative della nostra società. Lo sono state e ancora lo
sono nelle fabbriche, nei laboratori e negli atelier di
tutti i tipi, negli studi di progettazione industriale,
architettonica, grafica, informatica. Non serve che io entri
nel dettaglio, né che aggiunga le solite considerazioni
sullo spazio e il ruolo riservato mediamente alle donne nel
mondo del lavoro, sulle remunerazioni economiche.
Le
loro mani operano efficientemente, anche in nero, per la
produzione di ciò che serve al mercato delle società
avanzate. Le donne sono anche fruitrici, forti clienti di
questo mercato, e hanno accolto con sollievo tutte le magie
che l’industria ha prodotto per abbellirle nel corpo e
nell’abbigliamento, per alleviare la loro fatica manuale e
fisica nella conduzione della casa, per rendere la casa più
confortevole e pulita, magie che dovevano liberare il loro
tempo, affinché lo potessero impegnare lavorando altrove o
facendo shopping.
Oggi
le donne lavorano, guadagnano, producono e acquistano
materie prime, oggetti lavorati, altri beni di consumo. E la
loro creatività? Quella di cui parla Winnicott, che ha a
che fare con il sé, l’interiorità, l’essere che non è
passivo ma che non «fa» alla maniera maschile?
Tra
l’energia da dedicare alle relazioni importanti e quella
da mettere nel lavoro, le donne sono davvero crocifisse.
Tutto questo libro vorrebbe stimolare un recupero della
dimensione creativa.
Se
le mani al lavoro alimentano l’intelligenza e il pensiero,
allora renderle inattive o limitate nella loro prestazione
è un delitto. Molte giovani donne sono incapaci di fare con
le mani tante attività che in passato le donne si
tramandavano con gioia e soddisfazione. Ho già accennato
all’importanza dell’economia domestica, per maschi e
femmine.
Pensiamo
per un momento anche alla colonizzazione, non solo delle
nostre case ma di tutta la nostra vita, da parte del mercato
tecnologico industriale: contiamo quanti elettrodomestici o
altri dispositivi elettrici o elettronici possediamo.
Osserviamo il modo in cui li usiamo, quanto tempo ci
prendono
per
il loro complessivo utilizzo, pulizia inclusa, lo spazio che
occupano, l’esercizio che richiedono, il loro costo,
eventuali guasti e riparazioni. Anzi, questi no: ormai i
piccoli e medi oggetti guasti si buttano direttamente, e
vanno ad arricchire le discariche e il problema dello
smaltimento dei rifiuti.
Poi
si compra il modello più recente.
Tutto
questo giro, che sempre secondo l’antica saggezza induce
un abbassamento dell’intelligenza generale a causa del
diminuito uso delle mani, si dimostra non solo inutile, ma
addirittura dannoso.
Elena
Liotta |