Mani, Sensi.          

di Elena Liotta          

 

 

I filosofi greci affermavano nell’antichità: «L’uomo pensa perché ha una mano». Credo includessero anche le donne, naturalmente. L’anatomia e la fisiologia del cervello più moderne, attraverso la localizzazione in aree specifiche, hanno dimostrato che le mani hanno in effetti un’ampia e articolata rappresentazione proprio a livello della corteccia cerebrale, laddove ha origine il pensiero superiore, il linguaggio, la cultura.

 

Pare che circa un milione di anni fa gli esseri umani abbiano guadagnato la posizione eretta e abbiano cominciato a usare le mani, lasciando impronte che oggi definiamo «artistiche» sulle pareti delle grotte. Chissà se c’era anche qualche donnatra loro?

 

Dal pensiero all’invenzione la strada è breve.

 

Tutto quello di cui abbiamo traccia fin dal Paleolitico grazie alle mani racconta l’avventura umana tecnica, spirituale, intellettuale, artistica. La mano è diventata anche simbolo espressivo, codice, gesto comunicativo. In Oriente si chiamano mudra certe posizioni della mano che condensano significati profondi, a metà strada tra l’energia del corpo e il significato mentale e spirituale collettivo.

 

L’iconografia religiosa occidentale presta particolare attenzione alle mani, e anche l’arte, fino ad autori che ne hanno fatto un vero e proprio tema di indagine e rappresentazione, come Rodin che scolpì più di quattrocento mani. Il pollice e l’indice sono stati oggetto di particolare attenzione nell’arte contemporanea, come la mano sinistra rispetto alla destra, la mano meccanica e la forza comunicativa delle mani in genere.

 

Nella mia pratica analitica dispongo del Sandplay o Gioco della Sabbia. È una tecnica espressiva e creativa che si accompagna all’analisi verbale e che ispira a rappresentare e narrare, attraverso la disposizione di figurine e altri materiali in un contenitore con la sabbia sul fondo. Il «non detto» viene messo in scena dai sensi: la vista e le mani soprattutto. Ho incluso questo strumento di lettura non verbale nel mio lavoro clinico e anche formativo con piccoli gruppi, dopo averlo sperimentato io stessa e anche perché nella mia storia personale ho sempre avuto bisogno di «mettere le mani» nella materia, forse di continuare a giocare o di esprimermi anche in altri modi, oltre che con le parole.

 

 

Il bisogno si è fatto prepotente man mano che le parole perdevano di sensorialità e di colore lungo il corso degli studi convenzionali. Attraverso la ceramica fino alla scultura, che ho praticato anche seguendo una scuola, ho potuto notare che le mani e la testa davvero si rinforzano a vicenda. Potrei dire che sono riuscita a scrivere come volevo anche perché ho messo le mani nella terra e nell’argilla.

 

Le donne hanno una maggiore dimestichezza con i sensi, con il corpo in generale, quasi che il corpo stesso diventi un unico senso di relazione con il mondo: la bocca, per esempio, non è solo il senso del gusto. E la voce? Il canto delle donne?

 

Non è la stessa cosa del parlare, anche se gli assomiglia. Anche qui si capisce che i sensi non sono solo ricettivi. Lo sguardo che tra la madre e il bambino fonda la relazione primaria; l’olfatto che cerca, riconosce, si orienta, sceglie; la pelle tra dentro e fuori; l’udito che misura le distanze meglio dello sguardo, «prendendo» ciò che gli serve e indicando alla mente,

come fanno le mani.

 

Fare la spesa e cucinare, oppure spulciare allegramente sui banchi di un mercato, riaggiustare alla meno peggio qualcosa di rotto, mettere sottosopra una stanza, un armadio, un album di foto, per cambiare la loro disposizione, rivedere il guardaroba per eliminare, tutto questo e altro che ancora resiste all’appiattimento tecnologico tiene in allenamento l’intelligenza delle donne.

 

Se alcune attività manuali non appaiono necessarie ma vogliono essere compiute ugualmente, significa che servono ad altro. Non direi che sono «nevrotiche» né «compulsive»; sono come quegli aggiornamenti che il computer fa da solo, rimettendosi «in forma».

 

Le mani, oltre a costruire oggetti materiali ed esprimere significati, possono simultaneamente operare, registrando gli stimoli e adeguando il movimento alla percezione, attimo per attimo. Pensiamo anche alla carezza, al massaggio, al tocco terapeutico e consolatorio, allo scambio affettivo che avviene tra gli esseri umani grazie alle mani. Insomma un miracolo della biologia selezionato dal tempo fino allo stato attuale, che vede un intero mondo nato da queste mani, una creazione che gareggia con quella divina.

 

Con il paradossale risultato che le mani intere vengono usate sempre meno e limitatamente agli oggetti da comandare. Forse all’uomo contemporaneo il contatto con la materia naturale dà fastidio?

 

Mentre le donne sono abituate a non schifarsi troppo neanche della cacca e della pipì dei loro bambini e anziani?

 

Anche nell’agricoltura, quella industriale, la terra è diventata lontana e gli uomini la aprono, la fertilizzano, la sterilizzano, la seminano, ne raccolgono i frutti, sempre dall’alto, chiusi in abitacoli al comando di enormi veicoli rumorosi. Ogni volta che assisto a questo spettacolo ho un sussulto, ridimensionato dal pensiero dell’universale fatica della coltivazione.

 

Ma il sussulto c’è.

 

Le donne sono oggi presenti in tutte le aree produttive e creative della nostra società. Lo sono state e ancora lo sono nelle fabbriche, nei laboratori e negli atelier di tutti i tipi, negli studi di progettazione industriale, architettonica, grafica, informatica. Non serve che io entri nel dettaglio, né che aggiunga le solite considerazioni sullo spazio e il ruolo riservato mediamente alle donne nel mondo del lavoro, sulle remunerazioni economiche.

 

Le loro mani operano efficientemente, anche in nero, per la produzione di ciò che serve al mercato delle società avanzate. Le donne sono anche fruitrici, forti clienti di questo mercato, e hanno accolto con sollievo tutte le magie che l’industria ha prodotto per abbellirle nel corpo e nell’abbigliamento, per alleviare la loro fatica manuale e fisica nella conduzione della casa, per rendere la casa più confortevole e pulita, magie che dovevano liberare il loro tempo, affinché lo potessero impegnare lavorando altrove o facendo shopping.

 

Oggi le donne lavorano, guadagnano, producono e acquistano materie prime, oggetti lavorati, altri beni di consumo. E la loro creatività? Quella di cui parla Winnicott, che ha a che fare con il sé, l’interiorità, l’essere che non è passivo ma che non «fa» alla maniera maschile?

 

Tra l’energia da dedicare alle relazioni importanti e quella da mettere nel lavoro, le donne sono davvero crocifisse. Tutto questo libro vorrebbe stimolare un recupero della dimensione creativa.

 

Se le mani al lavoro alimentano l’intelligenza e il pensiero, allora renderle inattive o limitate nella loro prestazione è un delitto. Molte giovani donne sono incapaci di fare con le mani tante attività che in passato le donne si tramandavano con gioia e soddisfazione. Ho già accennato all’importanza dell’economia domestica, per maschi e femmine.

 

Pensiamo per un momento anche alla colonizzazione, non solo delle nostre case ma di tutta la nostra vita, da parte del mercato tecnologico industriale: contiamo quanti elettrodomestici o altri dispositivi elettrici o elettronici possediamo. Osserviamo il modo in cui li usiamo, quanto tempo ci prendono

per il loro complessivo utilizzo, pulizia inclusa, lo spazio che occupano, l’esercizio che richiedono, il loro costo, eventuali guasti e riparazioni. Anzi, questi no: ormai i piccoli e medi oggetti guasti si buttano direttamente, e vanno ad arricchire le discariche e il problema dello smaltimento dei rifiuti.

 

Poi si compra il modello più recente.

 

Tutto questo giro, che sempre secondo l’antica saggezza induce un abbassamento dell’intelligenza generale a causa del diminuito uso delle mani, si dimostra non solo inutile, ma addirittura dannoso.

Elena Liotta

 

 

Fa’ lievitare il verso come il pane

nel forno al suo calore giusto. 

Senti che anche il verso emette il misterioso

profumo della cosa riuscita.

Vocali e consonanti si alleano,

s’incatenano e fondono. Ne esce

lo spiritello d’Aladino e danza

su e giù per la stanza.

Maria Luisa Spaziani

 

 

 

 

 

 

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