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Nata
a Mola di Bari nel 1927, e trasferita con la famiglia a
Firenze nel 1933, la Mangini appartiene infatti alla prima
generazione di italiani forgiati secondo i desiderata del
regime, che alla comunicazione visiva di matrice popolare
(cinema e fotografia in primis) aveva affidato gran parte
della propria strategia propagandistica.
L’educazione
all’immagine della giovane Cecilia passa così attraverso
i modelli colti della pittura rinascimentale, delle gallerie
degli Uffizi, quelli d’avanguardia proposti dal raro
cinema di qualità, che ancora riusciva a filtrare dalle
maglie della censura fascista, nei Cineguf, ma anche
attraverso i rotocalchi popolari, come “Tempo
illustrato” e, più tardi, il teutonico settimanale “Signal”,
su cui iniziava ad imporsi un modello comunicativo
fortemente narrativo, strutturato in forme
paracinematografiche, in cui l’immagine e il testo
costruivano sistematiche simbosi di grande efficacia
informativa.
La
fotografia dunque come informazione, testimonianza
militante, sintesi significante e veicolo emozionale di
straordinaria potenza. Saranno queste le lezioni che la
generazione di fotografi formatasi all’ombra delle
pubblicazioni di regime, consegneranno nell’immediato
dopoguerra al nuovo fervore della nascente cultura
neorealista.
Anche
Cecilia Mangini, muovendo i suoi primi passi alla periferia
dell’impero dell’immagine, pur con già il cinema nelle
intenzioni, inizialmente si accosta proprio alla fotografia,
sedotta dalla sua capacità di sintetizzare poeticamente la
realtà, e testimoniare una fase di entusiastico e
palingenetico cambiamento sociale.
Il
primo servizio, mai pubblicato, lo realizza nel 1952 a
Lipari, nelle locali cave di pietra pomice, ed è già una
fotografia sorprendentemente matura, in cui l’attenzione
è tutta centrata sull’uomo, sulla gestualità del lavoro
manuale, e in cui lo sviluppo narrativo denuncia una
naturale propensione per quella missione documentaristica,
che in futuro sarà destinata a riassumere il senso stesso
del suo impegno civile nel campo delle arti visive.
Lavora
con una Zeiss SuperIkonta di formato 6x6 cm, che monta il
leggendario 80 mm Tessar. Una macchina che non consente una
visione reflex, ma che ha la messa a fuoco a telemetro, che
semplifica notevolemente l’approccio con situazioni in
rapido movimento, pur mantenendo la qualità ottica
garantita dal medio formato.
Sarà
questa una scelta tecnica che l’accompagnerà durante
tutta la sua avventura di fotografa, tradita unicamente per
qualche scatto in 35 mm con la Leica, durante i sopralluoghi
per Firenze di Pratolini e, più tardi per il reportage
vietnamita, capolinea della sua carriera di fotografa, dove,
per ragioni puramente pratiche (legate a modalità di
ripresa più “discrete”), si affiderà alla Rolleiflex
biottica, sempre dotata del favoloso Tessar.
L’approccio
alla fotografia è dunque inizialmente occasionale e dettato
dalla passione, ma si trasforma presto anche in un lavoro,
anche se non avrà mai i crismi della professione vera e
propria. Collabora con “L’Eco del cinema”, allora
diretto da Umberto Barbaro, con “Il Punto” e, più
saltuariamente con “Il Mondo” di Mario Pannunzio, che
pubblica alcune sue immagini a partire dal 1957, ma,
soprattutto, con “Cinema Nuovo” su cui, oltre a
scrivere, ritrae più volte i protagonisti della cultura
letteraria e cinematografica dell’epoca.
Così,
frutto di questa breve ma intensa attività pubblicistica,
nel suo archivio possiamo oggi rinvenire una significativa
carrellata di icone della cultura dell’epoca: Cesare
Zavattini, Ennio Flaiano, Alberto Moravia, Elsa Morante,
Carlo Levi, Mario Soldati, Indro Montanelli, Riccardo
Bacchelli, Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Giuseppe Berto,
Carlo Emilio Gadda, Wystan Hugh Auden, Charlie Chaplin, e
pure le dive del momento, Sophia Loren, Gina Lollobrigida.
Ma
ciò che più attrae la Mangini fin dagli esordi, è una
fotografia che sia testimonianza palpitante di una realtà
in profonda e frenetica trasformazione, che sappia
manifestarsi, sia nell’epifania dell’immagine singola,
che nella complessità del servizio, in tutte le sue
potenzialità narrative.
Ne
sono un esempio le due serie realizzate a partire dal 1957
per il settimanale “Rotosei”, sulla Milano di Elio
Vittorini e Riccardo Bacchelli, corollario fotografico alla
Roma pasoliniana, quella delle borgate e delle marane, dei
due primi lavori documentaristici, girati l’anno seguente,
a testimonianza di una stretta continuità, quasi un
passaggio di testimone tra la fotografia e il cinema.
Sono,
quelli realizzati a Milano, due servizi in assoluta
contiguità tra loro, indagini visive su una città ancora
ferita dalle conseguenze dell’ultimo conflitto, dove
convivono la miseria senza scampo delle classi umili,
emarginate e soggiogate dal nuovo potere industriale, e i
primi segni di quello che Pier Paolo Pasolini individuerà
vent’anni più tardi, come un nuovo fascismo, ben più
letale di quello storico, la disgregazione della società
civile, l’annientamento delle culture popolari,
annichilite dal potere omologante delle merci.
Il
senso della riflessione sulla drammatica trasformazione
antropologica di questo Paese, destinato a diventare il
fulcro attorno cui ruoterà il futuro lavoro
documentaristico della coppia Mangini-Del Fra, nei suoi due
nuclei principali, quello meridionalista e quello
metropolitano, si precisa definitivamente proprio allora,
alla fine degli anni Cinquanta.
E
il linguaggio cinematografico si impone come necessario e più
adeguato veicolo d’informazione e di partecipazione
politica e civile. A partire da allora, da quando cioè il
cinema diventa la sua occupazione principale, da sola o in
coppia con il marito, Cecilia Mangini praticamente abbandona
la fotografia, concedendosi un ultimo, ma straordinario
reportage cinque anni più tardi, tra la fine del 1964 e
l’inizio del 1965.
La
coppia si reca in Vietnam, nel momento più drammatico della
guerra in corso, per compiere i sopralluoghi in vista di un
documentario, che nelle intenzioni dei due autori avrebbe
dovuto inserirsi in quel filone di cinema militante, a
sostegno della causa nordvietnamita, che avrebbe in seguito
prodotto opere come Loin du Vietnam di Jean-Luc Godard.
Durante
quei mesi di preparativi, segnati dal clima di sospetto e di
controllo ossessivo che il governo vietnamita riserva agli
ospiti stranieri, Cecilia Mangini ha comunque modo di
realizzare alcune centinaia di immagini, di grande qualità
estetica e di assoluto valore documentario, spesso
aggirando, con l’ausilio del mirino “a pozzetto” della
Rolleiflex, i frequenti veto dei funzionari locali,
preoccupati di veicolare in Occidente immagini
potenzialmente destabilizzanti per le sorti del conflitto in
corso.
Sono
prevalentemente scene di vita quotidiana, scorci di una
società prevalentemente rurale, militarizzata per necessità,
in perenne emergenza, ma che non rinuncia alle propri
abitudini, al lavoro di ogni giorno, a una passeggiata per
la via principale, a un taglio di capelli, ai riti privati
del corteggiamento e quelli collettivi, come in occasione
della grande festa del Têt.
È
un approccio al soggetto, quello adottato dalla coppia
Mangini-Del Fra, e documentato dalle fotografie,
evidentemente troppo sommesso e umanitaristico, volutamente
distaccato dall’ideologismo convenzionale dell’epoca,
per indurre la committenza ad investire su un lavoro che non
avrebbe potuto essere speso sul piano della propaganda, e
che finisce per far naufragare il progetto.
Resta
però una serie fotografica che probabilmente rappresenta il
punto più alto della produzione della Mangini, ma che
finisce per essere anche il punto d’arrivo.
Tornata
in Italia, la macchina fotografica cede ancora una volta, e
questa volta definitivamente, il testimone a quella da
presa, per un avventura artistica ed etica che è proseguita
con costanti riscontri praticamente fino ad oggi.
Claudio
Domini
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