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Ho visto le donne trovare soluzioni creative per
problemi pratici con una mentalità divergente che coglieva
subito un uso nuovo per un oggetto vecchio, uno spazio che
nessuno aveva visto come possibile, un materiale da adattare
all’occasione, una forma innovativa.
Come la cucina povera, o quella
degli avanzi, sempre nuova, con pochi ingredienti
che messi insieme in un certo modo producono un sapore, un
colore, una forma appetitosa, che compensano altre mancanze.
Ho visto donne far quadrare bilanci impossibili,
senza paura di tagliare o di fare economia, sulle cose meno
importanti s’intende.
Ho visto donne scavalcare ostacoli burocratici,
barriere legali e andare dritte al problema nei luoghi di
potere, conquistando le loro risposte.
Come alcune figure eroiche della
storia e della letteratura, mentre erano donne
comuni di cui nessuno ricorda il nome. Potrei continuare
all’infinito. Il bello è che a queste donne sembra di non fare
nulla di speciale, ma solo quello che andava fatto, ciò che serviva,
il massimo con il minimo, a favore di tutti. Quando mettono su imprese, anche le donne giovani
sanno misurarsi apertamente con i problemi e studiare
insieme le soluzioni, anche se non hanno l’esperienza o la
conoscenza trasmessa. Vuol dire che imparano direttamente
dall’esperienza.
E il multitasking?
Portare avanti più attività contemporaneamente è una caratteristica forzata delle madri e di
molte donne costrette dai tempi a incastro a non
potersi occupare di una sola cosa alla volta, da sempre, non solo
oggi. Interpretano così un ruolo plurimo: dirigente, segretaria, donna delle pulizie, madre, moglie, assistente agli
anziani.
Quello che serve lì per lì, senza sottrarsi.
Perché allora non ci sono le donne ai vertici delle
aziende o dei governi? Come mai non ci sono queste
donne, ma piuttosto quelle che si muovono come gli uomini, con le loro
logiche e il loro beneplacito?
Forse il fatto che le donne siano considerate poco
versatili nella matematica e in altre scienze fa pensare che
non siano adatte né a condurre una guerra né a occuparsi di
finanza, risorse e denaro. Su distorsioni del genere si è fondata a
lungo la persuasione che le donne non fossero portate
neanche per la pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o
Artemisia Gentileschi.
Matematica a parte, ben altre erano le inibizioni
che trattenevano le donne lontano dalla pittura: fatti
concreti come salire e scendere da alte impalcature, vestite con
le gonne, dover guidare gruppi di uomini, e altri compiti poco
femminili per quei tempi, poiché la pittura era soprattutto
affresco nelle chiese.
Ma è bastato che si diffondesse il cavalletto perché
le donne si mettessero a dipingere.
Che cosa ci vorrà perché si apra alle donne la
porta creativa della politica?
La forza del contesto mette in luce le forme
creative più originali delle donne, data la loro maggiore sensibilità
all’ambiente che le circonda e alle risorse che vi si trovano. La
lunga storia di controllo, limitazione e reclusione ha fatto
scovare alle donne tutti i possibili mezzi per incanalare la
propria intelligenza e creatività al servizio della sopravvivenza dei
propri cari e di se stesse.
Come l’acqua che il taoismo affida al femminile
Yin: più incontra ostacoli, più si fa la sua
strada sottilmente, più sono state deprivate, più la loro voce si è
alzata.
Confinate in cucina? Ecco allora nascere e diffondersi le ricette
più bizzarre e i dolci più raffinati. In casa: tutti i lavori
manuali e la costruzione di arredi e abiti da sogno, le narrazioni e
l’invenzione di favole, storie, giochi per i loro bambini e bambine.
Magari apprezzate solo dalle altre donne, ma va bene lo stesso.
Soltanto nell’arte bellica non hanno mai brillato.
Quando poi gli uomini hanno deciso di misurarsi con
le competenze tradizionali delle donne, si sono
moltiplicati i cuochi,i sarti, gli artisti e maestri di ogni disciplina e
pratica. E tutti a dire che, però, quando gli uomini ci si
mettono sono sempre i migliori.
Ma è proprio così, o dipende da
chi ha più desiderio di visibilità e notorietà?
C’è qualcosa nella competizione che è veramente
un retaggio animale, territoriale, e che alimenta una creatività
del fare, del misurare, più che quella dell’essere e del
fiorire.
Avvicinare la testa alle mani, ma direi anche ai
piedi, visto che ci siamo – oppure muoversi dall’infinito al
finito – non sarebbe una cattiva idea per aumentare i livelli di buon
senso, di intelligenza e di creatività operativa, in chiunque
debba occuparsi degli altri, dalla famiglia al governo di una città
e di un paese.
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