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Qualcuno
dice che un artista senta di più certe cose.
Che sia una specie di eletto: una sensibilità particolare
che segue il flusso e il riflusso delle maree, dei cicli
lunari, il ciclo
femminile, il ritmo della pioggia che cade su di una foglia e quello del rintocco delle campane, il ciclo della fermata
del tram ogni quindici minuti eccetera eccetera.
Ecco, sì: l’acqua è come l’artista.
Qualcuno di voi è
mai rimasto sveglio, la notte, ad ascoltare il ritmo della pioggia sulle
foglie?
Quella pioggia discreta, di fine estate, che odora
di erba tagliata di fresco e pare ti dica “scusi per il disturbo”.
Oh, amici miei, non sapete che vi siete persi: ascoltare con
gli occhi, vedere con la mente, odorare con le mani.
Tuttiisensiinme.
Certo, capisco che non può essere semplice per chi è
alle prime armi.
Un poco, come dire? Fuori dalla morale
comune.
Ma siamo artisti, no? Questo è l’esercizio che, se
permettete, vi voglio consigliare e credetemi, proprio non è da
tutti.
Neppure da tutti gli artisti, in realtà è.
Ascoltare la pioggia dietro i vetri e, subito, vederla senza
guardarla mentre, lentamente, danza nell’aria sospesa da
una forza dispettosa, ancora lentamente scende, scende diritta
e, all’istante del tocco con la piattaforma verde, prima
implode e poi esplode, in mille altre gocce, mille altre facce,
specchi, maschere che riflettono ciò che hanno toccato.
L’acqua come l’artista non è, eppure è tutto.
In effetti se c’è qualcosa che può paragonarsi all’artista è
l’acqua: un poco puttana nel senso più puro del termine (senza offesa: nel
senso che si dà a tutti in egual misura.
Le piace darsi e non ha
un prezzo di listino in particolare), un poco vergine e sacra,
con quel gusto del profano che grazie a Dio non guasta.
Un clown
che ride, anche quando questo mondo fatto di more che
vogliono essere bionde e bionde che aspirano a essere rosse gli
cade addosso, o cade addosso a chi ama.
Una maschera bianca
che cambia colore ogni qualvolta ne tocchi uno, entra in esso, lo penetra e lo copia, gli ruba l’anima, lo riporta
uguale anche in quei tic fastidiosi che nessuno conosce e che ne
rappresentano la debolezza, il tallone d’Achille; quelli del mignolo
che parte in alto nell’istante in cui si afferra la
tazzina del caffè per il beccuccio ed è troppo calda, quando
l’emozione o la rabbia o la gioia cresce e la palpebra vibra, o come
la goccia che prima implode, poi esplode.
Ho conosciuto artisti chiusi nel loro castello, e nel loro
specchio, e in quella goccia d’acqua salottiera nessun
altro poteva riflettersi.
Ma anche questi sono i rischi del
mestiere.
Che magia, l’artista!
Che tocco insuperabile questo Profeta, Filtro del Niente.
Qualcuno dice che un artista senta di più certe cose.
Qualcuno dice così.
Ma questa non è la storia di un artista.
Do re mi fa sol la si. Vedi l’acqua che scende?
Madames et monsieurs, che il sipario si apra.
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