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Uno
dei miei primi articoli in area psicologica era dedicato
al corpo e al
processo di individuazione. Da allora il corpo l’ho
sempre tenuto in alta considerazione.
Nel
frattempo la riflessione teorica
sul rapporto mente-corpo si è molto approfondita e
allargata, cominciando a colmare quella che mi sembrava
una lacuna
pericolosa poiché limitativa proprio dell’oggetto centrale
del lavoro analitico, che è la comprensione dell’inconscio.
È
proprio attraverso il corpo – sintomi, agiti, postura
– che l’inconscio si esprime, tanto quanto attraverso
il sogno, la
fantasia, la comunicazione verbale, e a volte anchedi più e
meglio.
Nell’angolatura
di questo capitolo, presento alcune sequenze che
mostrano il corpo in relazione alla creatività.
Comincio
da una
situazione non clinica, nell’ambito di un intervento
definibile
come «psicologia della salute».
Mi
è capitato anni fa di assistere a uno spettacolo di danza
contemporanea
eseguito da una compagnia di donne della terza
età, guidate da una danzatrice e coreografa professionista
e preparate
per anni da un professore di educazione fisica attento
alla dimensione psicosomatica.
Non
si trattava di danzaterapia.
Nulla di ridicolo o fuori luogo traspariva nella performance,
solo la sorpresa e la commozione nell’osservare un’armonia
di movimenti espressivi della realtà corporea così com’era,
portata al suo massimo di comunicatività e raffinatezza.
Parlando
in seguito con tutta la compagnia, ho scoperto come
questo lavoro con il corpo avesse ovviamente coinvolto,
liberato,
rimescolato tutta la dimensione psicologica, non
solo delle danzatrici ma anche dei preparatori.
C’era
stata la
destrutturazione di vecchie e rassegnate abitudini ormai
iscritte nel
corpo, l’abbandono del sovrappeso psichico dell’età,
imposto da
convenzioni e condizionamenti, il ritrovamento di
una spontaneità possibile in qualunque fase della vita,
di un ritmo
originario, di un’ulteriore espansione del sé nella
conquista dello spazio e del suolo.
Il
tutto ottenuto non forzando
la muscolatura attraverso la ripetizione di esercizi meccanici,
ma inducendo, attraverso movimenti studiati, un rilassamento
e una decontrazione inconsci che automaticamente facevano
riemergere il gesto spontaneo e la componente ludico-espressiva.
Esistono
vari livelli di controllo muscolare della nostra struttura
corporea; la conoscenza di quelli più sottili e meno
facilmente identificabili
e controllabili ci permette di descrivere livelli di
coscienza altrettanto sfuggenti, nonché di trasformare la
grossolanità
del livello più superficiale.
Questo
lo sanno bene le
millenarie discipline orientali che, lavorando sui
micromovimenti, sugli
aspetti dinamici, più che strutturali, e soprattutto
curando la
parte mente/consapevolezza, ottengono dal corpo prestazioni
straordinarie con minimo dispendio energetico.
Per
esempio il tono muscolare, che normalmente sfugge al
controllo cosciente,
determina la postura ed è a sua volta determinato dall’assetto
psicologico, più o meno inconscio.
Lo
intuisce bene anche l’analista già dal primo incontro
con il
paziente, dal modo in cui il suo corpo sta e si muove
nello spazio,
dalle trasformazioni che con il tempo avvengono in
queste Gestalt, pur lavorando solo a livello psicologico.
Va
detto, almeno
nella mia esperienza, che molte pazienti mano a
mano che escono dalle fasi più critiche del loro disagio
provano autonomamente
il bisogno di riprendere o di dedicarsi per
la prima volta a qualche forma di attività fisica, dalla
ginnastica alla
danza, allo yoga e ad altre tecniche orientali.
Come
se la
canalizzazione solo psichica delle energie che si vengono
liberando nel
processo analitico non bastasse.
La
creatività ha un polo molto concreto che si esprime nel
movimento e
soprattutto nella riconquista della spontaneità originaria,
quella che Winnicott attribuisce al vero sé, che nel
bambino è
ovviamente più evidente ma che rimane intatta e attingibile
a qualunque età.
Un
altro esempio di questa possibilità – e comincio a
spostarmi sul
piano delle terapie corporee – viene dal Rolfing e dal
Feldenkrais, due tecniche che lavorano sulla postura,
l’una sul
sistema connettivo profondo, l’altra sulla funzione
motoria e
la consapevolezza.
La
constatazione dei limiti delle terapie psicoanalitiche non
va intesa come
un demerito. Credo anche che si possano mantenere i
campi funzionalmente separati, ognuno con il suo setting
e la sua
tecnica, ma che si debba utilizzare, sul piano teorico,
il patrimonio
conoscitivo che viene emergendo nelle diverse discipline
e nelle forme miste che sorgono sempre più frequenti
per rispondere a bisogni reali non trascurabili.
Per
fare un
esempio, si sa che esistono dei movimenti degli arti, in
particolare
l’allungarsi della mano per prendere o toccare un oggetto,
che nell’infante hanno una spontaneità senza sforzo,
non
identificabile tuttavia con i riflessi automatici innati.
Si
tratta di
qualcos’altro, una specie di volontà «dolce».
Queste
funzioni permangono nell’adulto, soffocate in seguito
dal
volontarismo egoico di movimenti spesso non necessari
che consumano
molta energia.
Rimanendo
all’esempio in
questione, è come se fosse un «io voglio prendere»
rispetto al
semplice «io prendo», che consuma assai meno energia.
Anche
nel lavoro sul corpo delle tecniche orientali c’è
un’energia motrice
sottile che una volta conosciuta e governata coscientemente
permette al corpo sforzi e acquisizioni che la volontà
non riesce a realizzare.
Dall’osservatorio
analitico mi sembra di vedere una corrispondenza tra
la fenomenologia di livelli psicosomatici e la teorizzazione
della mente. Tra sistema nervoso volontario e autonomo.
Sembra che ci siano nella parte autonoma non solo la
ribellione del sintomo, ma anche l’autenticità e la
creatività di
cui si può acquisire consapevolezza, lasciandole esprimere.
Questo
secondo modo, la volontà «dolce», assomiglia molto
al femminile di Winnicott. Un inconscio corporeo, quindi,
non solo
rimosso ma anche creativo.
Un
terzo esempio che abbraccia corpo e creatività si inoltra
sullo scenario
culturale contemporaneo, a tratti perturbante, laddove
sesso e corporeità sono trattati come realtà virtuali.
Il
sesso cibernetico è un gioco che rappresenta un volo
dell’immaginario
reso un po’ più concreto rispetto alla pura fantasia
e al sogno, e un po’ più completo e illusorio rispetto
alla
masturbazione. La rete di Internet propaga un corpo anonimo
in cui la
bipolarità sessuale cede al transgenderismo, un corpo
creativo che non esiste in natura e che viene inventato
in nome del
desiderio.
Ci
si avvia, in queste zone a metà tra arte,
scienza, sperimentalismo spinto all’assurdo, verso una
concezione
postumana, postbiologica, sempre automatizzata.
Stelarc,
un artista di cyberart, si propone per esempio lo
svuotamento del
corpo per sostituire i suoi organi con dispositivi tecnologici
ad alta definizione. In una sua performance è appeso
a ganci
conficcati nelle carni e sospeso nel vuoto per alcuni
minuti.
La
meccanizzazione come uscita dai limiti mortificanti della
carne. Se il dolore o il piacere vengono sintetizzati
dalla macchina
e si possono somministrare a piacimento, il
corpo può essere liberato dalle emozioni.
Orlan,
una performer francese,
porta la chirurgia estetica oltre la filosofia della bellezza
o della cura, verso lo stravolgimento della naturalità
a favore di
immagini costruite al computer che fa letteralmente incidere
sul proprio corpo.
La
scultrice Smith scolpisce in
cera dei replicanti caduti sulla terra, iperrealisti,
scorticati, mostri
di ingegneria, mentre la Sherman inventa transcorpi, commistioni
di maschi e femmine, senza anima né memoria.
Nel
complesso, un cupo futuro sembra affacciarsi all’orizzonte
di questi
tentativi di scorporare l’esistenza umana dalle necessità
biologiche in
nome della creatività.
Come
interpretare tutto questo senza ricorrere a categorie
diagnostiche
psichiatriche o al contrario, rimanendo affascinati dall’onnipotenza
che la tecnologia continua ad alimentare?
Il
timore dello snaturamento dell’essere umano che potrebbe
essere causato
dall’ingegneria genetica non sembra fermare il
processo comunque creativo di scoperta e manipolazione,
ormai rivolto
all’uomo stesso e non più soltanto all’ambiente esterno.
Forse
il corpo collettivo sta cambiando pelle e confini, a parte
gli sperimentalismi delle avanguardie artistiche che da
sempre amano le provocazioni.
Di
fronte a questi scenari fantascientifici
le teorie analitiche con le loro zone erogene, la libido,
i sintomi somatici, ecc., impallidiscono e appaiono
tentativi ingenui
di rincorrere una realtà più veloce delle fantasie stesse.
La
creatività, osserva la Chasseguet-Smirgel, costeggia la
perversione,
intesa nel senso di destrutturazione necessaria ad approdare
a nuovi universi. Non trovo difficoltà ad applicare la
sua visione a queste recenti utilizzazioni della
cibernetica, che
forse vorrebbe idealmente distruggere i vecchi corpi della
donna e
dell’uomo, una fisicità così miseramente caratterizzata,
a favore di
una sublimazione, di una corporeità inorganica, che
si stacca da quella che l’ha in origine prodotta.
Forse
non c’è
niente di nuovo in questi tentativi di trascendere il
corpo, eccetto
la tecnologia che li rende possibili.
Non
posso fare a meno di ripensare a quelle donne anziane
che ballavano
nella piena consapevolezza della propria impotenza e
deperibilità, con la stessa dignità dei grandi vecchi
delle tribù
indiane d’America, in piena sintonia e accettazione
della ciclicità
della vita.
Un’ultima
«pillola di genere», per così dire, appare meno inquietante
e fa pensare alla riscossa delle «ragazze informatiche».
Se fossi giovane forse sarei tra loro o comunque le
appoggerei.
Le
chiamano hackergirl.
Smentiscono
la certezza che
il settore informatico mondiale sia dominato da maschi
bianchi che
vivono nella Silicon Valley californiana. Rovesciano gli
stereotipi che nascondono all’opinione pubblica
l’universo femminile
dell’hacking e le controculture digitali europee.
Un
gruppo internazionale di donne appassionate alle tecnologie
ha dato vita all’Eclectic Tech Carnival, un evento itinerante
dedicato alle donne che vogliono capire e guidare le tecnologie
anziché subirle passivamente.
La
manifestazione ha
toccato città europee lontane dai centri statunitensi di
potere politico
e tecnologico, i quali solitamente vengono associati allo
sviluppo dell’informatica.
Al
loro centro non c’è solo il
software libero e open source, descritto come «uno
strumento per
avere più controllo e libertà sui nostri progetti»,
ma una vera e
propria filosofia di vita che rifiuta il paternalismo
con cui molte
donne delegano all’uomo di turno il ruolo di
tecnico o di riparatore.
Per
essere indipendenti dai cosiddetti esperti e dalle figure
autoritarie, vengono promossi l’autoapprendimento
e
il fai-da-te per riparare da sole computer, automobili
e biciclette.
Nuove
creatività di donne che vogliono essere libere,
indipendenti e
aperte al futuro.
Concludendo:
le idealizzazioni, le teorizzazioni intellettuali, i
miti femminili del passato, rischiano a volte di assorbire
le energie
e lo spazio mentali che servono alla sfida del presente.
Quante
volte le donne di oggi si trovano perplesse, a non saper
cosa fare,
dove rivolgersi, perché non funziona più nulla di
quanto credevano di sapere e aver acquisito?
Con
i figli, i compagni
di vita, il lavoro, la vita pratica. Sono saltate abitudini,
convenzioni,
gli automatismi sono in mutamento.
Le
richieste
dall’esterno incalzanti. Ci vuole ben più della creatività
per reggere il
ritmo.
Carla
Lonzi, tra le fondatrici del femminismo italiano, diceva:
dopo duemila anni di assenza delle donne dalla storia,
«approfittiamo
di questa assenza». Ovvero diamo credito a questa
strana esistenza, fatta di lacune, di tanto anonimato, di
incomprensibili
rimozioni, ben diversa dalla storia degli uomini, costituita
di fatti noti, delle conquiste, delle guerre, delle scoperte
e invenzioni.
Questa
assenza ci dà anche libertà.
Può
farci dire: non siamo state noi a fare questo o
quest’altro. Non
possiamo oggi caricarci moralmente di tutti i problemi e
degli effetti
di un modello di sviluppo ormai decadente, che è stato
voluto, attuato e ancora pervicacemente incentivato a
tutti i costi
dagli uomini. Hanno sporcato la casa e ora ci chiamano
a pulirla. Con
i loro strumenti, codici, leggi, con i loro ricatti?
No grazie.
Forse
le donne lo faranno anche, ma con dei no chiari e forti
su quanto non corrisponde loro, facendosi venire i dubbi
sulle proprie
collusioni con il sistema, non regalando energie a
progetti e persone con le quali c’è poco da spartire, e
infine con
tanto lavoro di base, anche silenzioso, ma divergente,
dissenziente
nei fatti. Cioè... creativo.
Non
aver paura di divergere è un’altra premessa
indispensabile della
creatività, anche nelle soluzioni ai problemi più semplici.
Non alimentare
un sistema che alla creatività si oppone e che
ne ha paura, sostenere chi non lo alimenta, sfuggire al
controllo dei
media e rifiutare la sua fittizia creatività orientata
al consumo,
riconoscere le seduzioni, le induzioni e i condizionamenti
di un potere
che nelle forme e nella sostanza è ancora
tutto di stampo maschile, anche se, solo in apparenza,
forse, meno
patriarcale.
C’e
molto da poter fare, se si smette di fare altro.
Elena
Liotta
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