Il corpo chiama ancora

di Elena Liotta          

 

 

Uno dei miei primi articoli in area psicologica era dedicato al corpo e al processo di individuazione. Da allora il corpo l’ho sempre tenuto in alta considerazione. 

Nel frattempo la riflessione teorica sul rapporto mente-corpo si è molto approfondita e allargata, cominciando a colmare quella che mi sembrava una lacuna pericolosa poiché limitativa proprio dell’oggetto centrale del lavoro analitico, che è la comprensione dell’inconscio. 

È proprio attraverso il corpo – sintomi, agiti, postura – che l’inconscio si esprime, tanto quanto attraverso il sogno, la fantasia, la comunicazione verbale, e a volte anchedi più e meglio.

Nell’angolatura di questo capitolo, presento alcune sequenze che mostrano il corpo in relazione alla creatività. 

Comincio da una situazione non clinica, nell’ambito di un intervento definibile come «psicologia della salute».

Mi è capitato anni fa di assistere a uno spettacolo di danza contemporanea eseguito da una compagnia di donne della terza età, guidate da una danzatrice e coreografa professionista e preparate per anni da un professore di educazione fisica attento alla dimensione psicosomatica. 

Non si trattava di danzaterapia. Nulla di ridicolo o fuori luogo traspariva nella performance, solo la sorpresa e la commozione nell’osservare un’armonia di movimenti espressivi della realtà corporea così com’era, portata al suo massimo di comunicatività e raffinatezza.

Parlando in seguito con tutta la compagnia, ho scoperto come questo lavoro con il corpo avesse ovviamente coinvolto, liberato, rimescolato tutta la dimensione psicologica, non solo delle danzatrici ma anche dei preparatori. 

C’era stata la destrutturazione di vecchie e rassegnate abitudini ormai iscritte nel corpo, l’abbandono del sovrappeso psichico dell’età, imposto da convenzioni e condizionamenti, il ritrovamento di una spontaneità possibile in qualunque fase della vita, di un ritmo originario, di un’ulteriore espansione del sé nella conquista dello spazio e del suolo. 

Il tutto ottenuto non forzando la muscolatura attraverso la ripetizione di esercizi meccanici, ma inducendo, attraverso movimenti studiati, un rilassamento e una decontrazione inconsci che automaticamente facevano riemergere il gesto spontaneo e la componente ludico-espressiva.

Esistono vari livelli di controllo muscolare della nostra struttura corporea; la conoscenza di quelli più sottili e meno facilmente identificabili e controllabili ci permette di descrivere livelli di coscienza altrettanto sfuggenti, nonché di trasformare la grossolanità del livello più superficiale. 

Questo lo sanno bene le millenarie discipline orientali che, lavorando sui micromovimenti, sugli aspetti dinamici, più che strutturali, e soprattutto curando la parte mente/consapevolezza, ottengono dal corpo prestazioni straordinarie con minimo dispendio energetico.

Per esempio il tono muscolare, che normalmente sfugge al controllo cosciente, determina la postura ed è a sua volta determinato dall’assetto psicologico, più o meno inconscio.

Lo intuisce bene anche l’analista già dal primo incontro con il paziente, dal modo in cui il suo corpo sta e si muove nello spazio, dalle trasformazioni che con il tempo avvengono in queste Gestalt, pur lavorando solo a livello psicologico. 

Va detto, almeno nella mia esperienza, che molte pazienti mano a mano che escono dalle fasi più critiche del loro disagio provano autonomamente il bisogno di riprendere o di dedicarsi per la prima volta a qualche forma di attività fisica, dalla ginnastica alla danza, allo yoga e ad altre tecniche orientali. 

Come se la canalizzazione solo psichica delle energie che si vengono liberando nel processo analitico non bastasse.

La creatività ha un polo molto concreto che si esprime nel movimento e soprattutto nella riconquista della spontaneità originaria, quella che Winnicott attribuisce al vero sé, che nel bambino è ovviamente più evidente ma che rimane intatta e attingibile a qualunque età.

Un altro esempio di questa possibilità – e comincio a spostarmi sul piano delle terapie corporee – viene dal Rolfing e dal Feldenkrais, due tecniche che lavorano sulla postura, l’una sul sistema connettivo profondo, l’altra sulla funzione motoria e la consapevolezza.

La constatazione dei limiti delle terapie psicoanalitiche non va intesa come un demerito. Credo anche che si possano mantenere i campi funzionalmente separati, ognuno con il suo setting e la sua tecnica, ma che si debba utilizzare, sul piano teorico, il patrimonio conoscitivo che viene emergendo nelle diverse discipline e nelle forme miste che sorgono sempre più frequenti per rispondere a bisogni reali non trascurabili. 

Per fare un esempio, si sa che esistono dei movimenti degli arti, in particolare l’allungarsi della mano per prendere o toccare un oggetto, che nell’infante hanno una spontaneità senza sforzo, non identificabile tuttavia con i riflessi automatici innati. 

Si tratta di qualcos’altro, una specie di volontà «dolce».

Queste funzioni permangono nell’adulto, soffocate in seguito dal volontarismo egoico di movimenti spesso non necessari che consumano molta energia. 

Rimanendo all’esempio in questione, è come se fosse un «io voglio prendere» rispetto al semplice «io prendo», che consuma assai meno energia.

Anche nel lavoro sul corpo delle tecniche orientali c’è un’energia motrice sottile che una volta conosciuta e governata coscientemente permette al corpo sforzi e acquisizioni che la volontà non riesce a realizzare.

Dall’osservatorio analitico mi sembra di vedere una corrispondenza tra la fenomenologia di livelli psicosomatici e la teorizzazione della mente. Tra sistema nervoso volontario e autonomo. Sembra che ci siano nella parte autonoma non solo la ribellione del sintomo, ma anche l’autenticità e la creatività di cui si può acquisire consapevolezza, lasciandole esprimere. 

Questo secondo modo, la volontà «dolce», assomiglia molto al femminile di Winnicott. Un inconscio corporeo, quindi, non solo rimosso ma anche creativo.

Un terzo esempio che abbraccia corpo e creatività si inoltra sullo scenario culturale contemporaneo, a tratti perturbante, laddove sesso e corporeità sono trattati come realtà virtuali.

Il sesso cibernetico è un gioco che rappresenta un volo dell’immaginario reso un po’ più concreto rispetto alla pura fantasia e al sogno, e un po’ più completo e illusorio rispetto alla masturbazione. La rete di Internet propaga un corpo anonimo in cui la bipolarità sessuale cede al transgenderismo, un corpo creativo che non esiste in natura e che viene inventato in nome del desiderio. 

Ci si avvia, in queste zone a metà tra arte, scienza, sperimentalismo spinto all’assurdo, verso una concezione postumana, postbiologica, sempre automatizzata.

Stelarc, un artista di cyberart, si propone per esempio lo svuotamento del corpo per sostituire i suoi organi con dispositivi tecnologici ad alta definizione. In una sua performance è appeso a ganci conficcati nelle carni e sospeso nel vuoto per alcuni minuti. 

La meccanizzazione come uscita dai limiti mortificanti della carne. Se il dolore o il piacere vengono sintetizzati dalla macchina e si possono somministrare a piacimento, il corpo può essere liberato dalle emozioni. 

Orlan, una performer francese, porta la chirurgia estetica oltre la filosofia della bellezza o della cura, verso lo stravolgimento della naturalità a favore di immagini costruite al computer che fa letteralmente incidere sul proprio corpo. 

La scultrice Smith scolpisce in cera dei replicanti caduti sulla terra, iperrealisti, scorticati, mostri di ingegneria, mentre la Sherman inventa transcorpi, commistioni di maschi e femmine, senza anima né memoria.

Nel complesso, un cupo futuro sembra affacciarsi all’orizzonte di questi tentativi di scorporare l’esistenza umana dalle necessità biologiche in nome della creatività.

Come interpretare tutto questo senza ricorrere a categorie diagnostiche psichiatriche o al contrario, rimanendo affascinati dall’onnipotenza che la tecnologia continua ad alimentare?

Il timore dello snaturamento dell’essere umano che potrebbe essere causato dall’ingegneria genetica non sembra fermare il processo comunque creativo di scoperta e manipolazione, ormai rivolto all’uomo stesso e non più soltanto all’ambiente esterno. 

Forse il corpo collettivo sta cambiando pelle e confini, a parte gli sperimentalismi delle avanguardie artistiche che da sempre amano le provocazioni. 

Di fronte a questi scenari fantascientifici le teorie analitiche con le loro zone erogene, la libido, i sintomi somatici, ecc., impallidiscono e appaiono tentativi ingenui di rincorrere una realtà più veloce delle fantasie stesse.

La creatività, osserva la Chasseguet-Smirgel, costeggia la perversione, intesa nel senso di destrutturazione necessaria ad approdare a nuovi universi. Non trovo difficoltà ad applicare la sua visione a queste recenti utilizzazioni della cibernetica, che forse vorrebbe idealmente distruggere i vecchi corpi della donna e dell’uomo, una fisicità così miseramente caratterizzata, a favore di una sublimazione, di una corporeità inorganica, che si stacca da quella che l’ha in origine prodotta. 

Forse non c’è niente di nuovo in questi tentativi di trascendere il corpo, eccetto la tecnologia che li rende possibili.

Non posso fare a meno di ripensare a quelle donne anziane che ballavano nella piena consapevolezza della propria impotenza e deperibilità, con la stessa dignità dei grandi vecchi delle tribù indiane d’America, in piena sintonia e accettazione della ciclicità della vita.

Un’ultima «pillola di genere», per così dire, appare meno inquietante e fa pensare alla riscossa delle «ragazze informatiche». Se fossi giovane forse sarei tra loro o comunque le appoggerei.

Le chiamano hackergirl. 

Smentiscono la certezza che il settore informatico mondiale sia dominato da maschi bianchi che vivono nella Silicon Valley californiana. Rovesciano gli stereotipi che nascondono all’opinione pubblica l’universo femminile dell’hacking e le controculture digitali europee.

Un gruppo internazionale di donne appassionate alle tecnologie ha dato vita all’Eclectic Tech Carnival, un evento itinerante dedicato alle donne che vogliono capire e guidare le tecnologie anziché subirle passivamente. 

La manifestazione ha toccato città europee lontane dai centri statunitensi di potere politico e tecnologico, i quali solitamente vengono associati allo sviluppo dell’informatica. 

Al loro centro non c’è solo il software libero e open source, descritto come «uno strumento per avere più controllo e libertà sui nostri progetti», ma una vera e propria filosofia di vita che rifiuta il paternalismo con cui molte donne delegano all’uomo di turno il ruolo di tecnico o di riparatore. 

Per essere indipendenti dai cosiddetti esperti e dalle figure autoritarie, vengono promossi l’autoapprendimento

e il fai-da-te per riparare da sole computer, automobili e biciclette.

Nuove creatività di donne che vogliono essere libere, indipendenti e aperte al futuro.

Concludendo: le idealizzazioni, le teorizzazioni intellettuali, i miti femminili del passato, rischiano a volte di assorbire le energie e lo spazio mentali che servono alla sfida del presente.

Quante volte le donne di oggi si trovano perplesse, a non saper cosa fare, dove rivolgersi, perché non funziona più nulla di quanto credevano di sapere e aver acquisito? 

Con i figli, i compagni di vita, il lavoro, la vita pratica. Sono saltate abitudini, convenzioni, gli automatismi sono in mutamento. 

Le richieste dall’esterno incalzanti. Ci vuole ben più della creatività per reggere il ritmo.

Carla Lonzi, tra le fondatrici del femminismo italiano, diceva: dopo duemila anni di assenza delle donne dalla storia, «approfittiamo di questa assenza». Ovvero diamo credito a questa strana esistenza, fatta di lacune, di tanto anonimato, di incomprensibili rimozioni, ben diversa dalla storia degli uomini, costituita di fatti noti, delle conquiste, delle guerre, delle scoperte e invenzioni. 

Questa assenza ci dà anche libertà.

Può farci dire: non siamo state noi a fare questo o quest’altro. Non possiamo oggi caricarci moralmente di tutti i problemi e degli effetti di un modello di sviluppo ormai decadente, che è stato voluto, attuato e ancora pervicacemente incentivato a tutti i costi dagli uomini. Hanno sporcato la casa e ora ci chiamano a pulirla. Con i loro strumenti, codici, leggi, con i loro ricatti? No grazie.

Forse le donne lo faranno anche, ma con dei no chiari e forti su quanto non corrisponde loro, facendosi venire i dubbi sulle proprie collusioni con il sistema, non regalando energie a progetti e persone con le quali c’è poco da spartire, e infine con tanto lavoro di base, anche silenzioso, ma divergente, dissenziente nei fatti. Cioè... creativo.

Non aver paura di divergere è un’altra premessa indispensabile della creatività, anche nelle soluzioni ai problemi più semplici. Non alimentare un sistema che alla creatività si oppone e che ne ha paura, sostenere chi non lo alimenta, sfuggire al controllo dei media e rifiutare la sua fittizia creatività orientata al consumo, riconoscere le seduzioni, le induzioni e i condizionamenti di un potere che nelle forme e nella sostanza è ancora tutto di stampo maschile, anche se, solo in apparenza, forse, meno patriarcale.

C’e molto da poter fare, se si smette di fare altro.

 

Elena Liotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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