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22-30 ottobre
III edizione del Festival
Internazionale del Film di Roma
Anna Magnani:
omaggio a “mamma Roma”
Che
cosa si può ancora scrivere su ciò che si è detto, parlato,
raccontato su Anna Magnani, l’antidiva per eccellenza, senza
cadere nella retorica più trita e ritrita?
Ovvero
l’attrice che meglio ha rappresentato attraverso la sua
personalità lo specchio dell’Italia del dopoguerra.
Inimitabile
popolana focosa, sboccata e allo stesso tempo sensibile e
generosa, incarnazione dei valori genuini di un’Italia che
forse, purtroppo non c’è più.
Un
grande scrittore come Alberto Moravia colse alla perfezione la
grande umanità della donna Anna Magnani, prima ancora che
attrice: «Ricordo una serata, diciamo così, tipica con Anna
Magnani e Pier Paolo Pasolini, ai tempi relativamente recenti di Mamma
Roma.
Le
proponemmo di scegliere fra un ristorante qualsiasi e un noto
locale cosiddetto caratteristico, decorato nello stile della Roma
rustica e papalina con selle e finimenti di cavalli, carri da vino
con il soffietto dipinto, spiedi di ferro, pentole e teglie di
rame, tavoloni e sgabelloni di quercia, botti, barili e bicchieri
col fondo grosso, dove, sicuramente, il suo mito personale avrebbe
trovato una collocazione immediata.
Scelse
subito, sia pure con scettica e sarcastica accondiscendenza, il
locale caratteristico. E una volta seduta in un tavolo un po’
appartato nella piazzetta trasteverina gremita di turisti
americani, ebbe un primo movimento di delusione vedendo che il suo
arrivo non aveva provocato la consueta curiosità.
Ma
questa distrazione durò poco.
Erano
appena passati cinque minuti che tre o quattro fotografi già
stavano inginocchiati intorno a noi cercando di riprendere
“Nannarella” a cui il chitarrista lusinghiero e familiare, un
piede sul piolo della seggiola, la chitarra sulle ginocchia,
andava propinando nell’orecchio le parole sussurrate della sua
canzone.
Intanto
da tutti i tavoli gli avventori stranieri avvertiti da
accompagnatori e ciceroni si voltavano per guardarla; e dalla
frangia di donnette e di ragazzini che se ne stavano intorno in
piedi a godersi la musica, si levavano applausi e invocazioni.
Guardai in quel momento Anna Magnani e vidi che, chiaramente, essa
non partecipava che a metà a questa specie di improvvisata
rappresentazione.
Certo
i suoi occhi magnetici brillavano di eccitazione non finta; certo
la celebre risata crudele e aggressiva si accendeva con perfetta
naturalezza sul viso un po’ stanco e macerato; ma al tempo
stesso c'era in lei qualche cosa di amaro, di malsicuro e di
deluso.
Era,
sì, l’attrice celebre, il personaggio rappresentativo; ma,
insieme, per una contraddizione amara della sua strana e ombrosa
umiltà, forse dubitava di esserlo davvero oppure avrebbe voluto
esserlo in un altro modo.
Il
suo narcisismo scontento e diffidente le faceva forse subodorare
nella sua popolarità qualche cosa di inautentico, un po’
analogo alla decorazione del ristorante in cui in quel momento si
trovava.
Ma
probabilmente si rendeva pure conto che ogni popolarità è
fondata su un malinteso; e che la sua, almeno, poteva contare su
un’originaria carta di nobiltà genuina e indiscutibile».
Non
è un caso che era la stessa Magnani a suggerirci un autoritratto
ben lontano da facili etichette, lasciando trasparire un’umiltà
e una complessità commoventi: «Non so se sono un’attrice,
una grande attrice o una grande artista. Non so se sono capace a
recitare. Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila
donne. Ho solo bisogno d’incontrarle. Devono essere vere, ecco
tutto».
Tutto
il cinema recitato da Anna Magnani è autentico.
Non
solo Roma città aperta o Mamma
Roma, o Bellissima.
Proprio
perché in lei si compiva un piccolo e grande miracolo: tra le
luci e le ombre, magari anche dietro uno scenario di cartapesta,
davanti alla macchina da presa, la realtà quotidiana prendeva
corpo attraverso di lei. E il finto, il barocco, l’inessenziale
spariva.
Ecco
perché non esiste nessun brutto film con Anna Magnani.
Ecco
perché il senso profondo di questa rassegna, curata dalla
Cineteca Nazionale in collaborazione con il Festival
Internazionale del Film di Roma: Anna Magnani, l’attrice per
eccellenza. Meglio lasciare posto alle immagini, testimonianze
vive di un’artista a 360°.
Domenico
Monetti
mercoledì 22
ore 17.00
Tempo massimo (1934)
Regia:
Mario Mattòli; soggetto e sceneggiatura. M. Mattòli; fotografia:
Carlo Montuori; musica: Vittorio Mascheroni, Virgilio Ripa;
montaggio: Giacomo Gentilomo; interpreti: Vittorio De Sica, Milly,
Camillo Pilotto, Enrico Viarisio, Anna Magnani, Ermanno Roveri;
origine: Italia; produzione: Za-Bum; durata: 78’
«Esordio di Mario Mattòli
alla regia, dopo essere stato attivo nella rivista e nella
produzione cinematografica con il marchio Zabum. Il film è una
piacevole e movimentata, commedia scritta dallo stesso regista,
che tocca temi simili al genere americano della “screwball
commedy” che veniva lanciato nello stesso anno, il 1934, in
America con Accadde
una notte di Capra.
Nello
specifico, con la storia del giovane studioso (De Sica) protetto
dalla zia agata (Amelia Chellini) sulla cui vita precipita
(letteralmente) la valanga femminile Milly a sconvolgergli le
sicurezze e le abitudini, propone con originalità e tempismo il
tema della battaglia dei sessi.
L'uomo acculturato e imbranato e
la donna sportiva è un binomio classico della commedia americana
che vedremo in Susanna di Hawks (1937). Il film ha un gran ritmo, diverse trovate, un giusto
mix di ruoli, con il promesso sposo antipatico e molto vicino
all'uomo fascista (Ermanno Roveri), il maggiordomo di lui (Camillo
Pilotto) perfetto e umoristico, la dama di lei (una Anna Magnani
al debutto, intrigante e fascinosa), e l’uomo della dama
protagonista di un classico scambio di identità (un grande Enrico
Viarisio).
Tempo Massimo è un esempio di commedia sentimental surreale, una testimonianza di
come il cinema dei primi anni del sonoro fosse più libero e meno
ingessato di quello successivo dei telefoni bianchi. A quei tempi
la Cines era praticamente la sola casa di produzione del cinema
italiano, mentre la produzione stentava a raggiungere i 40 film
l’anno. Ambientato a Milano il film esprime anche una buona
caratterizzazione regionale con Giuseppe Barrella che “prestò
la veemenza del suo meneghino a una figurinetta d’autista”
(Dino Falconi, 1935)» (Federico Passi).
Versione
restaurata da Cineteca Nazionale, Ripley’s Film, in collaborazione con
Marzi Srl
ore
19.00
La principessa Tarakanova (1938)
Regia:
Fëdor Ozep, Mario Soldati; soggetto: Ladislao Vajda, André Lang;
sceneggiatura: Evelina Levi, M. Soldati, Henri Jeanson;
fotografia: Curt Courant, Massimo Terzano, Renato Del Frate;
montaggio: Ferdinando Maria Poggioli; origine: Francia, Italia;
produzione: S.A.I. Film Internazionali, Chronos Films, Néro Film;
durata: 89’
«A
Venezia, dove ha la sua corte la principessa Tarakanova – che
vanta presunti diritti al trono di Russia –, arriva il conte
Orloff, emissario dell'imperatrice Caterina. Dovrebbe catturarla,
ma s’innamora di lei. La cornice schiaccia il quadro: sfarzose
scenografie, bella musica di Zandonai, grande spettacolo in
costume [...]. C’è A. Magnani che fa la camerista e
s’intravede Alberto Sordi al suo esordio. [...] Sullo stesso
argomento un film (1930) di Raymond Bernard. Il vero nome di Ozep
è Fjodor Otsep: fu uno dei pionieri del cinema sovietico,
trasferitosi poi nel 1928 in Germania; cacciato dai nazisti si
rifugiò in Francia dove diede il meglio di sé finché la guerra
lo costrinse a emigrare prima in Canada, poi negli USA dove morì
nel ’49» (Morandini).
ore
21.00
Teresa Venerdì (1941)
Regia:
Vittorio De Sica; soggetto: Rudolf Török; sceneggiatura: V. De
Sica, Gherardo Gherardi, Margherita Maglione, Franco Riganti;
fotografia: Vincenzo Seratrice; musica: Renzo Rossellini;
montaggio: Mario Bonotti; interpreti: Adriana Benetti, V. De Sica,
Irasema Dilian, Anna Magnani, Virgilio Riento, Giuditta Rissone;
origine: Italia; produzione: A.C.I. (Alleanza Cinematografica
Italiana), Europa Film; durata: 92’
«Medico
rubacuori di successo e pieno di debiti, afflitto da un’amante
invadente e da una fidanzata sciocchina, incontra un’orfanella
che, liberatolo delle due noiose, conquista il suo cuore e gli fa
mettere giudizio. Ispirato a un romanzo di Rudolf Török, si
distingue per il garbo della costruzione narrativa, l’esperta
guida degli attori, la credibilità dei personaggi. Basterebbe A.
Magnani nel personaggio della canzonettista Loletta Prima per
raccomandarlo. Contribuirono alla sceneggiatura C. Zavattini e
Aldo De Benedetti senza firmare: l’uno perché lavorò di
nascosto, l’altro per motivi razziali (ebreo). Altro titolo: Il gallo della Checca»
(Morandini).
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