Il meglio,
forse, la commedia
all’italiana lo ha dato quando è riuscita a rappresentare
un’antropologia di perdenti, uomini senza arte né parte che si
trovavano a sopravvivere.
Da parte dei registi c’era uno sguardo
pieno di pietas (frammista a una sana cattiveria), che superava le
divisioni manichee del bene e del male.
Ecco, il cinema di Ettore
Scola è riuscito a rappresentare meglio di altri questo umanesimo
di personaggi a tutto tondo che hanno avuto difficoltà a
comprendere le ricette dell’esistenza.
Un umanesimo talmente
verosimile nei suoi tic e ossessioni che un po’ tutti vi ci
possiamo riconoscere. Scrive a tal proposito Ennio Bíspuri, nel
suo toccante volume Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano (Bulzoni editori,
Roma, 2006, p. 341): «Scola è un autore che si è sempre
distinto, in ogni sua singola opera, [...] per un umanesimo di
fondo, senza il quale i suoi film non avrebbero lasciato una
traccia tanto profonda nell’immaginario collettivo e nella
cultura italiana.
Come tutti gli artisti che scendono in profondità
nell’analizzare il rapporto tra gli esseri umani e la loro
esistenza, Scola ci parla dei nostri problemi, ma li osserva da
una prospettiva che li pone su un piano superiore rispetto a
quello che si esaurisce nel quotidiano e nel divenire concreto e
banale.
Affronta tematiche che spaziano nella filosofia e nella
vita che si consuma nel Tempo, come gli ideali che tramontano, le
difficoltà dell’amore e dell’amicizia, la drammaticità delle
scelte, l’imponderabilità degli eventi esterni che ci
condizionano, il sopraggiungere inesorabile della vecchiaia e
della morte».
Attraverso il volto e il corpo degli attori (Gassman,
Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Troisi), Scola ha raccontato una
storia d’Italia in cifre stilistiche personali sempre diverse,
ma con un’attenzione verso l’essere umano - così
continuamente viva - da regalare risultati sorprendenti nella loro modernità
narrativa.
Risultato
sono: la coralità
in C’eravamo tanto amati,
l’intimistico minimale in Una
giornata particolare, o il magnifico viaggio nel tempo di Ballando ballando, film che «si articola in episodi che
ripropongono in epoche differenti una medesima situazione: uomini
soli e donne sole che vanno a ballare per conquistare ed essere
conquistati.>>
Un canovaccio sul quale una meticolosa sceneggiatura
innestò una miriade di situazioni grottesche, paradossali, da
clownerie triste, personaggi che vivevano immersi nei loro tic,
occhiate seduttive e occhiatacce, alzate di spalle, sospiri,
sbuffi.» (Stefano Masi, Ettore
Scola. Uno sguardo acuto e ironico sull’Italia e gli italiani
degli ultimi quarant’anni, Gremese editore, Roma, 2006, p.
83).