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           Un professore nel cinema: Luigi Chiarini.     

a cura di Domenico Monetti - CSC  

 

 

A cento anni dalla nascita, e a trentacinque dalla morte, la Cineteca Nazionale vuole omaggiare un maestro, ingiustamente e troppo spesso dimenticato: Luigi Chiarini. 

In un prezioso, quanto memorabile, volumetto Luigi Chiarini 1900 - 1975 «Il film è un’arte, il cinema è un’industria» (CSC, 2001), il curatore Orio Caldiron scriveva: 

«Quello di ricordare Luigi Chiarini – un nome che forse dice poco o nulla ai giovani cinefili di oggi, ma che ha detto moltissimo alla mia generazione, oltre che a quella che mi ha preceduto e ad un paio di generazioni dopo la mia – non è solo un diritto e un dovere per il Centro Sperimentale di Cinematografia [...], un’istituzione che a metà degli anni ’30 egli contribuì a promuovere – erede matura della blasettiana Scuola Nazionale di Cinematografia dei primi anni ’30 –, che nel 1935 inaugurò e che, da allora sino all’avviato dopoguerra, quando da destra lo cacciarono dal suo posto di comando a Via Tuscolana 1524, egli resse con grande sapienza didattica, con illuminata apertura culturale (si pensi al rapporto diarchico che la C.S.C. si stabilì fra lui e quell’Umberto Barbaro, che tutti sapevano comunista) e con il colto amore al cinema che ebbe per oltre quaranta anni». 

E, come scriveva giustamente l’amico Francesco Savio, «Chiarini è stato un grande “operatore culturale”. Ha fondato il Centro Sperimentale e i periodici “Bianco e Nero” e “Rivista del Cinema Italiano”; ha curato, per Laterza e Bulzoni, due collane di studi sullo spettacolo; ha diretto sei edizioni della Mostra di Venezia; ha insegnato – primo in Italia – Storia e critica del cinema nelle Università (a Pisa e poi a Urbino, presso l’Istituto dello spettacolo di sua creazione); ha scritto libri di teoria e d’intervento, curato la critica cinematografica su “Il Contemporaneo” e dato il suo contributo all’“Enciclopedia dello Spettacolo”; ha diretto cinque film – tre dei quali assai validi – e collaborato a varie sceneggiature. In quest’attività infaticabile lo sorresse il suo gusto per il cinema d’arte e lo spronò una tenace allergia al cinema mercantile e filisteo». 

Memorabile risulta poi la sua esperienza da direttore alla Mostra del Cinema di Venezia, raccontata da un testimone d’eccezione come Tullio Kezich che lavorò al suo fianco per tre lunghi e intensi anni: «Mercuriale e imprevedibile nella gestione della quotidianità, il Professore fu sempre fermissimo sulle linee generali della sua direzione. 

Per la Mostra di Venezia, che gli fu affidata in un momento di piena decadenza dell’istituzione anche dal punto di vista dei finanziamenti, Chiarini ideò una cura drastica. 

Fin dall’inizio il suo proposito fu quello di allineare la manifestazione cinematografica alla Biennale d’arte; e quindi di ignorare, riferendosi alla sua distinzione teorica fra cinema e film, tutto ciò che riguardava il primo termine (affari, mondanità, opportunità di lancio, equilibri diplomatici) e puntando esclusivamente sul secondo. 

Intendeva fare del Palazzo del cinema un’appendice della mostra d’arti figurative, il padiglione internazionale della produzione d’autore. 

La scelta radicale gli procurò l’odio delle “contesse”, allora imperanti al Lido, per l’improvviso calo del livello mondano. Lo odiarono osti e albergatori ritenendo che la sua linea avrebbe prodotto una fuga della clientela, tanto che a un certo punto riempirono i muri del Lido di manifesti verdi con la scritta “Via Chiarini!”. [...] 

Oggi mi rendo conto che Chiarini poteva fare a meno dei divi perché il grande richiamo massmediologico della Mostra era lui: nei mesi a ridosso dell’inaugurazione, per un motivo o per l’altro, finiva sempre sui giornali e non di rado in prima pagina. 

[...] In definitiva ci si può chiedere che cosa dirà la storia del nostro eroe? Dirà che da intellettuale spregiudicato, non di rado ispido e discutibile, lascia un’imbarazzante lezione di indipendenza assoluta. Qualcuno continuerà a ripetere, per spiegare tutto, che Chiarini aveva un brutto carattere. 

A quest’accusa, pero', il Professore ha già risposto in vita con una frase famosa: “In Italia quando dicono che hai un brutto carattere, vuol solo dire che hai un carattere”».

 

   

 

 

 

 

 

 

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