IL POSTO DELLE FRAGOLE

 

Celebre film di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole (1957) è la storia di un anziano professore, di un ultimo viaggio, di una lieta conversione. La pellicola svedese racconta di un uomo nascosto a lungo dietro una maschera che riesce a opporsi ad una vita sbagliata grazie alla riscoperta degli affetti quali valori primari dell’esistenza.

Per Isak Borg, protagonista della sceneggiatura, il posto delle fragole è un luogo speciale dell’infanzia a cui è legato il ricordo di un momento felice. Il capolavoro di Bergman rappresenta una meditazione sulla vita e sulla morte, sul tempo, sul cambiamento; una riconciliazione con se stessi e con il resto del mondo.

Una simile matrice esistenzialista caratterizza il nuovo ciclo di opere di Daniela Carati. Realizzati tra Genova, Lipsia e New York, gli scatti dell’artista bolognese d’origine ma ormai genovese d’adozione, ripercorrono tutti i suoi temi cari sottolineando in particolar modo l’importanza delle relazioni umane - si fanno foto non solo per mostrare ciò che bisognerebbe ammirare, ma per rivelare ciò che occorre affrontare, deplorare...correggere (Susan Sontag, Sulla fotografia).

L’ultima serie fotografica dell’artista costituisce un  viaggio attraverso la (propria) vita, una peregrinazione dentro e fuori di sé.  Il titolo della personale genovese All All and All - rimando all’omonima poesia di Dylan Thomas - è quasi una dichiarazione di intenti: Daniela negli ultimi due anni ha indagato l’intero campo del conoscibile, riproponendo paesaggi rurali così come vedute urbane, singoli individui e piccole folle di attori in chiave teatrale e scenografica -  infatti, non è attraverso la pittura che la fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il teatro (Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, 1980). 

La ricerca di Daniela ha rappresentato, sin dagli esordi, una limpida testimonianza del comportamento dell’uomo contemporaneo, un’analisi sociale sulle contraddizioni e le malattie morali della nostra epoca operata con una totale franchezza nella rivelazione dell’essenza dei soggetti. 

Sfumata in varie declinazioni, la poetica dell’artista è tutta giocata su scansioni immediate, pulite, quasi asettiche della realtà. Tuttavia, una sottile e tagliente vena ironica percorre tutta la produzione.

Anche le nuove immagini combinate sono un preciso affresco sulla realtà contemporanea enorme e mutevole, assurda e deforme. Con la sua macchina analogica Daniela si è mescolata alle più diverse situazioni. 

L’utilizzo dell’apparecchio fotografico le ha così permesso di allargare la propria esperienza, di cogliere quello di cui nemmeno il soggetto ritratto è consapevole, ciò che a occhio nudo non sarebbe percepibile. 

Compiaciuta di un gusto vagamente surrealista, in questi nuovi lavori, e per la prima volta, ha utilizzato la manipolazione digitale dell’immagine praticando una sorta di “copia” e “incolla” di personaggi e oggetti in bilico tra fantasia e informazione. I suoi montaggi sono abbreviazioni, sintesi, citazioni di appunti personali.

L’atmosfera che ne deriva è irreale, trasognata, non sense. La consueta obiettività dello stile viene meno. A livello percettivo realtà e finzione si (con)fondono dando adito a qualsiasi interpretazione. 

In questo ultimo ciclo di opere l’artista introduce un elemento assolutamente nuovo, racconta se stessa, la sua personale visione del mondo. La sua attitudine nei confronti dello scenario contemporaneo non è semplicemente intuibile ma volontariamente palesata.

Attraverso la fotografia Daniela ha confezionato la realtà con indizi e allusioni che testimoniano il bisogno personale, tuttavia collettivo, di guardare il mondo con occhi nuovi. Le sue immagini levigate rappresentano contesti reali intessuti di fantasia, scene illusorie, verità allucinate. 

Si tratta di nuove realtà fabbricate per mano dell’artista che celano innumerevoli sfumature e attrattive. Frutto dell’interazione di diversi canali comunicativi, rappresentano, inoltre, una sorta di analisi metafotografica, una riflessione sul linguaggio fotografico in sé e sulla percezione visiva.

Le foto di Daniela sorprendono per il loro grande potere di seduzione, rinviano a un qualcosa disottaciuto, nascosto dentro di noi, un imprevisto, un particolare - come il punctum di Barthes  - che colpisce lo spettatore, qualcosa di indefinibile, immediato e incisivo quanto latente. 

Lo spettatore è libero di indugiare sulle singole immagini. Reinventate, rivisitate, ricostruite, non sono riconducibilia una lettura univoca. Per la loro straordinaria forza espansiva, paradossalmente, le fotografie di Daniela andrebbero osservate a occhi chiusi.

Valeria De Simoni

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