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a
cura di Domenico
Monetti
Armando
Crispino rappresenta un enigma tutto italiano.
Cinema
di genere? Cinema d’autore?
Semplicemente
indefinibile. Al di là di qualsiasi etichetta.
Miseria
delle miserie è stato quando sono stati rivalutati i cosiddetti
b-movies, una volta bersagli preferiti dei cosiddetti vice nella
stampa quotidiana o nel caso migliore sistematicamente ignorati
dalle sedi accademiche, mentre del cinema di Armando Crispino non
si è ricordato nessuno, salvo le consuete e lodevoli eccezioni
che confermano una triste regola.
Cominciamo
quindi a interrogarci su chi era Armando Crispino, facendoci
aiutare non soltanto dalla riemersione di alcune sue pellicole ma
anche dal bellissimo documentario del figlio Francesco.
Linee
d’ombra, come recita la voice over all’inizio del film, è
quel limite superato il quale, a un certo punto della nostra vita,
non si può più guardare soltanto davanti a sé, ma si è
richiamati dall’impulso a voltarsi indietro per vedere anche ciò
che è stato.
La
linea d’ombra è dunque quel limite sotto il quale possiamo
ritrovare le nostre radici, quella memoria che si può riportare
in superficie soltanto scavando nel terreno che la custodisce.
Dal
figlio al padre: percorso a ritroso di un figlio che, attraverso
il cinema, cerca un incontro con il padre (non è un caso che la
regia del documentario è accreditata anche ad Armando, scomparso
nel 2003).
Dal
padre al figlio: in questa indagine sulle tracce paterne vi appare
un’analisi del cinema di genere degli anni Sessanta e Settanta,
perfetta zona d’ombra, esplorata solo superficialmente e spesso
lasciata nelle mani entusiaste ma spesso irragionevoli delle
fanzines.
In
questo transfert cinefilo Francesco diventa il teorico, lo
spettatore attento che scrive, il critico ideale che il padre (non
solo quello biologico ma il Cinema in tutte le sue forme e
declinazioni) avrebbe voluto leggere sulle pagine di qualche
rivista.
Due
intellettuali a confronto. Nei primi anni del secondo dopoguerra
Armando Crispino fu redattore della terza pagina dell’edizione
torinese de «L’Unità» insieme a Raf Vallone.
Successivamente,
passando dalla critica al set e da Torino a Roma, diventò uno dei
più ricercati aiuto registi in circolazione.
Negli
anni Cinquanta è infatti sul set con Comencini, Germi, Camerini,
Provenzale e, soprattutto, con Antonio Pietrangeli, con cui inizia
un vero e proprio sodalizio e per il quale diventa anche
sceneggiatore. Crispino passa alla regia alla metà degli anni
Sessanta e tra il 1966 e il 1976 realizza otto lungometraggi e un
episodio (non accreditato) de L’amore difficile.
La
crisi del cinema italiano che si sviluppa dalla metà degli anni
Settanta gli impedisce di portare avanti altri progetti per lo
schermo. Come scrive giustamente Simone Ghelli, Armando Crispino
«seppe coniugare la sua sensibilità di intellettuale alla
necessità di doversi rivolgere a un pubblico più “popolare”.
Come
regista e sceneggiatore attraversò i generi più disparati –
dai musicarelli al western, passando per la commedia e il giallo
– con uno stile ben definibile, capace di maneggiare i materiali
più eterogenei, da quelli culturalmente “alti” – come ad
esempio in La badessa di
Castro (1974) – a quelli più “bassi”, come poteva
essere ad esempio considerato il nascente genere giallo in Italia
(L’etrusco uccide ancora,
1972, e Macchie solari,
1974).
Nonostante
ciò, o forse proprio per questo, Crispino è rimasto un autore
relegato nell’ombra, anche in un’epoca in cui il mercato – e
con esso la critica – ha deciso di sdoganare gran parte del
cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta».
Ed
ecco che un certo cinema artigianale mediato intellettualmente da
un cineasta colto come Armando Crispino diventa l’occasione per
il figlio Francesco e per noi spettatori di scoprire e conservare
un immaginario cinematografico ma anche storico che sta sparendo
velocemente nei sempre più omologanti pixel televisivi.
La
militanza delle immagini in movimento contro quelle
“semoventi” televisive. Il ritrovarsi di un figlio sulle opere
del padre. Cinefilia essenziale ed esistenziale. I film come la
vita. E viceversa.
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