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In
ricordo di Raffaele Andreassi
a
cura di Domenico
Monetti
Giornalista.
Poeta. Regista. Soprattutto di documentari.
Nella
sua filmografia si contano pochi lungometraggi a soggetto, ma nel
settore del documentario ha realizzato quasi duecento corti e
mediometraggi, di cui oltre cinquanta sono documentari
d’arte.
Andreassi,
fin dagli anni Sessanta, è stato anche sceneggiatore, direttore
di fotografia e montatore dei suoi film.
Sull’evoluzione
dei documentari d’arte del regista, ha scritto Paola Scremin che
«alla fine degli anni quaranta, Andreassi approda alla poesia e
alla letteratura e, di lì a pochi anni, inizia la sua ricerca in
campo fotografico.
Siamo
nell’epoca d’oro del documentario d’arte.
Registi,
anche alle prime armi, sono intenti a girare sui quadri (ottimi
pretesti per tarare la tavolozza cromatica delle prime pellicole
Ferraniacolor), mentre gli storici dell’arte scoprono un nuovo
strumento di divulgazione e, all’interno del dibattito teorico,
fanno la voce un po’ grossa verso i primi per ribadire un metodo
o una grammatica filmica idonei alla ripresa di questi oggetti
densi di significati formali (è il caso di Longhi-Barbaro e
Ragghianti).
Raffaele
Andreassi passa quasi inosservato.
I
suoi documentari sull’arte rispondono a esigenze per lo più di
intrattenimento, e seguono, nella maggior parte dei casi, lo
schema dei prodotti allora sul mercato: una serie di quadri
commentati da una voce fuori campo.
In
questi anni Andreassi studia, osserva e riflette sul significato
di un’immagine. [...] Pratica il cinema e la fotografia,
sperimenta le leggi del colore e della luce [...]. Inoltre,
esercita lo sguardo sull’arte contemporanea anche attraverso le
riproduzioni di fotocolors che
allora iniziavano ad invadere il mercato.
La
cultura storico artistica, fin qui privilegio di pochi, cominciava
ad espandersi.
Il
cinema neorealista lo aveva affascinato nelle sue note di realtà
e poesia quotidiana [...]. Forme e colori del paesaggio, volti e
ambienti lo attraggono nella misura in cui riescono a diventare
significativi stati d’animo ed emozioni [...].
Alla
fine degli anni cinquanta il suo documentario è già privo di
commento parlato [...]. Il documentario di Andreassi “non
parla”, suggerisce con discrezione attraverso piccole
annotazioni insistite, dettagli dal sapore introspettivo, ritmi a
volte lenti e veloci, a seconda della necessità e del caso.
Sempre
negli anni sessanta Andreassi ha lavorato per la Rai come ideatore
e regista di inchieste giornalistiche di varia natura: politica,
economica, sportiva, culturale e di costume.
Ha
inoltre diretto diversi caroselli. Di particolare interesse è il
suo lungometraggio di finzione, Flashback
(1968), affascinante esempio di cinema psicologico, che purtroppo
al tempo ebbe una distribuzione limitatissima.
Autore
più unico che raro, Raffaele Andreassi è un regista molto amato
dalla Cineteca Nazionale che gli ha reso omaggio in svariate
occasioni: al Cinema Trevi nel maggio 2005; alla Mostra del Cinema
di Venezia nel 2006 con la proiezione dell’inarrivabile Antonio Ligabue pittore (1965) e nel 2008 con Flashback all’interno della retrospettiva Questi fantasmi. Cinema italiano ritrovato (1946-1975), curata da
Sergio Toffetti e Tatti Sanguineti.
Andreassi
ci ha lasciati da poco.
Un
commosso e rinnovato saluto dove, a essere protagoniste non sono,
per una volta, le troppe parole, ma le immagini del suo
cinema. Enigmaticamente naturali.
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