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di
Roberto Laneri
Collegio
dei docenti in un conservatorio dell’Italia centrale,
ventunesimo secolo. Il direttore legge una lista di proposte di
corsi straordinari da sottoporre all’approvazione del
collegio, tra cui il corso di canto armonico (tenuto da chi scrive).
In
una pausa della voce del direttore, s’inserisce un’altra
voce, sonora e baritonale, che esclama testualmente:
“Ahò,
ma che è ‘sto canto armonico?”
Per
la cronaca, la voce in questione era quella, ben impostata, di uno degli insegnanti di canto.
Potrei
citare altri episodi simili, da cui si deduce che molti, anche
addetti ai lavori, non hanno idea di cosa sia il canto armonico,
che è quella cosa di cui “mi occupo”, per usare
un’espressione non proprio elegante, dal 1972.
“Occuparmene” significa praticarlo in diversi contesti, che
vanno dall’attività concertistica all’insegnamento alla
scrittura.
Vi
sono poi molti altri che credono di sapere cos’è il canto
armonico, oppure che vogliono far credere di saperlo, come
quando mi trovo a cena da amici, e cortesi sconosciuti mi
chiedono di cosa mi occupo. Quando rispondo che mi occupo di
canto armonico c’è chi non dice nulla e si esibisce in
imbarazzati segni di assenso; poi c’è chi osa fare la stessa
domanda del mio collega insegnante di canto, magari ponendola
con un po’ più di grazia. Da questo punto in poi, avrebbe
detto Heisenberg, lo scopritore del principio d’indeterminazione che porta il suo nome, dipende.
Dipende
soprattutto dal mood
di chi scrive. A volte dò prova di sottile sadismo, e introduco
con disinvoltura nella conversazione termini come kargiraa,
khöömeij, temperamento equabile, sospensione del dialogo
mentale e comma
pitagorico. Dopodiché la conversazione può languire, come
prima, oppure assumere le forme più varie. Tra queste, ecco
alcune tra le più frequenti:
Ah,
sì.
Ah
sì, sono tecniche orientali.
Una
specie di canto gregoriano.
Una
roba un po’ indiana.
Una
cosa che fanno in Tibet.
Lo
fanno anche in Sardegna.
Quello
in cui non si respira mai.
C’entra
con la meditazione.
Naturalmente,
vi sono anche coloro che il canto armonico lo conoscono
benissimo, perché lo praticano, ma ho l’impressione che non
siano la maggioranza.
Allora,
ho pensato di scrivere qualcosa che veramente, e per quanto
possibile, dia definizioni chiare. Di più la parola scritta non
può fare, a meno che non sia poesia, e della migliore. Ci
vorrebbe un haiku, di
quelli proprio zen, ma
non mi viene. “Il resto è silenzio,” per dirla con Amleto;
o se preferite “di ciò
di cui non si può parlare si deve tacere,” per dirla con
Wittgenstein.
Tutto
questo per dire che le parole non possono trasmettere
l’esperienza del canto armonico, proprio in quanto si tratta
di esperienza, per ciò stesso cosa diversa dalla sua
descrizione. Nel migliore dei casi, le parole possono evocare
degli schemi rappresentativi condivisi, come quando due o più
persone parlano di un’esperienza che hanno vissuto insieme, e
anche lì ci sarebbe molto da dire e non dire…
Come
ben si vede, sarebbe stato meglio evitare la filosofia, che di
solito porta a delle incertezze insormontabili (il che, tra
l’altro, nell’ambiente viene spesso ritenuta una buona
cosa), per cui d’ora in poi mi atterrò ai fatti (per così
dire).
E
dunque, i fatti sono questi: in alcune parti del mondo si
praticano tuttora forme di canto assai dissimili dall’idea di
canto comunemente accettata, anche se quest’ultima è qualcosa
di simile al “comune senso del pudore”, in nome del quale
sono stati condannati libri e scrittori che oggi arrossirebbero
davanti al Grande fratello in prima serata. Comunque sia, e
relativismo a parte, alcune differenze importanti vi sono.
Proviamo a vederne qualcuna.
Innanzitutto
il suono stesso della voce. Di norma, una voce è facilmente
decodificabile in termini di frequenze, il che, tradotto in
italiano normale e non da fisica acustica, significa che la voce
solitamente viene usata in funzione melodica, per cantare
melodie.
Il
canto tantrico rituale tibetano, a esempio, non si può
“ricantare”, come quando si canta una canzone che abbiamo
appena ascoltato alla radio, perché non c’è melodia oltre un
vago oscillare, e d’altra parte il suono stesso della voce
appare talmente complesso che non si riesce ad imitare nella
misura in cui, poniamo, si riesce ad imitare uno stornello
romano o un cantante di blues.
D’altra
parte, è proprio quel suono strano e profondo, che sembra
evocare un Louis Armstrong buddista, a dare quel brivido lungo
la spina dorsale, piccola sferzata alla kundalini,
che forse è la ragione per cui si dice che in Tibet
questo tipo di canto sia stato praticato per molto molto tempo,
ragion per cui abbiamo cominciato a praticarlo anche in
occidente.
Prendiamo
un altro esempio, un canto tradizionale Tuva
o della Buriazia.
Qui all’inizio sembrerebbe una cosa più semplice, perché si
percepisce un melodia alquanto pentatonica,
ma poi sembra che la voce si sdoppi in due parti nettamente
differenziate, l’una una sorta di bordone, l’altra una sorta
di fischio più acuto che intona familiari intervalli di seconda
e di terza. Insomma, anche questa si direbbe una cosa difficile
assai da imparare.
Il
canto tibetano e le varie forme di throat-singing
(letteralmente: canto di gola) dell’Asia centrale
appartengono ad un corpus di
tecniche vocali che rendono più o meno chiaramente percepibile
lo spettro del suono, il che è la definizione che normalmente
si dà del canto armonico. A questo punto occorre comprendere il
termine “spettro”, (sottinteso: armonico), e anche una
piccola riflessione sulla natura del suono non sarebbe fuori
luogo.
Riguardo
non tanto la natura, quanto la fenomenologia del suono, essa si
suole analizzare e descrivere secondo vari parametri. I
principali sono:
1.l’altezza,
o più precisamente frequenza. Quando diciamo che un suono è più
alto rispetto ad un altro potremmo anche, più correttamente,
dire che il suono più acuto
è prodotto da qualcosa, ad esempio da una corda, che
vibra periodicamente più veloce del suono che percepiamo come
più grave. Così quando diciamo che il la
centrale del pianoforte è o dovrebbe essere intonato alla
frequenza di 440 vibrazioni al secondo
(o 440 Hertz, dal nome del fisico tedesco che legò la
vibrazione alla frequenza), sottintendiamo che quando il
martelletto colpisce le corde corrispondenti al la
centrale, queste cominciano a vibrare con regolarità 440 volte
in un secondo.
2.l’intensità,
detta più precisamente ampiezza, è il parametro che ci fa dire
che un suono è più o meno forte di un altro. Riferita
all’ampiezza della forma d’onda, un’onda che sulla carta o
sul monitor del
computer sembra avere dei picchi più alti risulterà anche più
forte.
3.il
timbro, parola di non facile comprensione, che si può definire
come il colore del suono.
La versione orchestrata da Ravel dei Quadri
di un’esposizione, scritti per pianoforte solo da Musorgskij, suona rispetto all’originale come un quadro
dipinto con colori ad olio rispetto ad un’incisione.
Detto
questo, potrebbe sembrare un parametro vago o soggettivo, ma non
è così. Di fatto, ogni suono ha il suo “spettro”
caratteristico, composto dall’insieme dei suoi componenti, che
si chiamano “suoni armonici”, o più semplicemente
“armonici”. Ciascuno di questi suoni
ha una sua evoluzione individuale nel tempo: nasce, raggiunge
uno o più picchi, decade e si spegne.
Quibdi,
il suono non è un fenomeno unidimensionale, e gli armonici si
possono definire come i suoi elementi costitutivi, né più né
meno delle particelle elementari rispetto alla materia. Questo
significa che di solito un suono qualsiasi è costituito da vari
suoni, che si chiamano suoni armonici e che solitamente non
vengono percepiti individualmente, bensì contribuiscono a
formarne il timbro, o colore caratteristico. La costellazione o
insieme degli armonici si chiama “spettro.”
Vi
sono musiche nel mondo che hanno sviluppato il controllo del
parametro “timbro”, mentre l’occidente ha privilegiato il
parametro “frequenza”. In poche parole, per noi la melodia
è sempre stata un elemento molto importante (forse il più
importante) nella musica, da cui il melodramma italiano, la
canzone napoletana e il festival di Sanremo, mentre altrove sono
nate “musiche su una nota sola”, come il canto tibetano e
tante altre.
I
fisici preferiscono la dizione “armoniche” mentre i
musicisti parlano di “armonici”.
Roberto
Laneri
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