|
di
Roberto Laneri
Mi ero ripromesso di non
parlare più del festival di Sanremo, per varie ragioni.
In
primis, perché il silenzio è l’arma migliore contro
l’esibizionismo cafone e invasivo (piccolo suggerimento gratis
all’opposizione: e se stampa e TV attuassero una moratoria e
si impegnassero a non nominare nemmeno Berlusconi per una
settimana?); in secundis
perché, non avendo ascoltato quest’anno nemmeno una delle
canzoni in programma, né essendomi sintonizzato su Raiuno
nemmeno per cinque secondi per tutta la durata del festival,
avendo inoltre puntualmente cambiato canale ogni volta che un TG
se ne occupava, ritenevo di essermi guadagnato il diritto al
silenzio (come ha scritto Wittgenstein, “di ciò di cui non si
può parlare si deve tacere”).
Dimenticavo, la conduttrice
del festival di quest’anno, Antonella Clerici, è una donna il
cui solo pensiero mi fa rabbrividire, la cui frequentazione,
anche solo catodica, potrebbe farmi seriamente considerare
l’omosessualità come una scelta dignitosa,
senonché poi
mi dico che dopotutto non si tratta di una donna vera, bensì di
una mostruosa replicante bionica, una sorta di wonder
woman programmata secondo coordinate nazional-popolari.
Poi un giorno, ero in macchina
con l’autoradio accesa, benché sintonizzata su radiotre
(proprio vero che ormai non c’è santuario che tenga…) e
arriva un’intervista a Carmen Consoli.
Dico subito che, non
ascoltando musica leggera, soprattutto italiana, ho idee molto
vaghe sulla signora in questione, di cui non saprei riconoscere
la voce, parlata o cantata che sia.
Presumo che la signora stessa
abbia avuto e abbia molto a che fare con il festival, perché a
un certo punto l’intervistatore le rivolge una domanda che
suona più o meno così:
“il
festival di Sanremo è molto attaccato, lei cosa pensa delle
critiche?”
La risposta
dell’intervistata era più o meno così (cito a memoria,
quindi le virgolette sono immaginarie, tuttavia non c’era
alcuna possibilità di equivoco rispetto al senso):
“mi
chiedo in che paese vivono quelli che si
permettono di criticare.
Il festival di Sanremo è un grandissimo evento, che tutto il
mondo ci invidia, e non
dovrebbe essere permesso a nessuno, non solo di criticarlo, ma
anche di ignorarlo.”
Al che ho ritenuto che la cosa
più saggia da fare fosse spegnere l’autoradio, anche per non
diventare un pericolo per gli automobilisti e pedoni, una
scheggia impazzita nel traffico già folle dell’ora di punta
di Roma.
Però, ripensandoci, c’è da
rimanere esterrefatti.
Premetto che a mio modo di
vedere nessun festival di canzoni giustifica l’occupazione di un canale televisivo che dovrebbe essere importante (anche
se lo è sempre di meno, basta guardare il TG1) dalla prima
serata fino a notte fonda per una settimana.
Diamine, ai bambini che
potrebbero sintonizzarsi per errore sul primo canale della Rai,
abbandonando la sana violenza e i fiumi di sangue di Texas
Ranger e programmi simili, non pensa nessuno?
E poi dicono che bisogna fare
di più per le famiglie. Insomma, personalmente non sarei
disposto a concedere più di un’ora e mezza in seconda serata
per un massimo di due giorni nemmeno ad un festival che avesse
in concorso canzoni come Stella
by Starlight, Come Rain or Come Shine, Les feuilles mortes,
Estate (come vedete, ci metto anche una canzone
italiana…), Lullaby of Birdland, Lush Life e altre che considero il meglio mai
prodotto nell’ambito della forma-canzone.
Siamo di fronte ad una bulimìa
catodica che complementa perfettamente il grasso esibito dalla
conduttrice, non a caso affermatasi in TV con un programma
intitolato La prova del cuoco, per intenderci quello dove, ad ora di pranzo, si
danno ricette su come cucinare i gatti nel modo migliore.
Detto questo, mi chiedo con
quale diritto la Consoli (ma tutto lascia pensare che dietro di
lei vi sia una solida scuola, o meglio un gregge) possa
permettersi di minacciare, perché a mio modo di vedere si
tratta di vere e proprie minacce, tutti coloro che non intendono
assoggettarsi supinamente al pensiero da encefalogramma piatto
(questo è il vero “pensiero debole”, altro che il pensiero
orientale, con buona pace di Giani Vattimo e di quanti ne
ripetono l’infelice slogan,
probabilmente senza nemmeno sospettare l’esistenza di
Nagarjuna, del Vijñanabhairava Tantra, del Samkhya e di altre quisquilie che non
hanno nulla da invidiare a Kant e Hegel).
Forse (mi permetto di
insinuare) è il diritto acquisito per meriti di corruzione, che
a Sanremo sembra essere di casa, come hanno ammesso vari più o
meno illustri personaggi della musica leggera italiana, i quali
si sopno vantati in pubbliche intervista di aver in passato
truccato in maniera determinante quella geniale espressione di
democrazia nazional-popolare che va sotto il nome di “televoto”.
Insomma, si tratta di truffa
bella e buona, né più né meno di calciopoli e di tangentopoli
(ma forse sbaglio io, tangentopoli è diventata uno strumento di
governo…). D’altra parte, la ribellione dell’orchestra
all’esibizione di Emanuele Filiberto ricorda un po’ il
lancio della stampella di Enrico Toti.
A proposito di Emanuele
Filiberto, e a proposito di corruzione e di televoto, ho visto
(e, ahimé) ascoltato la sua canzone (ma senza dimenticare gli
sciagurati co-autori, Pupo e una sottospecie di tenore di cui
non ricordo il nome) su youtube.
Se penso che uno così avrebbe
potuto (potrebbe?) diventare re, mi vengono i brividi. Non dico
nulla di più, per timore di una querela per reato di lesa maestà,
magari retroattivo. Però va detto, e lo dico, che l’unica
parte ascoltabile è plagiata da Over
the Rainbow, e
su questo non ci piove.
Bene ha fatto Morgan a
rifugiarsi nella droga.
Ho sentito dire in ambienti
Rai che lui, forse perché dotato di un residuo di senso
critico, o di dignità, a Sanremo non ci voleva andare, e non
sapendo come esimersi senza attirarsi scomuniche dal partito di
Consoli & c. è ricorso alla pubblica ammissione di uso di
cocaina, forse l’unica colpa che nella nostra società non
ammette perdono, dopo la depenalizzazione del falso in bilancio,
della mafia, della corruzione e della presentazione in ritardo
di liste elettorali.
Deve pur esserci una ricerca
che prova che il festival di Sanremo distrugge più cellule
cerebrali dell’LSD.
Temo
seriamente di essere costretto in un futuro non troppo lontano
ad assistere al festival. Nella mia mente risuona l’eco
sinistra del “culturame” di Scelba, del Brave
New World di Huxley, del Grande Fratello (quello di Orwell
in 1984, non quello della TV), del ragionier Fantozzi e la Corazzata
Potemkin. Nel frattempo, mi sono iscritto su facebook
al gruppo “aboliamo Sanremo”, che mi permetto di consigliare
ai miei 2,5 lettori.
Nel frattempo, continuerò a
non guardare il festival di Sanremo, che è un insulto
all’intelligenza, al buon gusto e all’etica, e nemmeno la
nazionale di calcio, e se mi capitasse di guardarla farei il
tifo contro. Come diceva Leroy Jones, se non altro i Rolling
Stones si
presentano come dei sani teppisti
inglesi.
Roberto
Laneri
|