Tchaikovskij
era
l’omosessualità, che egli cercò di tenere segreta a tutti i costi
[2]con scarso successo, e che finì per rovinargli la vita e
condurlo al suicidio,non esplicito ma pur sempre tale (bevve consapevolmente
un bicchiere d’acqua ovviamente contaminata in un ristorante,
durante un’epidemia di colera, andando incontro alla stessa
morte, quando si dice il caso, della madre). Nella sua disperata ricerca di rispettabilità, concepì
(e purtroppo per lui e quella poveretta della moglie mise in
atto) l’idea di sposarsi, il che divenne il suo secondo più
grande problema.Confesso di non riuscire a provare che simpatia
per Antonina, questa donna “molto carina benché già
ventottenne” (a detta dello stesso Tchaikovskij!), dotata
evidentemente di cultura e sensibilità (era attrice e aveva
studiato al conservatorio di Mosca), dipinta come un essere
odioso, avido e volgare dal marito e da storie della musica
chiaramente di parte.
Tchaikovskij,
insomma, aveva un bel mettere
a tacere la propria coscienza, fatto sta che il suo matrimonio rientra in un disegno ad
un tempo calcolatore e avventato per mettere a tacere i
pettegolezzi (evidentemente non erano tempi di gay
pride e di outing) e
per costruirsi un falso sé, come direbbe Winnicott, di
dimensioni tali che nessuno sarebbe riuscito a sopportare ed
alimentare impunemente. Comunque sia, sposatosi il 6 luglio del
1877, Tchaikovskij entra subito in uno stato di vera e propria
follia:
Dopo questo
terribile giorno di nozze, dopo quest’interminabile martirio
spirituale (…) fui sul punto di mettermi ad urlare e feci uno
sforzo immane per trattenere i singhiozzi. (…) Desidero
disperatamente la morte, mi sembra l’unica via d’uscita.[4]
e dopo appena
venti giorni decide di partire, ovviamente senza la moglie.
Torna a Mosca l’11 settembre, e dopo due settimane [5], in cui tra l’altro inscena un patetico e mal riuscito
tentativo di suicidio, calandosi nelle acque gelide della
Moscova, ma soltanto “fino alla cintola” (!), chiede al
fratello di mandargli un finto telegramma di invito a
Pietroburgo e parte di nuovo, in preda ad un collasso nervoso
che lo lascia parecchi giorni in stato d’incoscienza.
Torna a
Mosca in ottobre, il tempo di rivedere la moglie e sistemare un
po’ di cose pratiche, e riparte per l’Europa dove, a poco a
poco, ritrova - se non la pace interiore (che forse non conobbe mai) -
il gusto di comporre.
È
in Europa, e precisamente a Clarens, sul lago di Ginevra, che
Tchaikovskij scrive in poche settimane il concerto per violino,
forse uno dei suoi pezzi più conosciuti ed amati. Prima di
parlarne, pero', vorrei brevemente accennare ad altri due temi importanti
nella sua vita, l’amicizia (ma verrebbe da dire il legame) con
Nadjeshda von Meck e i suoi rapporti con il gruppo di
compositori russi detto (“dei Cinque”).
Nadjeshda,
figlia di un latifondista ridotto in rovina, sposa un nobile
barone, Karl Georg von Meck, che tuttavia non sta meglio di lei
dal punto di vista economico, e che vive di un modesto stipendio
di ingegnere statale.
Il colpo di genio di Nadjeshda è di
spingere il marito ad abbandonare il suo impiego per imbarcarsi
in un’avventura che si rivela vincente, la costruzione della
ferrovia Mosca-Pietroburgo, a cui seguirono molte altre. Grazie
all’abilità del giovane ingegnere e agli stanziamenti
faraonici dello zar Nicola I, la famiglia, che nel frattempo si
dedica ad un’attività procreatrice instancabile [6], si arricchisce oltre ogni previsione.
Dopo venttott’anni
di matrimonio, alla morte del marito Nadjeshda eredita un
patrimonio sterminato, si ritira dalla vita mondana e si dedica
all’educazione dei figli, ai viaggi, alla cultura e
all’amministrazione delle sue vastissime proprietà. Per
cultura, si intende soprattutto la musica.[7]
Questa donna
dispotica e dall’energia
inesauribile (non si sa dove abbia trovato il tempo di studiare,
ma sta di fatto che era anche un’ottima pianista), grande
sostenitrice del conservatorio di Mosca, il cui direttore,
Nicolai Rubinstein è una delle pochissime persone che
frequenta, decide infatti di sponsorizzare Tchaikovskij, che vive del
suo lavoro di compositore e di insegnante in modo perennemente
precario.
Il
tipo di vita del musicista era dovuto alla sua prodigalità e
alla mancanza di praticità; gli commissiona quindi dei lavori e
gli garantisce cosi' una
rendita cospicua. Il compositore per un po’ si schermisce (in
modo piuttosto ipocrita, ma chi potrebbe biasimarlo?), poi non
esita a chiedere, a volte anche più del pattuito, e ricambia
con dediche a profusione.
Comunque
sia, questo legame finisce per essere molto dipiù di un
semplice accordo artistico-finanziario tra i due, che si
scambiano lettere appassionate, si sentono fratelli
nell’anima, si confidano i loro pensieri più riposti sulla
musica, la religione, la politica, la vita.
Al compositore,
benché abbia a che fare con una donna, tutto questo è
facilitato (1) dall’essere più che generosamente retribuito;
(2) dalla condizione, posta da Nadjeshda per continuare il
supporto, che non si sarebbero incontrati mai.
Per farla
breve, tale condizione fu sostanzialmente rispettata, anche se,
nei lunghi periodi che Tchaikovskij trascorreva ospite nelle
proprietà della baronessa, vivendo a pochi chilometri di
distanza, si verificarono alcuni incontri casuali che non
mancarono di gettare entrambi nel panico e nella prostrazione
[8].
Dopo ben 13 anni
di frequentazione epistolare e
di pagamenti assicurati, Nadjeshda von Meck informa il
compositore che intende interrompere ogni rapporto, sia
finanziario che di qualsiasi altro tipo. Il pretesto è quello
di un tracollo economico, peraltro pare (e parve anche a
Tchaikovskij, che cercò di informarsi) inesistente.
È quasi
certo che la nobildonna sia venuta a conoscenza del segreto di
Tchaikovskij, che indubbiamente era riuscito a raccontarle un
sacco di balle nel corso di tanti anni, e ne sia rimasta
scandalizzata e offesa. Quanto a lui, non si riprese mai più,
e quando morì la sua ultima parola fu il nome dell’
“amico”, come la chiamava.
La
vita di Tchaikovskij colpisce dolorosamente come un coacervo di
sofferenza, certamente reale, ma altrettanto certamente
risultato di nevrosi profonde e debolezza di carattere. Viene da
pensare che egli avrebbe potuto vivere un’esistenza felice,
libero di coltivare quel talento che era la sua vera ricchezza,
ma così non è stato.
Anche sul piano artistico, c’è
qualcosa di irrisolto, contradditorio, morboso e costruito nella
sua musica. Parafrasando Hillman, si direbbe che non abbia mai
dato veramente ascolto al suo demone, quale che fosse, e che le
sue energie siano state spese per la costruzione ed il
mantenimento di un gigantesco falso sé, sia personale sia
musicale.