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Tchaikovskij Non Ha Mai Fatto Outing

 

   

 di Roberto Laneri

Il problema più grande Tchaikovskij era l’omosessualità, che egli cercò di tenere segreta a tutti i costi [2]con scarso successo, e che finì per rovinargli la vita e condurlo al suicidio,non esplicito ma pur sempre tale (bevve consapevolmente un bicchiere d’acqua ovviamente contaminata in un ristorante, durante un’epidemia di colera, andando incontro alla stessa morte, quando si dice il caso, della madre). 

Nella sua disperata ricerca di rispettabilità, concepì (e purtroppo per lui e quella poveretta della moglie mise in atto) l’idea di sposarsi, il che divenne il suo secondo più grande problema.Confesso di non riuscire a provare che simpatia per Antonina, questa donna “molto carina benché già ventottenne” (a detta dello stesso Tchaikovskij!), dotata evidentemente di cultura e sensibilità (era attrice e aveva studiato al conservatorio di Mosca), dipinta come un essere odioso, avido e volgare dal marito e da storie della musica chiaramente di parte. 

Tchaikovskij, insomma, aveva un bel mettere a tacere la propria coscienza[3], fatto sta che il suo matrimonio rientra in un disegno ad un tempo calcolatore e avventato per mettere a tacere i pettegolezzi (evidentemente non erano tempi di gay pride e di outing) e per costruirsi un falso sé, come direbbe Winnicott, di dimensioni tali che nessuno sarebbe riuscito a sopportare ed alimentare impunemente. Comunque sia, sposatosi il 6 luglio del 1877, Tchaikovskij entra subito in uno stato di vera e propria follia:

Dopo questo terribile giorno di nozze, dopo quest’interminabile martirio spirituale (…) fui sul punto di mettermi ad urlare e feci uno sforzo immane per trattenere i singhiozzi. (…) Desidero disperatamente la morte, mi sembra l’unica via d’uscita.[4]

e dopo appena venti giorni decide di partire, ovviamente senza la moglie. Torna a Mosca l’11 settembre, e dopo due settimane [5], in cui tra l’altro inscena un patetico e mal riuscito tentativo di suicidio, calandosi nelle acque gelide della Moscova, ma soltanto “fino alla cintola” (!), chiede al fratello di mandargli un finto telegramma di invito a Pietroburgo e parte di nuovo, in preda ad un collasso nervoso che lo lascia parecchi giorni in stato d’incoscienza. 

Torna a Mosca in ottobre, il tempo di rivedere la moglie e sistemare un po’ di cose pratiche, e riparte per l’Europa dove, a poco a poco, ritrova - se non la pace interiore (che forse non conobbe mai) - il gusto di comporre. È in Europa, e precisamente a Clarens, sul lago di Ginevra, che Tchaikovskij scrive in poche settimane il concerto per violino, forse uno dei suoi pezzi più conosciuti ed amati. Prima di parlarne, pero',  vorrei brevemente accennare ad altri due temi importanti nella sua vita, l’amicizia (ma verrebbe da dire il legame) con Nadjeshda von Meck e i suoi rapporti con il gruppo di compositori russi detto (“dei Cinque”).

Nadjeshda, figlia di un latifondista ridotto in rovina, sposa un nobile barone, Karl Georg von Meck, che tuttavia non sta meglio di lei dal punto di vista economico, e che vive di un modesto stipendio di ingegnere statale. 

Il colpo di genio di Nadjeshda è di spingere il marito ad abbandonare il suo impiego per imbarcarsi in un’avventura che si rivela vincente, la costruzione della ferrovia Mosca-Pietroburgo, a cui seguirono molte altre. Grazie all’abilità del giovane ingegnere e agli stanziamenti faraonici dello zar Nicola I, la famiglia, che nel frattempo si dedica ad un’attività procreatrice instancabile [6], si arricchisce oltre ogni previsione. 

Dopo venttott’anni di matrimonio, alla morte del marito Nadjeshda eredita un patrimonio sterminato, si ritira dalla vita mondana e si dedica all’educazione dei figli, ai viaggi, alla cultura e all’amministrazione delle sue vastissime proprietà. Per cultura, si intende soprattutto la musica.[7] 

Questa donna dispotica e dall’energia inesauribile (non si sa dove abbia trovato il tempo di studiare, ma sta di fatto che era anche un’ottima pianista), grande sostenitrice del conservatorio di Mosca, il cui direttore, Nicolai Rubinstein è una delle pochissime persone che frequenta, decide infatti di sponsorizzare Tchaikovskij, che vive del suo lavoro di compositore e di insegnante in modo perennemente precario.

Il tipo di vita del musicista era dovuto alla sua prodigalità e alla mancanza di praticità; gli commissiona quindi dei lavori e gli garantisce cosi' una rendita cospicua. Il compositore per un po’ si schermisce (in modo piuttosto ipocrita, ma chi potrebbe biasimarlo?), poi non esita a chiedere, a volte anche più del pattuito, e ricambia con dediche a profusione.

Comunque sia, questo legame finisce per essere molto dipiù di un semplice accordo artistico-finanziario tra i due, che si scambiano lettere appassionate, si sentono fratelli nell’anima, si confidano i loro pensieri più riposti sulla musica, la religione, la politica, la vita. 

Al compositore, benché abbia a che fare con una donna, tutto questo è facilitato (1) dall’essere più che generosamente retribuito; (2) dalla condizione, posta da Nadjeshda per continuare il supporto, che non si sarebbero incontrati mai.

Per farla breve, tale condizione fu sostanzialmente rispettata, anche se, nei lunghi periodi che Tchaikovskij trascorreva ospite nelle proprietà della baronessa, vivendo a pochi chilometri di distanza, si verificarono alcuni incontri casuali che non mancarono di gettare entrambi nel panico e nella prostrazione [8]. 

Dopo ben 13 anni di frequentazione epistolare e di pagamenti assicurati, Nadjeshda von Meck informa il compositore che intende interrompere ogni rapporto, sia finanziario che di qualsiasi altro tipo. Il pretesto è quello di un tracollo economico, peraltro pare (e parve anche a Tchaikovskij, che cercò di informarsi) inesistente. 

È quasi certo che la nobildonna sia venuta a conoscenza del segreto di Tchaikovskij, che indubbiamente era riuscito a raccontarle un sacco di balle nel corso di tanti anni, e ne sia rimasta scandalizzata e offesa. Quanto a lui, non si riprese mai più, e quando morì la sua ultima parola fu il nome dell’ “amico”, come la chiamava.

La vita di Tchaikovskij colpisce dolorosamente come un coacervo di sofferenza, certamente reale, ma altrettanto certamente risultato di nevrosi profonde e debolezza di carattere. Viene da pensare che egli avrebbe potuto vivere un’esistenza felice, libero di coltivare quel talento che era la sua vera ricchezza, ma così non è stato. 

Anche sul piano artistico, c’è qualcosa di irrisolto, contradditorio, morboso e costruito nella sua musica. Parafrasando Hillman, si direbbe che non abbia mai dato veramente ascolto al suo demone, quale che fosse, e che le sue energie siano state spese per la costruzione ed il mantenimento di un gigantesco falso sé, sia personale sia musicale.

[1] Mi sembra che le mie “inclinazioni” siano un ostacolo gravissimo e forse insormontabile perché io possa essere felice. Tuttavia, debbo lottare con ogni forza contro la mia natura. (da una lettera al fratello Modest)

[2] Insegnante di armonia al conservatorio di Mosca, Tchaikovskij detestava le ragazze, che trovava …assolutamente insopportabili. Non di rado, io perdo allora la pazienza, vorrei dire addirittura la ragione (…) e vado in collera fino al parossismo.

[3] (…io le avevo detto con assoluta franchezza che da parte mia avrebbe potuto contare soltanto su un affetto fraterno).

[4] Questa ed altre citazioni da Peter J. Tschaikowski, di Kurt von Wolfurt, Zurigo

[5] nient’altro che una sequela di pene intollerabili. (…) Di tanto in tanto la follia           mi travolgeva, sentivo in fondo all’animo un odio così selvaggio contro la mia sciagurata consorte che avrei potuto strozzarla.

[6]Alla morte del marito i figli viventi erano 11, con il dodicesimo in arrivo.

[7]  Per un certo periodo lo stesso Debussy, dietro richiesta di adeguate referenze, fece parte del “trio personale” della von Meck. La cosa finì quando il giovane compositore ebbe l’ardire di innamorarsi, non si sa se veramente o con una certa dose di calcolo, di una delle figlie. Se l’avesse sposata, indubbiamente la vita di Debussy, tipico rappresentante del detto champagne tastes on a beer budget (“gusti da champagne e bilancio da birra”) sarebbe stata molto diversa.

[8] Chissà cosa sarebbe successo se uno dei due avesse forzato un incontro. Sappiamo che la von Meck  si rose dalla gelosia per il matrimonio del suo protetto, ma era troppo signora per darglielo a vedere. D’altra parte, era anche una donna dalle forti passioni: Non comprendo e non apprezzo l’amore platonico. Soltanto chi si abbandona all’amore con tutto se stesso può dire di amare veramente.

[9] V. la dedica della Quarta Sinfonia,”al mio più caro amico”.

Roberto Laneri

                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Arte dell'Ascolto